Recensioni

È un Martin Gore in gran spolvero quello di The Third Chimpanzee EP, nuovo EP a più di cinque anni dall’ultimo MG. 5 tracce all’insegna di un concept quasi ballardiano, nel senso di Mondo Sommerso, per un primitivismo futurista magari non inedito ma molto fascinoso e decisamente ispirato. Il tema è esplicitato sin dalla cover, realizzata da Pockets Warhol: nientemeno che un cebo cappuccino residente in uno zoo canadese con la passione (e il talento) dell’arte figurativa. Curiosa nota di colore (letteralmente) a parte, alla base del lavoro c’è l’omonimo libro del biologo e ornitologo statunitense premio Pultizer Jared Diamond, che analizza gli schemi comportamentali comuni tra uomo e scimmie, primati con cui la nostra specie condivide circa il 98% del DNA.
La resa sonora è quindi una riuscita soundtrack da personale Pianeta delle Scimmie: un’idea che fa da trait d’union tra bestiale e tecnologico, per cui le ritmiche tribali sono meccaniche e i synth risuonano come urla di scimmie elettriche in un’afosa giungla digitale. Niente voce e melodie molto essenziali (quando ci sono), per un Gore che puccia i piedi in un brodo primordiale e ci sguazza allegramente. L’iniziale Howler è un singolo dove la melodia viene presa e buttata nell’umido, almeno nella prima parte che è tutto uno sferragliare di clangori insieme ancestrali e futuristici.
In Mandrill serpeggiano echi dei Depeche Mode più lancinanti spalmati su una base electro, Capuchin costruisce con sapienza un crescente climax di tensione e gli 8 minuti abbondanti di Vervet sono un incubo ossessivo ammorbato da un’afa pluviale che ancora una volta riporta alle crepuscolari regressioni di un novello dottor Kerans. Citando lo stesso Gore: se questi sono i risultati dopo oltre quarant’anni di carriera, siamo una volta di più grati per l’acquisto di quel famoso synth.
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