Recensioni

6.9

Quella del “disco della maturità” costituisce una categoria a parte. Arriva quasi sempre al terzo album e, almeno nel punk, coincide con il momento in cui le canzoni si allungano, i ritmi rallentano, entrano nuovi strumenti e nei comunicati stampa si parla finalmente di crescita artistica. Anche Speculative Fiction, terzo lavoro di Smirk, sembra rispettare puntualmente il copione. Solo che Nick Vicario, responsabile pressoché unico del progetto, non è diventato improvvisamente serio e assennato, ma ha trovato nuovi modi per esprimere la propria inquietudine.

I due album precedenti, LP del 2021 e Material dell’anno successivo, erano raccolte di schegge punk DIY nervose e minimali, registrate con una ruvidità domestica che faceva pensare a cassette abbandonate in qualche scantinato californiano all’inizio degli anni Ottanta. Canzoni brevi, riff spigolosi, melodie oscure e la voce distaccata di Vicario a dominare il rumore con la sua inflessione stentorea.

In Speculative Fiction restano molte tracce di quel modus operandi, ma questa volta Vicario smette di avere fretta. Le canzoni respirano, si concedono cambi di passo, ritornelli più aperti e una scrittura melodica che lascia affiorare power pop, garage e post-punk sotto la scorza lo-fi. I Wipers rimangono un riferimento plausibile, ma in certi passaggi si intravedono anche il romanticismo livido del post-punk britannico, le chitarre dei primi Replacements e perfino qualche inattesa ombra di classic rock.

Il rallentamento riflette anche ciò che è accaduto a Vicario negli ultimi anni: l’addio a Los Angeles, la disintossicazione, il matrimonio e la paternità. Non ne deriva però un rassicurante album di rinascita. Brani come Going Off to Die, Dog Years e Perfect World raccontano piuttosto lo spaesamento di chi è sopravvissuto all’autodistruzione della gioventù e ora deve imparare a fare i conti con la vita di tutti i giorni. Abide, lunga elegia per un’amicizia che si dissolve, condotta su un pensieroso tema alla Pixies, è risultato più convincente di questa nuova traiettoria.

Alla luce di tutto questo, chiamarlo disco della maturità non sarebbe del tutto sbagliato. A patto di intendere la maturità non come pacificazione, ma come la capacità di osservare il proprio disordine senza dover necessariamente corrergli incontro.

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