Recensioni

6.8

Strano il mio rapporto con gli Elbow. Non li ho mai particolarmente amati, trovando sovraccarica la loro cifra espressiva e soprattutto limitata ad un mood grave che ne circoscrive drasticamente il campo d’azione. Insomma, non è una band da cui mi possa aspettare qualcosa di sorprendente, però è una situazione che ho accettato di buon grado. Ovvero, ho finito per rispettare la loro coerenza, la sincerità nell’insistere a fare quello cui evidentemente sono più portati. Diversamente non sarebbero stati credibili, perché il loro gioco si sostiene fintanto che riescono a tenere alta la temperatura del lirismo, una pozione a base di malinconia, atmosfera, inquietudine e vaga animosità.

Tuttavia in tempi recenti ho piuttosto gradito la raccolta di b-side e rarità Dead In The Boot, forse proprio per la sua natura di compilation benedetta da una evidente disinvoltura rispetto ai loro standard, pur rimanendo Elbow-sound fino in fondo. Sarà per questo strascico favorevole che il nuovo lavoro The Take Off And Landing Of Everything – album numero sei a tre anni dal predecessore Build A Rocket Boys! – continua a sembrarmi apprezzabile. Di certo non si raggiunge l’intensità dei primi lavori, però ci sono meno pastoie stilistiche e maggiore agilità. L’impressione è che con la maturità le giunture si siano allentate, irrobustendo la consapevolezza che tenere premuto il gas ad oltranza può essere alla lunga controproducente.

C’è un tempo per ogni cosa insomma e adesso per Guy Garvey e compagni sembra essere arrivato quello per decantare e variare sul tema, procedendo ad una sapiente velocità di crociera. Le dieci tracce si presentano quindi un pizzico più rilassate, libere di porre maggiore attenzione alle particelle elementari (il valzer lunare a base di contrabbasso jazzy e tastierina Radiohead di The Blanket Of Night, l’aspersione pop-soul tutta tamburelli, organo e chitarra di This Blue World) e d’inseguire l’insolito (il drumming robotico scosso da brontolii gospel di Honey Sun, l’ibrido errebì su striminzita drum machine di Colour Fields), azzardando talora ambiziose alzate d’ingegno (i capricci incandescenti di chitarra ed il bailamme di fiati di Fly Boy Blue/Lunette, il crogiolo luccicoso e i ricami rapsodici della title track, come un Canterbury surriscaldato Beta Band).

Se la tensione noir di Charge spinge il ben noto impeto fino ai limiti del gotico, con New York Morning e Real Life (Angel) le antiche scorie Peter Gabriel tornano preponderanti ed aumenta il senso di cliché, un po’ come in quella My Sad Captains che pure condisce la portata con vampe gospel e toccanti pennellate di tromba. Insomma, non sarà per dischi come questo che gli Elbow saranno ricordati, però non siamo neppure alla frutta.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette