Recensioni

7.3

Cinque anni abbondanti sono passati da quel La bella stagione che vedeva Don Antonio cimentarsi sorprendentemente col cantautorato (in) italiano, ovvero farsi autore di canzoni assorte e accorte, nelle quali il chitarrista elettrico – con le ascendenze invariabilmente desertiche e diversamente cinematiche, con le ossessioni blues e folk a rincorrersi sulla linea acida della frontiera – si rintanava in un intimismo rarefatto e umbratile, concentrava cioè – anzi: distillava – il suo essere musicista nel tentativo di dare vita a teatrini abbacinati, sketch a cuore aperto nei quali prendeva vita un confronto al tempo stesso fragile e vibrante con la memoria.     

Questo nuovo album percorre un po’ la stessa falsariga, ma come se avesse ingranato marce più solide, una maggiore fiducia nei mezzi e negli obiettivi. Il che significa, certo, anche la consapevolezza dei limiti, che nel caso specifico si possono riassumere nel fatto che Gramentieri non è esattamente un cantante ed è lui stesso il primo a saperlo (la sua voce è “poca, troppo poca”, sosteneva in un pezzo dell’album precedente). Ma è appunto su questo che costruisce e regola l’armamentario espressivo, imbastendo arrangiamenti che sembrano avvolgere e accompagnare un recitato sempre sul punto di farsi canto e viceversa, quello sciorinare circospetto reminiscenze e stati d’animo, testimoni di un vissuto che galleggia senza mai davvero sprofondare (o in attesa di farlo). 

Ecco quindi che queste canzoni-cornici, queste canzoni-luoghi a luce radente, queste stanze dalle pareti sottili e calcinate, sono abitate da una memoria che non può fare a meno di rovesciare senso nella smemoratezza del presente, nel suo schiacciarsi ansioso sull’attimo seguente, e poi sul seguente, e ancora, e ancora (“non lo vedi che scappa?, dico, quel momento veloce/quel cambiare del tempo, quella lama di luce”). 

Ma, come appunto capita alle cornici, i confini tra dentro e fuori sono porosi, c’è un dialogo costante, un riverberare di parole (tra le canzoni), uno scambio di segni che confonde l’intimo e il collettivo, l’irripetibile e il fattor comune. Don Antonio fa i conti, cioè, con una mazzetta di fantasmi che infestano la sua calligrafia. Sembra anzi invitarli a passare, a restare, a prendere le redini e portare avanti la carrozza per un po’.

Si sentano ad esempio Una foto mossa e Benzina, col loro ciondolare lirico e liquoroso da Will Oldham maturo, le tastiere, gli archi e i fiati impegnati a intrecciare discorsi con la luminescenza cupa delle chitarre. Oppure ascoltate le impronte (neanche troppo) omeopatiche del Tom Petty anni ‘90 ne L’esatto peso dei sogni, o lo scarto tra il passo De Gregori e quello di un Samuele Bersani che si consuma a metà di Gozzano, oppure l’estasi milonga Paolo Conte chiamata a condire il languore spaesato di Happiness, per non dire dell’aura Lucio Dalla che aleggia sulla peraltro loureediana Come cadere e su quella Forse Johnny spampanata di estro pastello Howe Gelb (“brillavi come un’auto in vetrina/come una curva sulla strada in collina”).

C’è uno schema ricorrente che affiora: un crescendo in ogni canzone, un accumularsi di voci, strumenti, intensità, quasi fosse la rappresentazione plastica del ricordo che da elemento evocativo diventa verso e poi storia. In questo senso, l’iniziale Mille lire è addirittura programmatica, una ballata che parte su un cauto dialogo tra piano, viola e voci per poi aggiungere fiati, batteria e chitarra, suggerendo la presenza di un processo emotivo sottostante (“sono a rovescio e vorrei tornare dritto/ma ho mille pieghe come un letto sfatto”). Quello stesso che agisce un po’ ovunque.

E che appare evidente soprattutto in Pietre, un carosello di suggestioni materiche (le pietre nelle varie declinazioni oggettuali) da cui ramificano storie minime ma altamente suggestive, tessere di un puzzle che diventa racconto (“pietra niente che cambia, pietra mazzo di fiori/c’e’ una luce che e’ dentro/e tutto il freddo che e’ fuori”). Schema che è addirittura tangibile nella conclusiva Dopotutto, ancora spettri gelbiani a sgranocchiare una febbre atmosferica dalle declinazioni esotiche e noir, condita da blues destrutturato Hugo Race e cripto-citazioni Springsteen (altezza Nebraska: “e tu difendimi da me stesso/difendimi da niente”).        

Veniamo infine al sottotitolo che recita “Cronache di tutto ciò che resta”: è a tutti gli effetti una chiave di lettura. Perché siamo frantumati nel profondo, perché fatichiamo a sentirci artefici di un’esistenza che abbia senso come durata, di un esserci annidato nel tempo, nel dialogo ininterrotto con la memoria e i suoi correlativi oggettivi (tra parentesi: è in questo senso del tutto coerente la scelta di pubblicare in streaming solo un EP di quattro pezzi, mentre l’album completo vive solo in formato fisico).

Ciò che resta è, per farla breve, quello che possiamo dire “io”, con tutta la sua profonda, irriducibile transitorietà. E Don Antonio prova a cantarlo, con quella sua (poca) voce che scopriamo essere lo strumento più adatto in un’epoca di voci che urlano la propria presenza così scintillante e inconsistente.   

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