Recensioni

7.1

Aspettavo da tempo un cambio di passo dagli Elbow. Insolito ritrovarli in un contesto lontano da timbriche umbratili, divenute croce e delizia per il quartetto guidato da Guy Garvey. Se un primo seme era stato già piantato all’ombra di Dead In The Boot (raccolta di b-sides), Little Fictions fiorisce in una luce abbagliante (come per l’artwork in stile graphic novel) che però resta sempre in linea con quel suono malinconico tipicamente Elbow, solo più maturo e godibile nel suo essere benedetto da un leggero manto pop. Non è nemmeno così dolorosa l’uscita di scena del batterista Richard Jupp, rimpiazzato dalle geometrie sonore importate dal tastierista e sound designer Craig Potter, tra gli artefici del nuovo corso della band di Manchester.

Si riparte dal suono, dal ritmo. Soprattutto dalle tessiture narrative, meno nervose ed incredibilmente ariose, annunciatrici di una stagione complessa ma a cui non bisogna abbandonarsi passivamente. Garvey non smette d’indagare i sentieri del quotidiano, scavando nella contemporaneità e perdendosi tra le maglie di un amore salvifico (forse lo specchio del recente matrimonio con l’attrice Rachael Stirling) che a quarantadue anni suonati può ancora una volta rimetterti in piedi. A risentirne è il tutto delineato e qui trasfigurato dagli Elbow: i guizzi melodici di Magnificent (She Says), i pattern ritmici di Gentle Storm, così come quel sapore eighties che pizzica in gola ad All Disco, istantanea in bianco e nero da groppo in gola e alla stregua del miglior Morrissey. E poi, ancora, la voce rassicurante di Garvey, mai così determinante e capace di entrarti sottopelle con quella leggerezza pop-rock di cui si tinge per intero Little Fictions. Cerchio magico dove s’incontrano le suggestioni di un consumato Samuel T. Herring (Head For Supplies), così come venature elettro-soul (Firebrand & Angel) e intensità emotiva à la R.E.M (Kindling).

Li senti ridacchiare indistintamente in coda all’album, gli Elbow. Little Fictions potrebbe rappresentare un nuovo spartiacque per la band, dove la formula alternative incontra (finalmente) un pop cristallino ed inaspettatamente profondo. Fanno bene allora a sorridere, anche se, mentre li ascolto, c’è quel velo di benefica tristezza che spinge e prova ad emergere in superficie.

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