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Ormai è chiaro. La trap italiana vuol farsi grande e punta all’introspettivo ma la strada da percorrere è ancora lunghissima, come conferma Ferite, il terzo album in studio di Capo Plaza, sbandierato come l’inizio di un percorso di maturità.
Il rapper salernitano è uno di quelli che ha fatto i numeri, quelli veri, collezionando sessantuno dischi di platino e trentuno d’oro dal 2018 ad oggi con due album – 20 e Plaza – e una carrellata di singoli di grande presa. Un successo travolgente che come spesso accade a chi brucia le tappe, presenta la sua dark side con le sue sofferenze, paura e ansia.
Da qui nascono le Ferite che hanno lacerato anima del protagonista negli ultimi anni entrato ufficialmente nella sua fase Bottiglie-privè con tutto un parco riflessioni e superficialità al seguito. Una pesantezza espressa in 18 capitoli in cui sincerità e artificio si confondono.
La title track introduttiva, con tanto di gospel in background, e il flow del rapper retto da un timbro più spossato del solito, non è manco male. La successiva (già edita) Acqua passata, dal mood simile e tiro praticamente pop (c’è Ava dietro quasi tutti i pezzi), è pure ben costruita. I problemi arrivano dopo: un estenuante piano sequenza sullo stesso tema che non trova mai la quadra, non allarga lo spettro e finisce per perdersi.
C’è poco da stringere. Nell’ormai solita formula playlist si passa dai feat che non incidono (Money rain con Lazza, Ancora qua con Tedua) ad altri tutto sommato interessanti come No Drama, dove è curioso il modo in cui viene impegnata la voce di Mahmood, sovrapposta a quella di Plaza stesso nell’inciso. C’è poi un’Annalisa non sfruttata a dovere nella sciatta No memories. Paradossalmente (o forse no), il trapper incide quando torna all’usato sicuro, vedi la parentesi drill di Non c’è love, il passaggio a tutto clubbing di No Drama (con Anna) o la comunque divertente Baby girl, omaggio alla 21 questions di 50 Cent e Nate Dogg.
Al momento dietro questa introspezione del mondo trap/urban c’è solo evanescenza. Lo abbiamo visto con Rose Villain, ne abbiamo avuto la conferma con il davvero deludente ultimo disco di Baby Gang e adesso anche con questo Ferite. Se il conscious deve essere banale, tanto vale tornare alla classica triade soldi-sesso-puttane, leitmotiv inoffensivo che avevamo già imparato ad ignorare.
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