Recensioni

Ho voluto bene agli Elbow fin da subito. Dalla primavera del 2001, più o meno. La situazione era fluida anzi scivolosa, grandi cambiamenti si annunciavano, non necessariamente positivi: era tutto un accumularsi di presentimenti ambigui, grande confusione sotto il cielo mentre le prospettive di espansione si impastavano a scenari di collasso più o meno imminente. Mi riferisco alle sorti del nostro amato rock, certo, ma si trattava di uno stato d’inquietudine generale, su cui Asleep In The Back piovve come una specie di balsamo. Non lo definirei esattamente un album epocale, no, ma comunque rappresentò una tessera importante del mosaico piuttosto nevrotico che costituiva lo zeitgeist di quei giorni così strani. I mancuniani ebbero il merito di ribadire il concetto due anni più tardi con un album altrettanto ispirato come Cast of Thousands: a quel punto si era oltre l’11 settembre, coi paradigmi che crollavano uno dopo l’altro, a partire da processi più marginali e senza troppa importanza come la vaporizzazione dei supporti e la liquefazione dei contenuti. Tra le altre cose, si faceva largo il sospetto che non sarebbe stato un disco a salvarci la vita, mai più.
Come non volere bene agli Elbow, quindi? Con quell’aria da romantici depressi della porta accanto, con quei testi che sembravano colare da mensole incasinate per i troppi libri (non necessariamente contemporanei), con quel lirismo capace d’impennarsi vertiginoso e di atterrare sempre ad altezza d’uomo, con quei dischi – soprattutto – intrisi del fervore storto e cocciuto di chi è convinto – di chi sa – che in ogni canzone potrebbe cel(ebr)arsi un pezzetto di salvezza o, almeno, di redenzione? Impossibile. Io, appunto, volli loro bene fin da subito. Ma questo trasporto affettivo non mi ha impedito – mai – di avvertire una mancanza, che disco dopo disco si ripresentava, rinnovata ma sostanzialmente identica. Risultato: non mi sono mai davvero appassionato alla loro musica.
Flying Dream 1 è il loro album numero nove in – appunto – vent’anni e offre un’occasione intrigante per chiarire questa mia idiosincrasia (che certamente è solo mia, ma tant’è: a me è toccato scriverne). Si tratta di un lavoro che molto deve al lockdown, durante il quale i cinque si sono tenuti in contatto attraverso messaggi notturni, covando musica in isolamento e interagendo in videoconferenza (vedi le “elbowrooms” pubblicate su Youtube), finché al momento di riunirsi – parole del buon Guy Garvey – “tutto quello che c’era da fare era registrare le canzoni”.
Come sala d’incisione i Nostri hanno scelto il Brighton Theatre Royal, costretto nel triste 2020 a un lungo periodo di chiusura per la prima volta in duecento anni di vita. Oltre a restituire simbolicamente pienezza a quella gloriosa location, l’intenzione era svincolarsi dalla consuetudine e inseguire un “respiro” più ampio e al tempo stesso intimista, una grammatica insomma che comprendesse il vuoto e la mancanza di una direzione prestabilita, detto che le coordinate – sostiene sempre Garvey – puntavano dalle parti di Talk Talk, John Martyn e Kate Bush, così come di Chet Baker, Van Morrison, Blue Nile e persino PJ Harvey (presumo la versione meno impetuosa).
Parliamo quindi di una leggerezza, come dire, abitata da molte suggestioni anche se non affollata, un equilibrio da cui il linguaggio degli Elbow sembra in definitiva guadagnarci, nella misura in cui la loro attitudine al lirismo – spesso spinto fino a un’enfasi che non fa sconti – si stempera con la disponibilità alla tregua emotiva, alla divagazione pacata ma puntigliosa, a sintonizzare frequenze mai tanto prossime al silenzio. Tra le principali conseguenze c’è l’affiorare di una vena soul marezzata gospel che, da sempre sullo sfondo del loro codice, va a ridisporsi su trame più sottili e spampanate, con effetto neanche troppo vagamente jazzy per la fragranza timbrica e il gusto di certe improvvisazioni minime (sia centrali che marginali rispetto al suono).
In questa dimensione volutamente sospesa e aleatoria, le canzoni sembrano fermarsi sulla soglia del bozzetto o poco oltre, si “accontentano” di forme più levigate, sbiadiscono le distinzioni tra strofa, ritornello, variazione, bridge eccetera. E funzionano proprio per questo: perché perdono l’assertività accorata che costituiva il cuore contundente del verbo Elbow, quello struggimento epico distillato dal pop progressivo (pur ricondotto nell’alveo del rock cantautorale o cosiddetto alternativo) utilizzato come carburante di un meccanismo liberatorio che girava e accelerava fino a che, soddisfatto, non ne restava che un serbatoio vuoto. Stavolta invece il motore mantiene marce lunghe e distese, la velocità di crociera è sufficiente anzi sembra essere quella giusta per coprire il percorso e cogliere i dettagli strada facendo. Risultato: è la prima volta che un loro disco non inizia stancarmi dopo quei quattro/cinque ascolti.
Certo, non tutti i difetti vengono meno, anzi qualcuno ne risulta addirittura enfatizzato: misurandosi su un terreno in cui, come detto, valgono le leggi chiaroscurali del jazz, del soul meditativo e – a tratti – del pop orchestrale, emerge quanto gli Elbow siano una band intrinsecamente normale, priva ad esempio dell’anomalia canterburiana di un Wyatt, della disponibilità a sporgersi sul crinale del silenzio come un Mark Hollis, degli spettri letterari iridescenti d’una Kate Bush, delle fragranti allucinazioni folk-blues di un John Martyn e via discorrendo.
Tra possedere e non possedere queste chiavi espressive passa tutta la differenza del mondo: le canzoni di Flying Dream 1 sono belle, sono ammalianti, ti ospitano con garbo nel loro recinto di tristezze oniriche e agrodolci, ma alla fine evaporano lasciando tutto sostanzialmente immutato. Ti intrattengono, insomma, con grazia indolenzita, persino con passione. E se lo fanno bastare. Si bastano. Avverti la sensazione che, malgrado le intenzioni e le sacrosante ambizioni di Garvey e soci, non intendano fare altro che questo: intrattenere con lo spettacolo d’arte (abbastanza) varia di una malinconia lasciata macerare in un brodo di tiepida accortezza. Non è poco, ma non è neanche molto.
I pezzi che preferisco sono la lunare After The Eclipse, la scivolosa Six Words (“I’m fuzzy, I’ve stumbled onto/Some heavenly escalator”), la siderale Come On, Blue (come dei Lambchop sul punto di decollare Flaming Lips) e il valzer madreperlaceo di The Seldom Seen Kid (sì, il titolo è lo stesso del loro quarto album e si riferisce a Bryan Glancy, un musicista di Manchester loro amico, morto nel 2006). Tutti i dieci pezzi comunque si mantengono una spanna al di sopra della sufficienza. Nessuno di loro sembra disposto ad aprire ferite, suggerire fratture o arrischiarsi sull’orlo di chissà quale abisso: non ne hanno bisogno. Sono il corrispettivo di un buon tè con poco zucchero nel mezzo di un pomeriggio fin troppo invernale, e di una poltrona accogliente, senza crepe in cui precipitare.
Tirate le somme, che dire? È un buon disco, probabilmente il migliore che potessi attendermi dagli Elbow dopo tutti questi anni. Ma non credo di avere risolto i miei problemi con loro.
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