Recensioni

Vi sarà capitato di leggere la seguente frase: Foreign Tongues è il venticinquesimo album in studio dei Rolling Stones. Contiene un’informazione oggettiva, neutra. Eppure fa un effetto strano, vero? Si lascia dietro un’impronta indecifrabile, simile a certe persistenze retiniche. Come se non fosse davvero reale. E non perché qualcosa non torni dal punto di vista numerico: in effetti, si tratta del venticinquesimo album in studio degli Stones. Non fa una piega. Tuttavia, è come se la band inglese fosse approdata a uno stato di esistenza che mette in discussione la metrica standard.
Gli Stones sono la rock band in attività più longeva al mondo, considerato quelle che annoverano in formazione qualche membro originario (in questo caso, due membri fondatori più uno in carica da circa mezzo secolo). Ed è anche, ovviamente, una delle band più celebri di sempre. E iconiche. E influenti. Nel momento in cui inizio a scrivere queste righe fanno esattamente sessantaquattro anni da quel 12 luglio del 1962 in cui salirono sul palco del Marquee Club, nella loro prima uscita pubblica come The Rolling Stones. Numeri, ancora: ma cosa ci dicono gli anni messi in fila, i dischi messi in fila, i cambi di formazione, le vite sommerse e salvate, i corpi messi alla prova del tempo, la cosiddetta “cifra espressiva” rotolata tra i decenni e i mutamenti culturali, politici, tecnologici? Tutto e niente.
Giochiamoci un’altra domanda: cosa sono, oggi, le canzoni dei Rolling Stones? Innanzitutto, una macchina mnemonica. Certo, come potrebbe essere diversamente? Ogni nota di ogni loro disco non può che innescare un processo di confronto e reminiscenza con il loro passato sonoro. La massa critica del loro repertorio (musicale ma anche iconografico e biografico) ha raggiunto una dimensione tale da generare una forza gravitazionale vertiginosa. E loro lo hanno capito e accettato. La scelta di affidarsi nuovamente alla produzione di Andrew “il Rianimatore” Watt è in questo senso consequenziale e – tenuto conto dei risultati – vincente.
Detta più scopertamente: gli Stones hanno smesso di rincorrere una possibile versione aggiornata di sé stessi, di ipotizzare una ri-configurazione in grado di “stare al passo coi tempi”. E proprio in ragione di ciò suonano del tutto contemporanei. Non certo in quanto capofila di chissà quale fronte sonoro, ma come abitanti di un tempo/immaginario proteiforme, frantumato e simultaneo, che ha smesso di dirigersi in una qualche direzione per ripiegarsi e dispiegarsi in una incessante riproposizione di, beh, più o meno tutto il catalogo.
Il principale merito di questo nuovo disco – che riprende il filo del predecessore e ne ottimizza gli esiti – sta esattamente in questo: non si limita a vivere di rendita sul mito Stones e sul conseguente portato nostalgico, ma fa perno sulle aspettative tenendo conto del loro rinnovato potenziale nel qui e ora. Un’impostazione non solo lecita ma strategicamente azzeccata, perché non esiste oggi una forma musicale che possa realmente suonare vecchia, fuori corso, e quindi Jagger e soci (compreso Watt) hanno concepito/realizzato queste canzoni come se avessero reali chances di raccontare il presente. Di stare nel presente.
Il videoclip di In the Stars racconta in effetti proprio questo collasso temporale, con la band (di oggi, quindi Jagger, Richards e Wood) ringiovanita digitalmente di mezzo secolo e gettata in un loft dove più generazioni di giovani ballano, si sballano e suonano in sella a un mid tempo ruspante e radioso che sembra piovere direttamente dalla metà dei Settanta.
Qui si profila un altro aspetto interessante: dal punto di vista di suono, stile e forma delle canzoni, c’è come un “orizzonte degli eventi” che sembra impedire loro di indietreggiare troppo. La soglia è collocabile più o meno – appunto – a mezzo secolo fa, periodo Black And Blue, guarda caso il primo album con Ronnie Wood al posto del dimissionario Mick Taylor. In quel tempo (val bene utilizzare formule evangeliche per una band del genere) fecero il loro ingresso nel sound istanze black che lo riorientavano verso pressoché inedite declinazioni soul e funky (e – con un giro più contorto ma tangibile – reggae), quelle stesse che stavano elaborando ossatura e pompaggio ormonale della imminente dance.
