Recensioni

Prima di fare la popstar Suki Waterhouse ha fatto una lunga gavetta come modella. Scoperta a sedici anni a Londra, entra presto nel circuito della moda internazionale: a diciannove è il volto della linea lingerie di Marks & Spencer e poco dopo arriva la consacrazione con Burberry, per cui diventa protagonista di campagne e passerelle. Seguono le copertine di Vogue, Elle e delle principali riviste di moda, che la trasformano in una delle it girl britanniche degli anni Duemila. Parallelamente cresceva la carriera d’attrice, con ruoli in film come The Bad Batch, Assassination Nation e soprattutto nella serie Daisy Jones & The Six, rilettura dell’ascesa e della caduta di una band rock immaginaria nella Los Angeles degli anni Settanta.
Proprio all’estetica fleetwoodmacciana della serie Prime si rifà il videoclip di Back In Love, primo singolo di Loveland e manifesto di un album che prova a dare sostanza a una carriera fin qui costruita anche sullo charme della protagonista e su pose dreamy malinconiche debitrici dell’universo di Lana Del Rey. Il perimetro resta quello tracciato da Memoir Of A Sparklemuffin: una rilettura contemporanea degli anni Settanta filtrata attraverso la sensibilità pop di fine millennio, quella che passava da Morcheeba, Moloko e Saint Etienne.
E il singolo funziona: quei fiati volutamente retrò, la sorta di breakbeat che guida il groove, i contrappunti di piano e il gioco di call & response con le coriste costruiscono un pop sofisticato sospeso tra soul e trip-hop addolcito. Azzeccato anche il testo, una canzone sulla riconquista di sé attraverso l’amore, con un riferimento (non dichiarato) alla nuova fase della vita accanto a Robert Pattinson, con cui Waterhouse ha avuto una figlia nel 2024.
Le stesse coordinate ritornano in Any Man, virata verso un soul, mentre Happy With It recupera il gusto per la chanson anni Sessanta che avevano caratterizzato il suo brano più noto, la virale Good Looking. Curiosa anche Notting Hill, dove la voce di Waterhouse si muove su un terreno che evoca certe atmosfere dei Jesus and Mary Chain, tra riverberi e malinconia urbana alla Just Like Honey.
E potremmo pure citare i Primal Scream con Kate Moss… Ma non divaghiamo: in Loveland le coordinate non sono quelle del (synth) rock, bensì quelle di un pop d’autore elegante e contaminato. Pregevole è anche il contributo di Aaron Dessner, che cura Seasons e Almost, portando il disco dalle parti dell’intimismo organico di Folklore di Taylor Swift. Suki non possiede ancora la stessa profondità narrativa (vedi Morals, impreziosita dalla presenza di Mick Fleetwood), ma sta progressivamente emancipandosi dal ruolo di musa per costruire una voce autoriale riconoscibile. Da musa ad autrice? Vedremo.
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