Recensioni

Con le dichiarazioni rilasciate dal gruppo sul loro nuovo corso artistico ed in particolare sull’ambiziosa scelta di abbinare alle undici canzoni diLeaders Of The Free World una sorta di videoclip-movie parallelo, più d’uno si era sentito in dovere di cercare riparo in un luogo sicuro e asciutto.
Concepito come una sorta di trovata a metà strada tra i light show psichedelici e gli esperimenti della factory di warholiana memoria, il progetto visivo ha avuto una notevole influenza sulla musica, stando a quanto dice il leader della band Guy Garvey, assumendo così un ruolo piuttosto centrale all’interno della nuova opera.
Posto che anche i meno scettici dovrebbero insospettirsi quando dei musicisti rock cominciano ad occuparsi più del contorno che della portata (nel classico e purtroppo diffuso delirio di onnipotenza artistica a tutto tondo), gli Elbow dimostrano comunque un certo coraggio nel partorire un disco come questo: cinquanta minuti in cui la costruzione delle canzoni, fondata com’è sulla struttura strofa-ritornello, non potrebbe essere più tradizionale.
L’unico trait-d’union con i precedenti lavori finisce così per essere solamente l’attenzione ed il gusto per il dettaglio, in una naturale ma incomprensibile prosecuzione dell’opera di scarnificazione degli arrangiamenti: ridondanti ai tempi di Asleep In The Back, asciutti e talvolta ai limiti dell’essenziale oggi. A farne le spese sono sostanzialmente i synth e le chitarre elettriche, quasi scomparse in favore di quelle acustiche. Ma se il risultato è un album meno cupo e claustrofobico, il sound distintivo della band, così ripulito dai preziosi orpelli, è andato a farsi benedire ed anche la vena compositiva mostra segni di stanchezza.
Nonostante ciò, non si può certo dire che le belle canzoni manchino ed è piacevole farsi trascinare nell’aggraziata inquietudine di The Stops, uno dei pochi passaggi insieme a Everthere, in cui la voce di Garvey non sembra in pericolosa involuzione. Tra le canzoni risparmiate dal caro-arrangiamenti a farsi preferire sono poi la (moderatamente) elettrica Mexican Standoff e la Blur-iana titletrack.
Per i molti ascoltatori che si erano accostati agli Elbow grazie all’oscuro fascino del già citato e fortunato esordio e che già nel successivo Cast Of Thousands avevano constatato un’incrinatura nella scorza artistica della band, questo terzo disco non potrà che rappresentare un ulteriore passo indietro. Chi, al contrario, ha apprezzato i picchi d’intensità raggiunti con alcuni frangenti del secondo disco (benché manchi una nuova Fallen Angel o una Powder Blue ) si delizierà con questa nuova manciata di sensibili motivetti pop.
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