Si trattò di una scelta ben ponderata, certo, ma per molti versi anche obbligata (nulla avviene a caso nel sistema-Stones). Il dittico Goats Head Soup (1973) e It’s Only Rock N’ Roll (1974) costituì difatti uno spartiacque epocale, la transizione tra (ciò che restava della) sovversione Sixties e la provocazione dei Seventies. Intendo dire che oggi il mito degli Stones – quelli della linguaccia – deve più che altro a quanto messo a sistema da Black And Blue in avanti, durante gli anni in cui si impegnarono a incarnare il ruolo di ex-ragazzacci scandalosi e facoltosi, provocanti e (ma) ormai del tutto integrati, piazzando singoli da competizione come Fool To Cry, Emotional Rescue, Start Me Up, Mixed Emotions e (persino) Undercover Of The Night. Non avrebbero potuto riuscirci senza i pezzoni dei 60s e primi 70s, certo, ma lo fecero lasciandoseli alle spalle assieme a tutte le scorie dei Sixties, riproponendo in tour le varie Jumpin Jack Flash, Satisfaction, Sympathy For The Devil e Brown Sugar come dei gadget da gettare in pasto all’entusiasmo del pubblico.
È giocando con questo canovaccio – obliterando cioè quello dei trogloditi tossici, esaurito col crash decadente di Exile On Main Street – che gli Stones sono diventati quello che sono, non soltanto una macchina ma un’industria dell’immaginario, potentemente in grado tra le altre cose di muovere i fili di canzoni-simulacro capaci di suonare intense e persino vere, proprio perché il piano dell’espressione oggi prevede immancabilmente di passare il badge dal tornello della simulazione. Canzoni che emergono come superficie della profondità o profondità della superficie, probabilmente entrambe le cose. Canzoni che agiscono come dispositivi obbedienti ai parametri dettati dal marchio, nelle quali pure avverti qualcosa di vivo e (perciò) selvatico che raschia per uscire allo scoperto.
Tutto ciò – paradossalmente? – come funzione di un mestiere monumentale, capace di padroneggiare ogni aspetto e risvolto, dal concepimento alla realizzazione e poi alla promozione. Non un metodo ma un processo avviato ben prima che la maggior parte degli attuali ascoltatori fosse nata. Manifestano, queste canzoni, il potere incantatorio di un meccanismo col serbatoio pieno del miglior carburante mitologico disponibile sul mercato, il cui volante – oltretutto – è affidato a piloti superbi.
La voce di Jagger è quasi offensiva tanto è ancora capace di dominare le traiettorie con estro e brillantezza, disimpegnandosi con noncuranza su terreni anche assai diversi. Quanto alle chitarre, impastano riff solidi, scintillanti e ungulati, mentre gli assolo tracciano pennellate senza sfarzo e sempre capaci di unire i puntini giusti (insomma: non ci sono assolo memorabili, ma tutti riescono a portarla a casa con disarmante disinvoltura). Tutto ciò in una cornice produttiva col senso delle dinamiche, attenta a modulare timbri e arrangiamenti in funzione del mood con tale efficacia che di questi tempi non puoi fare a meno di definire algoritmica.
Ne esce così uno dei dischi più vari del repertorio Stones, un campionario iperreale che trova la band pronta all’appuntamento, reattiva e duttile, portatrice sana di un entusiasmo arrogante e addirittura ventrale. Determinata a rigenerarsi in una sorta di auto-fanfiction che comprime e ridispone la loro calligrafia in forme riconoscibili ma tenacemente attuali: come un reboot anzi uno dei molti reboot possibili di un meccanismo narrativo così potente e sedimentato da prescindere loro stessi in quanto musicisti ottuagenari. Proprio così: sembra quasi che gli Stones virtuali abbiano cannibalizzato gli Stones reali. Sembrano degli Stones che (r)esistono in un mondo senza più gli Stones (un mondo quasi inimmaginabile, proprio come un mondo senza internet o senza capitalismo).
