Recensioni

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Nel libro autobiografico di Mark Lanegan, Sing Backwards and Weep, ci sono tanti aneddoti e dietro le quinte della sua vicenda artistica e privata, raccontati con tono secco e poco indulgente. Una cosa comunque sorprende chi magari era un po’ all’oscuro di certe sue uscite recenti, ed è l’inesorabilità con cui scredita la produzione artistica degli Screaming Trees. Lungi dall’esaltare la sua vecchia band, Mark tra le pagine ne diventa l’insospettabile picconatore: testi, musica, canzoni, immaginario… l’essenza stessa del gruppo, la sua eredità artistica e a tratti diremmo morale: per tutto ciò non c’è condiscendenza. Fake psychedelia non è nemmeno la definizione più cattiva che viene in mente a quello che in fin dei conti era, sapete com’è, il loro cantante, eppure sferra giudizi impietosi che nemmeno al critico più folle o prevenuto sarebbe forse mai venuto in mente di scrivere.

Una critica “di frustrazione”, per non aver dato un’impronta d’autore a una musica che per anni ha dovuto accettare mal sopportandola e provando a cambiarla senza riuscirci – almeno, questo è quello che emerge dalle pagine del libro. Un autore nel gruppo c’era già ed era Gary Lee Conner, che scriveva perpetuando quel suo sogno a base di Nuggets e psichedelia d’annata per cui a un certo punto Lanegan scomoda persino una parola, cringe, che non serve nemmeno tradurre visto che è riconosciuta anche dall’Accademia della Crusca (citiamo il testo inglese, esiste comunque anche un’edizione italiana per Chinaski).

Ingeneroso a dir poco come giudizio, verso i compagni e verso dischi che dall’acerba promessa di Other Worlds e di Clairvoyance – usciti con il marchio Velvetone – di avere luoghi fantastici e altri mondi dove viaggiare con le note, hanno creato qualcosa di visionario, imperfetto a volte, eppure a suo modo profetico, e mi riferisco ai tre album pubblicati da quella che al tempo era la casa indie più autorevole d’America, la SST. Specialmente in Buzz Factory troviamo un patchwork di tre decenni di rock a tratti disordinato ma tremendamente stimolante: il passo veemente di certo hard-blues settantiano, le distorsioni tipicamente sixties a base di fuzz e wah-wah, l’esuberanza mozzafiato di garage e punk, ma anche le cadenze scure e incisive del dark-punk anni ottanta, e le scintillanti armonie di un folk-rock oggetto di una vera riscrittura concettuale – là dove il paisley underground incontra la frenesia e il rumore del post-hardcore –, in una sintesi un po’ ruvida e che strizzava l’occhio anche al suono che stava emergendo a Seattle. Il bozzolo rumoroso-fluorescente che gli Screaming Trees si costruiscono intorno non è solo la crisalide psychohardpunk da cui poi si trasformeranno in definitiva in farfalla “grunge” (virgolette d’obbligo), ma un risultato che vale di per sé. E in quell’insieme vorticoso ci sono pezzi che spiccano come Where the Twain Shall Meet, Black Sun Morning, Flower Web, Subtle Poison (così come in Invisible Lantern c’erano almeno l’incandescente title-track e la melodia arrembante di Night Comes Creeping da indicare tra i pezzi clou di quella stagione).

Tornando a quello che racconta Lanegan nel suo (volutamente) non irreprensibile libro, era stato proprio lui all’inizio a convincere gli amici Van Conner e Mark Pickerel a non mettere su una banale cover band e a non tagliare fuori il fratello maggiore di Van perché, a differenza degli altri, Lee scriveva canzoni: suonare pezzi originali era quello che ci voleva per essere un gruppo serio, e Lanegan lo sapeva. Certo, lascia anche intendere che avere Lee nel gruppo fosse una sorta di tassa da pagare, da parte di Van per non incappare nelle ire della madre (!!!), e da parte sua per avere un biglietto d’uscita dall’odiata città natale. Andarsene da una Ellensburg popolata di bifolchi, la cui traccia sensoriale più vivida nella memoria – di chi non ne aveva frequentato l’università, che in un certo senso salvava la situazione aprendola un po’ all’esterno – rimaneva un «vento sferzante che spandeva in giro una puzza tremenda di merda di vacca», era qualcosa che per il giovane Mark non aveva prezzo e valeva pur bene il “sacrificio” di cantare le canzoni dell’amico, un sociopatico – a detta sua – di cui riconosceva il talento nonostante lo stile, l’immaginario e soprattutto i testi avessero cominciato da subito a dargli sui nervi. Per quell’unica via d’uscita insomma Mark si sarebbe dedicato con caparbietà al malmesso progetto comune, che li avrebbe fatti pure litigare e prendersi a pugni da una parte all’altra del globo. Per tutta l’avventura degli Screaming Trees i rapporti sono stati piuttosto complicati e i litigi all’ordine del giorno, con i due mastodontici fratelli Conner in prima fila a darsele di santa ragione, e il nostro vocione che dal canto suo aveva fama di energumeno, gran bevitore, e manesco pure lui. Quando parla di Gary Lee Conner, Mark nel libro ci va proprio giù pesante, e non è un’allusione alla proverbiale stazza del chitarrista. Il Lanegan scrittore sembra proprio avercela con Lee – anche se i due si sono per fortuna chiariti e riappacificati giusto poco prima che la nostra voce roca avesse la brutta, bruttissima idea di lasciarci per sempre, come si può leggere dagli ultimi messaggi tra i due che Conner ha voluto condividere sui suoi canali social.

