Recensioni
Godspeed You! Black Emperor
NO TITLE AS OF 13 FEBRUARY 2024 28,340 DEAD
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Stefano Pifferi
- 4 Ottobre 2024

Ci siamo lasciati trasportare, litigando. Ogni giorno un nuovo crimine di guerra, ogni giorno un fiore che sboccia. Ci siamo seduti insieme e lo abbiamo scritto in una stanza, poi ci siamo spostati in un’altra per registrarlo. NESSUN TITOLO = quali i gesti sensati mentre cadono vittime innocenti? Quale contesto? Quale melodia spezzata? E poi un conteggio e una data per segnare un punto sulla linea, il processo negativo, il mucchio che cresce. Il sole tramontava sopra letti di cenere mentre ci sedevamo insieme, litigando. Il vecchio ordine mondiale fingeva a malapena di preoccuparsene. Questo nuovo secolo sarà ancora più crudele. La guerra sta arrivando. Non mollare. Scegli da che parte stare. Resisti. Ama
Ho deliberatamente copiato le uniche parole – le restanti riguardano dati tecnici e credits dell’album – che i Godspeed You! Black Emperor hanno deciso di affidare alla press sheet che accompagna questo loro ritorno, semplicemente perché in quelle poche parole c’è già tutto. L’impegno, lo sgomento, l’ideologia, l’umanità, la contemporaneità, la lucidità; tutto ciò che si dovrebbe richiedere a qualunque artista e a qualsivoglia forma artistica, ovvero svelare (nel senso etimologico), riflettere e far riflettere, vedere cose dove l’ordinario le cela, avere una posizione, essere lucidi e risoluti. Esattamente come lo è questa congrega di canadesi, anarchici ed ebrei (vedi alla voce A Silver Mt. Zion o Black Ox Orkestar, per capirsi), che mai ha fatto mancare di far sentire la propria voce attraverso una musica che di voci e parole ha sempre fatto a meno. Ed altrettanto esattamente come lo fa, con addirittura più fragore che in passato, visto il silenzio o i distinguo istituzionali su Gaza, anche in questo disco che sin dal titolo dimostra (oggi, a distanza di mesi, tragicamente per difetto) empatia e difficoltà, paura e necessità di voci che si levino contro lo scempio umano, prima ancora che politico, che si sta consumando di fronte ai nostri (complici) occhi.
Musicalmente, perché alla fin fine di una recensione si tratta, questo nuovo album si discosta di poco da un modus vivendi (più che operandi) che oramai abbiamo avuto modo di conoscere e apprezzare a fondo. Lunghe jam ascendenti, in continua tensione, pronte alla deflagrazione, ai saliscendi umorali, alla necessità quasi fisiologica di comunicare stati d’animo e sensazioni senza parole quindi con i fragori dei pieni (la tesa e drammatica Pale Spectator Takes Photographs, l’epica cavalcata di Raindrops Cast In Lead) e le distensioni dei vuoti (la pausa pastorale dal maelstrom intorno alla metà di Babys In A Thundercloud; il breve intermezzo Broken Spires At Dead Kapital, l’introduttiva, desertica e disperata, Sun Is A Hole Sun Is Vapors). Seguendo una ormai consolidata prassi “carsica” che lascia emergere e poi ritrae una montagna sonora, un monoblocco strumentale possente e screziato che si mostra ora più cupamente melodico, ora più ruggente e struggente, ora più malinconicamente frustrato che in passato, i GY!BE raggiungono forse l’apice del disco nella conclusiva Grey Rubble, Green Shoots: dolente e acuminata, ascoltata e contestualizzata pare davvero una piccola symphony of sorrow per i nostri tempi tristi.
Insomma, si può essere sfaccettati e al tempo stesso diretti, monolitici eppure complessi? Musicalmente come socio-politico-ideologicamente? Sì, la risposta è sì e non serviva questo disco per farcelo comprendere, ma di sicuro è servito questo disco per affermare il tutto con ancora più forza. La forza dei (veri) giusti.
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