Recensioni

C’eravamo lasciati con lo sguardo fisso nel vuoto e orribilmente terrorizzato di Cillian Murphy in Oppenheimer, presagio di morte e distruzione in seguito all’impiego massiccio di quell’arma creata dal suo ingegno (e da quello di molti suoi colleghi). Tre anni dopo, è un altro sguardo a bucare lo schermo, quello di un Matt Damon smemorato e svuotato di tutta la sua astuzia che nella sua Odissea Christopher Nolan trasforma nel testimone ultimo di uno stesso tradimento fatto a tutto il genere umano e che sarà solo il preambolo della sua inevitabile fine. In tal senso, appare come indubbiamente indicativa la scelta del regista anglo-americano di fare un salto indietro nel tempo di quasi tremila anni per mettere in scena le conseguenze del precedente lavoro, proprio a suggerire una ciclicità della storia (e degli errori del genere umano) difficilmente scardinabile, nonostante la fede nell’umanità costituisca da sempre lo scheletro narrativo di tutte le sue opere precedenti.
Non esistono dèi, mostri o pozioni magiche, ma solo uomini e storie. Ciò che conta è il modo in cui si sceglie di raccontarle e infine comprenderle. È in quest’ottica umanista, psicoanalitica e profondamente (geo)politica, indice del caos nella mente del suo protagonista, che Nolan sceglie di narrare la sua Odissea e di raffigurarla come storia universale di uomini in continua combutta tra loro, promulgatori di leggi e costumi ripetutamente infranti e offesi. Troia non è solo la città che ha sottratto Elena (una Lupita Nyong’o che lascia il segno) a Menelao, ma una potenza strategica il cui controllo garantisce il dominio sulle principali rotte commerciali tra Oriente e Occidente. È sorprendente quanto questo paradigma ricordi così da vicino il contemporaneo, quello che oggi vede al vertice una potenza scellerata disposta a tutto pur di mantenere immutato il proprio status quo. L’ultima astuzia di Ulisse al termine di una guerra logorante non è solo un tradimento al comandamento dell’ospitalità (la cosiddetta legge di Zeus, cui il film torna insistentemente), ma soprattutto al patto silenzioso di pacifica convivenza tra uomini. A questo quadro si aggiunge la scelta di affidare un compito così difficile a Damon. Il suo Ulisse funziona tanto nel volto, costantemente appesantito dal rimorso e dalla stanchezza, quanto nella fisicità di un uomo che porta sul corpo il peso di vent’anni di guerra e di un viaggio destinato a consumarlo prima ancora che a riportarlo a casa.

In fondo, l’impostazione antropocentrica fa parte del dna del suo autore. Nel cinema di Nolan gli dèi non arrivano mai davvero: dietro il mistero c’è sempre l’uomo. È un principio che attraversa tutta la sua filmografia. In Tenet il nemico che combatte per il controllo del futuro siamo noi stessi, semplicemente invertiti nel tempo; in Interstellar i misteriosi esseri che guidano Cooper si rivelano essere gli uomini del futuro; in Inception il vero campo di battaglia è la mente umana; in Dunkirk la salvezza non discende dal cielo, ma dalla volontà collettiva di uomini comuni. Anche in Odissea la logica è la stessa: gli dèi sopravvivono come racconti, simboli e credenze, mentre il destino continua a essere plasmato dalle scelte degli uomini, dalle loro ambizioni e dai loro errori.
Si potrebbe accusare Nolan di essere fin troppo razionalista, e in fin dei conti anche Odissea né è un esempio evidente. Il primo e secondo atto sono meccanicamente intrecciati fra loro in modo tale da convergere nel poderoso finale ed è proprio questo rigore architettonico a sostenere il ritmo del film. Nonostante una durata vicina alle tre ore, la narrazione mantiene costantemente alta la tensione, trovando nell’ultimo atto una progressione spettacolare che rappresenta uno dei finali più potenti mai messi in scena dal regista. È ammirevole come Nolan abbia saputo costruire nel tempo e nel corso di una carriera che ormai conta ben 13 lungometraggi, un percorso sorprendentemente coerente, fedele a un insieme di principi narrativi e formali ben definiti. Il suo cinema si muove entro coordinate precise, fatte di strutture complesse, rigore concettuale e una costante riflessione sul tempo, sulla percezione e sul potere dei racconti.

«Cosa ricordi?», chiede Calipso a Ulisse, che nel frattempo ha trascorso gli ultimi sette anni sull’isola della ninfa, e la mente torna con prepotenza a Memento e alla lotta del protagonista per riappropriarsi della propria identità perduta (ma che probabilmente non recupererà mai). E proprio sull’importanza dei ricordi, delle storie e della loro comprensione si focalizza gran parte della narrazione. Persino la scelta di Travis Scott sembra rispondere a questa logica. Il suo intervento musicale non rompe l’universo di Omero, ma ne aggiorna la tradizione: il canto epico dell’aedo diventa rap, e ciò che sopravvive è la medesima necessità di trasformare la memoria in racconto. Anche qui Nolan non mette in dialogo due epoche, ma due linguaggi che condividono la stessa funzione.
Personaggi poi come Telemaco (inaspettatamente, Tom Holland funziona molto bene) e Penelope (una grintosa e convincente Anne Hathaway) sono circondati da storie. Confinati in una Itaca desolata e senza guida, sono costretti a fare i conti con la reputazione di un trono che poggia su racconti che arrivano da lontano e per questo difficilmente confutabili. Il figlio del re si reca quindi a Sparta da Menelao, per apprendere altre storie da altre fonti (qui, a sua volta viene a conoscenza della fine di Agamennone in uno dei passaggi più incisivi e perfettamente congegnati della storia) e per plasmare e costruire attorno ad esse la sua realtà e il suo futuro.
Alla fine del viaggio, ciò che resta non è tanto il ritorno a Itaca quanto la consapevolezza che ogni civiltà porta in sé il germe della propria distruzione. È lo stesso pensiero che tre anni fa si rifletteva negli occhi atterriti di J. Robert Oppenheimer e che oggi riaffiora in quelli svuotati di Ulisse. Cambiano i secoli, cambiano le armi e i racconti con cui giustifichiamo le nostre guerre, ma non cambia l’uomo. E forse è proprio questa la più grande ossessione del cinema di Christopher Nolan: ricordarci che i mostri, gli dèi e la fine del mondo non arrivano mai da un altrove ignoto e lontano. Hanno sempre il nostro volto.
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