Veniamo però al punto: il vero motivo di tutto questo preambolo non sono le picconate letterarie, rivedibili per obiettività, al resto della produzione Screaming Trees ma il fatto che tra tanto autolesionismo iconoclastico c’è un album che il “fuoco amico” di questo controverso e velenoso mémoir di Mark risparmia, e si tratta di Sweet Oblivion. «Quando era finito ho pensato: “Eccolo, finalmente abbiamo fatto un bel disco”». E se lo dice lui, allora… possiamo fidarci. Sweet Oblivion sembrerebbe quindi mettere un po’ tutti d’accordo; anche adesso, come in un certo senso fece già allora. Più degli altri dischi degli Screaming Trees, prima e dopo, è infatti il risultato di uno sforzo collettivo e di una visione condivisa. Ed è, naturalmente, l’album del gruppo più conosciuto a livello globale, tanto da essere arrivato alle soglie del successo mainstream.

Serve un piccolo recap allora di quello che accade tra il 1990 e il 1992. C’è sì una specie di rompete le righe dove ognuno è libero di dedicarsi ai propri progetti extra band, con Mark Lanegan che pubblica per Sub Pop The Winding Sheet, e sarà solo l’inizio di uno splendido percorso di cantautore, e in parallelo i progetti dei due fratelli, i Purple Outside di Lee e i Solomon Grundy di Van. Ma c’è anche la ricerca di una svolta collettiva. Il gruppo ingaggia una manager, la ben nota – quando si parla di Seattle – Susan Silver, e si muove in direzione major dopo una puntata su Sub Pop per il doppio singolo Change Has Come, altra opera che va, anche se leggermente di traverso, a sintonizzarsi con quel sound che di lì a breve a tutti avrebbero battezzato come “grunge” – se non altro per sensazione geografica.

I Nostri trovano quindi l’agognato contratto con la Epic e pubblicano Uncle Anesthesia. Un album di transizione. Il primo disco in orbita Sony è prodotto da Terry Date, con Chris Cornell nel ruolo di supervisore, e porta vicino alla meta quel processo graduale di avvicinamento all’hard rock– un hard rock sempre però a tinte acide – di cui è riflesso il brano omonimo. Poi si nota in generale per un suono più solido e curato, che scrosta via un po’ di vecchie ruggini underground in favore di un feeling più “classico”. Questo spiega anche la scelta di una ballata come Bed of Roses quale brano di punta, e si specchia nei richiami a Doors, Who, Beatles che eclissano all’orizzonte il rumore punk.

Il gruppo è da sempre instabile ed è colpa di quella complicata alchimia interna tra caratteri burrascosi, taciturni e passivi-aggressivi, ma tra i riscontri tutt’altro che lusinghieri del nuovo disco e la tournée le cose sembrano precipitare. Mark Lanegan pianta in asso tutti nel bel mezzo del tour e torna a Seattle. Lui considera il gruppo praticamente finito e vorrebbe dedicarsi al suo percorso solista. A fargli cambiare idea è il diverso atteggiamento dei due frateli Conner e in particolare di Lee, oltre alla prospettiva di un disco per la Epic in un momento in cui la scena di cui gli Screaming Trees sono parte integrante ha raggiunto un successo impronosticabile grazie ai Nirvana. Il panorama musicale è vorticosamente cambiato, «ciò che era stato underground negli anni ottanta era in prima linea nella musica popolare dei primi anni novanta», scrive Lee nella prefazione al libro di Davide Pansolin Veleno sottile, e quindi anche loro erano nella situazione di avere un «piccolo assaggio di quel grande momento». La Epic si aspetta un album rock più diretto (straight ahead rock, scrive Lanegan) e il gruppo un po’ recepisce e un po’ capisce che è il momento del make or break, che in italiano sarebbe “o la va o la spacca”, “ora o mai più”. Facendo il confronto tra i due libri che abbiamo citato, i racconti più o meno coincidono sul fatto che la possibilità e la voglia di fare un disco veramente importante, considerando anche l’interesse per la scena di Seattle ormai allo zenit, avesse portato tutti a più miti consigli e a mettere da parte i rancori e la frustrazione reciproca, per compattare il gruppo che era sull’orlo dello scioglimento, senza più batterista e con Lanegan convinto a fare da sé. Lee, Mark e Van si accordano per partecipare tutti insieme alla fase di scrittura (che prima era quasi sempre appannaggio del solo Lee) e in particolare a Lanegan viene lasciato libero di scrivere i testi. Resta aperto il problema del batterista: se il primo rimpiazzo di Mark Pickerel è Dan Peters, con i Mudhoney in quel momento tra coloro che sono sospesi per via degli impegni di studio di Steve Turner, la scelta definitiva dopo che Peters ritorna con il suo gruppo cade su Barrett Martin dei disciolti Skin Yard. Che ha gusti diversi ma anche il tocco potente e preciso che serve alla band per la sua nuova direzione, e quindi pazienza se, scrive Lanegan, «non sapeva nemmeno chi erano i Velvet Underground», in studio suona talmente forte che sfascia le pelli ed è più tecnico di chi lo aveva preceduto. La scelta del produttore stavolta cade su Don Fleming e si rivela azzeccata, anche in virtù della collaborazione dell’ingegnere del suono John Agnello.

