Recensioni

Molti non sanno che, in aeronautica, il pilota automatico può essere attivo quasi per tutto il tempo del volo (il 98% della durata per essere precisi). Soltanto le manovre particolarmente complesse come rullaggio, decollo e atterraggio sono controllate dall’uomo. Il resto (controllo della quota, della velocità o della navigazione tra le altre cose) è invece affidato al rinomato dispositivo di assistenza, particolarmente calzante per descrivere Le cose cambiano, terzo album in studio di Massimo Pericolo.
Un lavoro che, pur ripagando in termini di stream (il disco è attualmente primo nella classifica FIMI) cozza non poco con l’immagine di un artista presentatosi cinque anni fa con la fame di chi voleva prendere per il collo il rap italiano. Il filone è quello massimalista cavalcato da Tedua, la strategia comunicativa quella del miglior Fabri Fibra.
Di Fibra, oltre le crudezze di alcuni testi (caratteristica del nostro fin dall’esordio), c’è soprattutto l’idea del titolo. “Le cose cambiano” rimanda a memoria quel Tradimento, l’album con cui il rapper di Senigallia voltava le spalle all’undeground pubblicando per la prima volta su major. Nel suo caso l’approdo a un hip hop mutaforma che spesso fa rima con pop, proprio come quello proposto da Tedua nel fortunato La divina commedia, un disco contrassegnato da generi, stili e approcci differenti, perfetto per playlist e Tik Tok.
Scialla Semper di Massimo Pericolo è un cult che trasuda urgenza artistica, scuote l’ascoltatore con un sound marchiato a fuoco dai Crookers, con passaggi Conscious d’alto profilo (Sabbie d’oro e la title track) e squarci massicci hardcore (7 miliardi). Un’attitude che già nel deludente Solo tutto risultava molto più blanda, l’anticamera di ciò che succede in quest’ultima prova, malgrado un decollo e un atterraggio che, presi singolarmente, sembravano descrivere qualcosa di molto diverso rispetto al reale contenuto del progetto.
Di fatti take off è promettente: in Massimo Pericolo (intro) l’artista stila un elenco di negazioni per descrivere la sua identità («Massimo Pericolo non è family-friendly, Massimo Pericolo non segue mode stupide, Massimo Pericolo non segue tiktoker», dice Vane nel testo) con un piglio che sembra riprendere la garra delle origini. Una dichiarazione d’intenti che lascia presagire fuoco e fiamme ma che, in realtà, si disperde in un territorio mellifluo, prudente e ciò che è peggio attivando il pilota automatico, saltando da un sapore all’altro servendosi di numerosi feat utili per giustificare una costruzione di un mosaico che non ha nulla di coerente se non la finalità: realizzare un prodotto da classifica.
Non basta inserire qui e lì qualche verso apparentemente scomodo, politico o sociale. La verità è che Massimo Pericolo è diventato (a suo modo) rassicurante. Lo dimostra Diluvio, l’immancabile episodio con il sopracitato Tedua costruito ad hoc per colpire un certo target, lo dimostra il funkettino usurante di Di Persona (con Guè), il ritornello agghiacciante su cassa dritta di Totoro 2 o, peggio ancora, quello di Ciao Frate che sembra riprendere una cantilena degna di Mr Rain. Le produzioni di rilievo ci sarebbero anche (vedasi l’elettronica a matrice dream di Povero Stronzo firmata da Crookers), ma spesso la penna dell’autore risulta (volutamente?) non all’altezza del tappeto sonoro a disposizione.
Nell’atterraggio, affidato all’introspezione di Non parlarmi (Outro), si torna ad ascoltare qualche scampolo del Pericolo che fu, con un topos che ricalca in modo meno aggressivo gli stilemi dell’apertura, ma il dado (leggi quattordici tracce) è abbondantemente tratto. E da un talento del genere era doveroso aspettarsi non di più, bensì altro.
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