Recensioni

6.5

Una domanda apriva New Kind of Normal (2017), canto del cigno del trio indie-punk americano Cayetana: «Is there a way out of this?». A porsela era la cantante e chitarrista Augusta Koch, che con quell’album metteva in scena senza indugi l’abisso di depressione e dipendenze in cui stava sprofondando. È sotto il segno di quell’interrogativo che si è svolta l’intera parabola dei Gladie, progetto camerettistico avviato nel 2018 da Koch con il compagno e polistrumentista Matt Schimelfenig, arrivato ora con No Need To Be Lonely (Get Better Records) alla sua terza uscita. Dopo il ripiegamento lo-fi pop di Safe Sins (2020) e lo snodo più rumoroso e spigoloso di Don’t Know What You’re In Until You’re Out (2022) – il disco della dolorosa conquista della sobrietà –, Koch prova qui a sciogliere quell’interrogativo con due mosse: abbandona l’autoproduzione affidandosi a un luminare del DIY come Jeff Rosenstock e incidendo in presa diretta, su nastro, all’Atomic Garden di Jack Shirley in California, e semplifica le trame sonore per riconnettersi alle Cayetana delle origini – quelle di Nervous Like Me (2014) – recuperandone i materiali per provare a costruirci un presente abitabile.

Il risultato è un album dal calore analogico, di chiara matrice pop-punk con derive folk e cantautorali, radicato nella scena alternativa americana di metà anni ‘90 – primi 2000. La stella polare dello snellimento compositivo, per ammissione della stessa Koch, sono i texani The Marked Men, capaci di innestare ganci pop irresistibili in architetture punk. Non stupisce dunque che un blocco consistente dei dodici brani dell’album – da Push Me Down a Car Alarm, da Brace Yourself a Lucky For Another – rievochi le melodie trascinanti e le dinamiche loud-quiet-loud di Muffs, Weakerthans e Superdrag, con i Guided By Voices più movimentati sullo sfondo. Questi ultimi si sentono soprattutto nella title track in incognito, I Want That For You, dove i BPM salgono e le chitarre si fanno più sporche e sabbiose senza che si perda immediatezza pop. L’album, a ogni modo, non si esaurisce interamente in orecchiabili cavalcate punk, ma si concede momenti raccolti, dalla ballata rock à la Tracy Bonham (Fix Her) alla deviazione folk americana che richiama la Liz Phair dei Girly-Sound Tapes (I Will If You Will). Quali che siano i modelli di riferimento, centrale rimane sempre la performance vocale di Koch, il cui timbro ruvido à la Kim Shattuck che minaccia costantemente di frangersi in un urlo, non è più sommerso dal delay e dalle distorsioni – quasi a non volersi più nascondere nella sua ricerca di un equilibrio autentico – a differenza di quanto accadeva negli album precedenti dei Gladie.

E in quella voce che smette di nascondersi sta la risposta insieme spiazzante e dimessa che il disco oppone alla domanda di dieci anni prima: non c’è nessuna via d’uscita – nessun altrove in cui la depressione non ci sia – e proprio questo, suggerisce Koch, è il punto. La sobrietà le ha tolto l’anestesia, consegnandola a una vita sentita per intero, in cui anche le giornate storte vanno attraversate a viso aperto («I have bad days too, but I still / Feel the shock in my skin», canta in Push Me Down) e la ricaduta, sempre dietro l’angolo, è raccontata senza autoassoluzioni in Car Alarm. Da qui la mossa del titolo: se non si può smettere di essere depressi, si può però non esserlo da soli – «If you stick around I’ll stick around / Now there’s no need to be lonely», promette in I Want That For You, dopo aver vagato per una città deserta all’alba. È ciò che la presa diretta di Shirley traduce in suono – non l’evasione in un altrove, ma la compresenza dei corpi che suonano insieme –, e che tocca il suo apice in Future Spring, dove nove voci convergono in un unico verso sommerso nel mix – «Hey, you’re invited and we’re glad you’re here» – che richiama You Are Invited dei Dismemberment Plan. Tra loro, le ex-Cayetana Olsen e Anka: un ritorno al passato che si fa recupero di connessioni nel presente.

Eppure è proprio nel rapporto con le proprie radici che il disco mostra il fianco. Quando Unfolding, nel finale, riduce la nostalgia a «fool’s gold», Koch non rifiuta il passato in sé, ma il passato come rifugio immaginario in cui rintanarsi anziché come materiale per un cambiamento. La distinzione è netta e consapevole, ed è qui il paradosso: quel recupero di connessioni è reso udibile nel metodo – la stanza, il coro sommerso – ma resta lettera morta nella forma-canzone. Il risultato è un revival di un revival che, per quanto ben eseguito e per nulla nostalgico nelle intenzioni, evita di correre veri rischi: la posta in gioco di Koch non trova un’esperienza formale altrettanto radicale del suo assunto. No Need To Be Lonely è, più modestamente, il documento sincero e ben fatto di una musicista che ha imparato ad attraversare i propri abissi restando a galla a portata di mano degli altri. Non è poco, anche se non è tutto.

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