Sweet Oblivion mette tutti in sintonia – tranne Pitchfork, che l’ha escluso da una classifica dei migliori dischi grunge preferendogli gli Stone Temple Pilots… (vabbe’ chiusa parentesi, almeno si sono ricordati di un Lanegan come quello di The Winding Sheet) – e ha più equilibrio in termini di apporto creativo tra le tre principali anime del gruppo: Lee, Van e Mark. Non a caso il pezzo più famoso da un’idea di Van Conner. Riascoltando un nastro inciso nel pieno di un trip si scopre magicamente un riff con una frase ossessiva che diventerà un ritornello: I Nearly Lost You. Ecco l’unico pezzo che diventerà qualcosa di simile a una hit, complice anche la colonna sonora di Singles. Il tortuoso e trascinante drive della batteria a dettare i tempi di riff e frasi irresistibili tra i lampi di una lead guitar che ribatte a ogni strofa e un canto baritonale favoloso nel suo blend di colori e nelle sue increspature soul.

I brani che danno sustain a quel successo qui sono diversi. La prima metà è tutta una sequenza di brani d’impatto in cui si trova tutto: slancio, passionalità, armonia e destrezza. L’hard rock di Shadow of the Season apre le danze nel segno di Led Zeppelin e Cream con una punta di psichedelia. Le bordate ritmiche, gli stacchi fiammeggianti di chitarra, le armonie vocali, tutto interviene in modo strategico a ricavare il massimo di tensione dai passaggi cruciali. Non è da meno Dollar Bill, la tumultuosa ballad in crescendo che inizia con un giro di chitarra acustica tra il folk astrale di Van Morrison e i più gagliardi Stones di fine sessanta, e si esalta in un furioso climax a suon di rullante, tom e distorsioni. Altro momento spettacolare e di opposti che in qualche modo convergono, More or Less mescola movenze flemmatiche a fraseggi lancinanti e un passo pesante a elevazioni da gospel. Butterfly è un enfatico psych-rock dove le distorsioni oceaniche ballano sulle note di un bel piano r&b, mentre For Celebration Past evoca Byrds ed echi mariachi nel contesto di un rock-blues dal sapore acre e contemporaneo. Oltre la metà dell’album la tensione inevitabilmente un po’ cala, con il tempo veloce che ricorda certe vecchie scorribande di The Secret Kind e Troubled Times, che tra un inizio e una coda di puro blues sembra riproporre un mashup di Nearly Lost You e Shadow of the Season; ci si risolleva con la ballata blues Winter Song, mentre il tourbillon finale di Julie Paradise permette alla band di mettersi in mostra in tutto il suo dinamismo e in particolare a Mark Lanegan di dispiegare una delle voci in grado di captare meglio le vibrazioni del nostro cuore di irredenti amanti del rock in tutte le sue mirabolanti e tormentate sfaccettature. Sarà pure il più “suo” dei dischi della band ma certo era in grado di fare la differenza dovunque mettesse la sue corde vocali.

Il periodo successivo all’uscita di Sweet Oblivion sarà per gli Screaming Trees il più felice, per quanto riguarda il riscontro di pubblico. In compenso la tregua interna tra gli “alberi urlanti” reggerà poco. Il disco successivo arriverà solo dopo quattro anni, e sarà il peraltro validissimo Dust, ma non ne usciranno altri prima del 2000 quando sarà ufficiale lo scioglimento, nonostante un rinforzo di lusso come Josh Homme che fece diversi concerti come secondo chitarrista. Con Mark Lanegan già proiettato mentalmente su un percorso da solista che gli darà diverse soddisfazioni (nel frattempo è uscito un capolavoro come Whiskey for the Holy Ghost) non poteva che essere così e così è stato. Dei gruppi in primo piano nel rinascimento rock di Seattle gli Screaming Trees hanno avuto meno copertine e prime pagine – specie sulle testate un po’ più generaliste – ma sono da considerare tra i protagonisti di un momento così particolare. E pazienza se, come detto, qualche prestigiosa testata online come Pitchfork nella sua recente rassegna sui venticinque migliori album di grunge anni ’90, preferisce citare gli Stone Temple Pilots, e non Sweet Oblivion (potete leggere qui la lista). Ecco, noi non siamo proprio dello stesso parere…

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