Recensioni

Una caratteristica che ha contraddistinto l’era Amadeus a Sanremo è stata quella di coinvolgere regolarmente i numeri 1 della classifica FIMI. Per tre anni consecutivi l’ex anchorman della rete ammiraglia ha reclutato artisti che nei mesi precedenti avevano fatto il pieno di streaming, garantendosi così un nome appetibile per la fascia più giovane. Vedi Rkomi con Insuperabile o Lazza l’anno successivo con la ben più fortunata Cenere.
Per l’ultima edizione il nome da spendere era, giocoforza, Emanuele Palumbo, meglio conosciuto come Geolier; profilo conosciutissimo da una parte di pubblico ma totalmente estraneo ad un altro target di spettatori (e di giornalisti, ma questa è un’altra storia). Per il suo ingresso nel vero mainstream, il partenopeo ha scelto un pezzo funzionale, I p’ me, tu p’ te, ricalcando proprio la lezione di Lazza: un rap (rigorosamente in dialetto napoletano) su cassa dritta, con ritornello aperto e qualche innesto alla Fred Again... una produzione che rischiava di infettare Dio lo sa ma che in realtà s’inserisce in una più corposa palette.
Il rischio di una virata netta verso il pop c’era. Soprattutto per un rapper dotato di una spiccata intuizione melodica, catchy e fortemente identitaria. Ma a conti fatti il nuovo progetto si presenta come un rafforzamento della via già presente nel fortunato Il coraggio dei bambini. Quello che cambia è l’inquadratura, che passa dalle istantanee street popolari a racconti più introspettivi.
Nulla di nuovo sotto il sole, ovviamente: Palumbo si concentra su argomenti triti e ritriti (struggle post successo compreso, ormai un evergreen). La nota positiva è che lo fa alla sua maniera, rendendo tutto più godibile e sopportabile. Accade nel flex di 6 milioni di euro fa, aforisma in cui sciorina uno straight flow su un beat statico, o nella più melodica Emirates, dove svetta anche la voce di Mavi Gagliardi. Poi chiaro, stiamo pur sempre parlando di un disco rap del 2024, dunque con una durata titanica (sono 21 i brani in scaletta), un approccio al rap ibrido e un comparto di feat di grido seppur in questo caso abbastanza contenuto (sono otto, “pochi” per il trend degli ultimi tempi).
Shiva, tornato ai domiciliari dopo aver passato sei mesi in carcere, si palesa nel tappeto a sfumature funk confezionato da Mace e Shune in Una vita fa, probabilmente il passaggio più radiofonico del lotto insieme a Episodio d’amore. Non può mancare poi la tassa Sfera Ebbasta (Io t’o giur’) in una produzione curata da Dardust. Destinato a funzionare anche l’inedito duetto con l’argentina Maria Becerra in Bella e brutta notizia, suadente e funzionale sfumatura latin il cui arpeggio di chitarra ricorda l’outro di Personale, pezzo presente ne I letti degli altri di Mahmood.
Tuttavia è quando il napoletano toglie le sterzature che il disco regala i migliori momenti. Presidente (firmata dal fedelissimo Dat Boi Dee con Kermit) è Geolier in purezza con tanto di sample di Wishing on a Star dei Rose Royce (noto grazie a Jay-Z), mentre non è stucchevole il gran esercizio di stile di Nu Parl, Nu Sent, Nu Vec. Sia la title track che El Pibe de oro sintetizzano poi il gioco di prestigio del napoletano, un fuoriclasse nel miscelare flow non scontati combinandoli con frammenti più facili mantenendo comunque ben salda la realness, concetto cardine della sua poetica. Ma se anche le vie di mezzo funzionano (come nel caso del pezzo sanremese o della sparata a tutto autotune Si Stat’tu), tutto crolla quando l’urban è messo di lato, vedi l’atroce L’ultima poesia con Ultimo.
Dio lo sa a livello di struttura non ha niente di diverso rispetto ai tanti dischi rap italiani usciti di recente. Ma l’abilità di Geolier è quella di camuffare un trend discografico ormai radicato grazie ad un talento ed una personalità ben oltre la media, dove il brand Napoli è in realtà solo un espediente per esaltare la grande tradizione italiana (non è un caso il campione di Love in Portofino di Fred Buscaglione nella conclusiva Finché non si muore). L’album racchiude quindi sì il modus operandi contemporaneo, ma a differenza di altri (pensiamo a Capo Plaza o Massimo Pericolo), appare sincero e per niente artificioso. Sicuro istant cult.
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