Recensioni

Il difficile secondo disco. Ebbene sì, è tempo di aggiornare
i luoghi comuni del rock: visto il fitto proliferare di new releases tutte scafatissime, allineate alla wave del momento e in sella a produzioni onerose, la cosa più difficile sembra diventata sopravvivere al proprio stesso apparire sulla scena, alla particella di novità rappresentata da un altro nome, un altro titolo, un altro fenomeno che tira le fila del gioco.
Chi sono gli Elbow? Ah sì, quelli di Asleep In The Back, pop struggente e ombroso, qualche ottimo spunto, arrangiamenti perlopiù ipertrofici, voce tra il collasso ipoglicemico ed il suicidio, palpabile propensione prog però addomesticata entro canoni soul, folk ed elettronici. Un buon disco quel loro esordio, la cui mancanza di misura pareva forma sensibile di una capacità compositiva non comune e allo stesso tempo cartina di tornasole dei propri limiti. Come se complicare e ispessire le trame, come se estenuare l’interpretazione fin sull’orlo del parossismo avesse potuto in qualche modo redimerne la colpa, d’essere cioè poco più che bravi, mediamente talentuosi, un bel po’ meno che geniali. Anche per questo, non è che attendessi la loro seconda prova con ansia. Però eccola qui e non mi spiace per nulla doverci fare i conti. L’impressione è che il primo obiettivo dei mancuniani sia stato proprio rintracciare quella benedetta misura allora così caparbiamente disattesa: difatti le orchestrazioni si presentano sofisticate (una cura per certi microsuoni
ai confini del glitch) ma sobrie, sempre sotto controllo, organiche; le ritmiche sbuffano con una certa flagranza; le strutture si dipanano indolenzite attorno al proprio fusto melodico, e lì concentrano il loro raggio d’azione.
E’ palpabile un senso di accorata disciplina, che tuttavia – ahilei, ahiloro – emana talora un senso di timore. Vale a dire, se traspare sottopelle la ben nota generosità emotiva, sembra avere le ali tarpate, sembra sbattersi sotto una campana di vetro, si avverte chiaramente un’aria da freno a mano tirato. Ecco di nuovo quel non saper andare oltre, quel non sapere dominare in pieno la materia e quindi il rifugiarsi su ordinarie strutture da ballata, senza ricavare alcunché d’inaudito malgrado lo sfarfallare dei preziosismi, unica consolazione un certo rispettabile equilibrio (ok, non è poi poca cosa).
Ne risulta un’atmosfera – come dire? – intorpidita in cui si fa luce una decisa impronta black, spirituals angelici (l’iniziale Ribcage, che qualcosa deve ai Blur di Tender) e tribalismi in vena di mistero (su tutte Grace Under Pressure), che a dire il vero sembrano più scenografie che altro, sembrano una location di comodo che spinge il mood dell’insieme nel grembo di un disarmante fiabesco noir, al cospetto di un esotismo posticcio, riprocessato ad uso, consumo e misura dell’occasione. A cui si finisce col non credere.
Non mancano tuttavia occasioni d’interesse: folk bagnati in una specie di psych cupa (vedi il breve outro Flying Dream 143), gli sbuffi energetici dal motoristico ardore (il rigurgito new wave di Fallen Angel), brumosi spurghi d’anima (come nel sordido jazz blues I’ve Got Your Number, memore di un fraseggio hendrixiano), lo sguardo gettato nel nero del cielo (la mestizia sospesa – e francamente stucchevole – di Switching Off e Crawling With Idiots, il trepido doppio cuore dell’opera). Poche le manovre d’alleggerimento, col risultato che sembrano un po’ fuori luogo: come la saltellante Snooks (con quel deragliamento strozzato di corde – vocali? – a ricordare le schegge industrial-prog nell’ultimo Gabriel) o il prodigarsi sostenuto di Not A Job (tra Every
Breath You Take dei Police e Let Down dei Radiohead).
Nel complesso è un disco sufficiente, malgrado alle tracce difetti un po’ di respiro, sembrando sogni impagliati, fantasie fuori corso. Come ossigeno che si dilegua per assenza di gravità (vedi l’apnea emozionale di Fugitive Motel, valzer notturno con sfarfallanti implicazioni jazzy), come una visione inguaribilmente timorosa di se stessa. Se il primo disco è stato una rincorsa eccessiva sul trampolino, questo Cast Of Thousands sembra una spinta opportunamente (necessariamente) trattenuta, in cerca di compensazione. Resta da vedere che tuffo ne uscirà. Eh, proprio così: il difficile terzo album.
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