Recensioni

Collaboratori da una vita in una pletora di progetti tra musica, performance e arti visive, i coniugi Alexander Hacke (ex Einstürzende Neubauten) e Danielle de Picciotto pubblicano dischi sotto la ragione sociale hackedepicciotto da circa un decennio. La loro traiettoria ha inizialmente approfondito il concetto di “meditation soundtrack”, muovendosi tra le atmosfere più oscure di Menetekel e quelle più luminose di Joy, per poi riallacciarsi alla dimensione industriale con The Current, ampliare il respiro orchestrale in The Silver Threshold e approdare alla dimensione più cameristica di Keepsakes, registrato all’Auditorium Novecento di Napoli.
Lichtung è un disco che si fa casa in senso letterale e simbolico: nasce dal ritorno a una dimora stabile dopo quattordici anni di vita nomade e raccoglie, riorganizzandoli, gli elementi emersi nel percorso del duo. Le trame elettroniche, gli strumenti acustici, la tensione contemplativa e la ricerca timbrica trovano qui una maggiore complessità e varietà compositiva, mentre la scelta del tedesco contribuisce a radicare l’album in un luogo preciso: quella casa nella periferia berlinese che dà il titolo al lavoro.
La title track è una sorta di carillon hauntologico, con le voci spettrali dei due protagonisti sospese tra il pianoforte e il violino di de Picciotto, il tintinnio del glockenspiel e un tappeto di effetti elettronici dal respiro cosmico e noise. Lo stesso taglio gotico e misterico attraversa Vogelfrei, prima che l’album apra a episodi più robusti e prossimi all’industrial folk come Wiederbelebung, dove emerge con maggiore chiarezza una forma canzone (vedi anche Einig, vicina a certe atmosfere dream pop), salvo poi dilatarsi nuovamente in partiture dall’impronta cosmica come Erntedank.
L’elettronica e i retaggi kraut rock di Hacke dialogano alla pari con pianoforte, violino e ghironda della compagna. Le voci, spesso sovrapposte e intrecciate, diventano il centro gravitazionale del disco. Ne emerge un ritratto di coppia misterioso e sfuggente ma profondamente umano, in cui la musica continua a farsi portale verso l’ignoto e al tempo stesso dispositivo catartico, spazio di memoria e trasformazione.
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