Ma tant’è: ci sono queste canzoni che filano come treni, oltretutto fermandosi alle stazioni opportune. Quattordici tracce incastonate tra il ruggito stomp di Rough and Twisted e l’omaggio lo-fi a Chuck Berry – e quindi alle proprie radici – di Beautiful Delilah (ospite Chad Smith ai tamburi), a ribadire insomma in maniera plastica il cerchio di provenienza e destino. In mezzo, come detto, c’è un circo: a parte il power pop scintillante della già citata In The Stars, sfilano il rock’n’roll ipercinetico con ritornello illanguidito di Divine Intervention (con chitarra aggiuntiva di Robert Smith), una Jealous Lover che sprimaccia soul in falsetto come una nipotina pettegola di Emotional Rescue, quella Hit Me in the Head che stritola frenesia marziale post-punk (ospitando quello che è forse l’ultimo contributo di Charlie Watts al drumming), una Never Wanna Lose You dalla postura disco imbevuta di spirito post-wave (ancora ospite Robert Smith ma stavolta a tastiere e cori), e via discorrendo.
Detto che You Know I’m No Good e Some Of Us staccano col minimo sforzo il compito della cover autorevole (il pezzo – celebre – è di Amy Winehouse) e della ballata affidata alla voce di un quanto mai felpato zio Keef, in tre pezzi emerge la voglia di lasciare un graffio sul display del presente: mi riferisco all’impetuosa Mr Charm (che parrebbe mettere nel mirino quel simpaticone di Elon Musk), alla riuscita escursione in territorio americana di Ringing Hollow (una disamina sugli States durante il regno di Trump: “The Statue of Liberty’s got a tear in her dress”) e soprattutto quella Covered in You che nel raccontare di una relazione soffocante pare che in realtà intenda riflettere sul costante assedio alle identità e alla libertà da parte dei media.
Riguardo quest’ultimo pezzo, una curiosità: se l’alternanza tra strofe angolose/rappate e la melodia agrodolce del chorus fa pensare a certe cose dei tardi RHCP (ma al basso, signori, troviamo nientemeno che Paul McCartney), il finale impetuoso con tanto di sax incalzante fa pensare proprio a quello Springsteen con cui Jagger ha instillato senza volerlo né cercarlo una discreta polemicuzza relativamente all’opportunità di veicolare messaggi politici nei concerti. Sintetizzando al massimo, per Sir Michael Philip va bene l’impegno ma solo se implicito, quindi sottratto alla presa della facile retorica e comunque annidato nella funzione primaria del rock, che coincide, per farla breve, col DIVERTIMENTO. Che dire, il dibattito è aperto (e vecchio, e stancante).
Si chiude invece il disco con un sottofinale che prima mastica hard blues senza troppo genio con Side Effects e quindi cala la carta del ballatone acustico con Back In Your Life, nel quale però la ricerca di riconciliazioni crepuscolari si consuma con una certa fiacchezza melodica, pari alla inappuntabile prevedibilità di arrangiamenti, suoni e interpretazioni. Ma vabbè, mica pretendevamo una nuova You Can’t Always Get What You Want.
Concedetemi un’ultima nota riguardo a quella che potremmo definire la politica stoniana del featuring: gli ospiti del disco – ho scordato di citare il grande Steve Winwood, che suona organo, Rhodes e piano un po’ ovunque – non sono utilizzati per la sensazione del nome, ma per il modo in cui il loro fare musica conferisce sapore alla mistura, come se personaggi di quel calibro non fossero altro in fondo che – beh – musicisti. Non vengono sbandierati, usati come tag per incrementare l’engagement: e questo è forse l’indizio più forte a favore di una possibile, residua, mitologica autenticità dei Rolling Stones nell’anno 2026.
Di per sé un concetto insensato, nel loro caso, l’autenticità. Se la sono sbranata da più di mezzo secolo.
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