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7.5

E ora come la mettiamo? Dopo anni spesi a parlare della morte del post-rock, a pontificare e cercare di storicizzare il genere, ci troviamo con un monolite da più di 50 minuti prodotto dalla band che, volenti o nolenti, ha rappresentato uno dei vertici del genere insieme a poche altre. Una voce a parte, dissonante e rappresentante l’ala più intellettualoide, ideologizzata, impegnata, certo, ma pur sempre una delle più credibili rappresentanti del filone.

Ora, un decennio abbondante dopo la (apparente) dipartita, la moltitudine canadese torna in scena. E lo fa a modo suo. In silenzio, senza proclami, in punta di piedi verrebbe da dire, se non fosse che Allelujah! Don’t Bend! Ascend!, titolo chilometrico e profetico come d’abitudine, esplode come una bomba dentro le nostre orecchie. Nessuna avvisaglia aveva preparato il ritorno, se si eccettuano i live del 2011 accolti al solito benissimo un po’ ovunque. Ora un album intero, suddiviso in maniera bizzarra su un lp e un 7” confezionati con quella cura visiva e visionaria che ha segnato un’altra caratteristica dell’ensemble di Montreal. Due tracce lunghissime e due (relativamente) brevi che ci offrono i GY!BE al proprio, eccellente standard. Ossia pronti ad offrire musica dal marchio di fabbrica evidente che, pur nei limiti di un suono riconoscibile, non ha mai nulla di scontato.

Eppure… Eppure tutto suona in perfetto equilibrio: non una nota fuori posto, non una nota in più. Tutto il pregresso del post-rock, anzi di quella particolare forma di post-rock “alla canadese”, rimesso in circolo senza timore e remore. Che condensa, ci si perdoni il verbo non proprio adatto alle distanze dei canadesi, impeto e furia, dolcezza e antagonismo, fierezza e lucidità di intenti. We decided no singer, no leader, no interviews, no press photos. We played sitting down and projected movies on top of us. No rock poses. We wrote songs as long or as short as we wanted. Roba a tutto tondo che si muove tra svisate arabeggianti e grugniti da muro del suono in crescendo epico (dentro Mladic c’è il mondo) e romanticismo d’archi che si vela di minacciose nubi (We Drift Like Worried Fire), creando ponti che sono vere e proprie architravi poetiche di rara bellezza.

Le due canzoni del 7”, presenti nella tracklist originale sulla versione cd, procedono invece sulla tangente sperimentale con un avant-cameristica Their Helicopters’ Sing che molto più di quanto sembra ha a che fare con la stockhausiana suite per violini ed elicotteri, e una rarefazione a suon di pulviscolo ambient-noise (Strung Like Lights At Thee Printemps Erable), a dimostrazione dell’ampiezza della tavolozza.

È musica che colpisce e trascina. Che coinvolge e trascende. Era così agli esordi – “We knew that there were other people out there who felt the same way, and we wanted to bypass what we saw as unnecessary hurdles, and find those people on our own. We were proud and shy motherfuckers, and we engaged with the world thusly” –, è così al ritorno.
 

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