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Nel nostro piccolo mondo i Pixies sono talmente classici che ci siamo scordati di quanto dovevano suonare bizzarri quando sono usciti con Come On Pilgrim. Di quanta stortaggine rumorosa ci fosse in quel loro cocktail folle – anzi folletto –, di quanta chitarra acustica strapazzata – quella che Black Francis aka Frank Black porta a tracolla per quasi tutta la serata al Parco della Musica di Segrate – e di quale freschezza ubriacante avessero quei che surfavano tra stili con la veemenza ritmica del punk. Di quanti accenti esotici per ogni stoccata psicotica di Joey Santiago, per ogni urlo sguaiato di Black Francis, per ogni delirante accelerazione di tempo di basso e batteria. Un mondo di contrasti e un mondo di incastri – di quattro singole eccentricità che diventavano un’unità irresistibile. Di tempo ne è passato, e anche se non saranno più la formazione affamata di un tempo ma dei signori che oggi festeggiano quarant’anni dalla loro formazione sciorinando i loro classici in modo quasi rilassato, è bene ricordarci di quanto abbiano dato alla musica – senza di loro quante band non avremmo o non avremmo sentito suonare allo stesso modo? Ed è anche per questo che siamo qui. Anzi, soprattutto per questo.

Parto da Come On Pilgrim perché questo sarebbe appena il tour del quarantennale, e non è un caso che i Pixies abbiano suonato “quasi” per intero il loro EP d’esordio: cinque pezzi su otto, con le nevrosi parallele di Vamos e Isla de Incanta e soprattutto Nimrod’s Son, a suon di accoppiate mostruose feeback-chitarre spagnole e passi doble-ritmi hardcore, la cantilena elettrica di Caribou, il pop-rock sbilenco di Ed Is Dead – allora già proiettato verso i lidi di Doolittle – a sottolineare quanto già il punto di partenza fosse di quelli da capogiro (stranamente, Surfer Rosa a confronto è stato molto più trascurato: solo Cactus e Where Is My Mind, come se fosse un Indie Cindy qualunque, e non va tanto bene). Tre componenti della formazione di sempre – Francis, Santiago e Lovering, insieme all’impeccabile Emma Richardson  – senza fare cose strabilianti ci aiutano a tenere a mente un’altra cosa: la musica dei Pixies non ha bisogno di essere “forzata” per rendere sul palco; al contrario, un’esecuzione leggermente più lenta come quella di Gouge Away (sul palco non ci sono più dei ragazzini) anziché smorzarne l’effetto esalta ancora di più le armonie spigolose, le dissonanze, gli accostamenti devianti. E anche se Tame non può più essere quel mostro di isteria (l’adrenalina e le corde vocali non sono più quelle di una volta) le sue esplosioni di suono sono sempre magnifiche.

Il pezzo più acclamato dai presenti (anche il più ripreso con i cellulari) sarà pure Where Is My Mind, da tempo la loro canzone più “mediatica”, ma il grande caposaldo della scaletta è Doolittle: oltre ai pezzi che abbiamo già citato ecco Debaser, Monkey Gone to Heaven, Hey, Here Comes Your Man. Black Francis cincischia apposta con le linee di canto – senza che questo scoraggi i cori del pubblico – e lo spettacolo nello spettacolo è al solito la chitarra di Santiago. Wave of Mutilation arriva addirittura due volte: la prima è quella classica, la seconda in versione “surf” rallentata, addolcita, ugualmente bella. I pezzi più recenti? Ci sono anche quelli – e a costo di suonare banali, ok, non sono esattamente i migliori dello show, tutto concentrato in poco più di un’ora e mezza, senza bis. Essenziali ma troppi fronzoli i Pixies non ne hanno avuti, e non li hanno nemmeno nelle celebrazioni. Che nel loro caso non solo potrebbero, ma anzi dovrebbero, non finire mai.

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