Recensioni

Dune: Prophecy esiste in prima battuta per continuare a tenere vivo il fuoco che alimenta la voglia dello spettatore (uscito estasiato da Dune e Dune – Parte Due di Denis Villeneuve) di ingurgitare quante più storie possibili ambientate nell’intricato e vastissimo mondo fantascientifico che Frank Herbert aveva imbastito nei suoi romanzi e che successivamente il figlio si è premurato di ampliare.

Ci troviamo in un periodo storico in cui la proprietà intellettuale è l’unica cosa che conta per i grandi studios, dove le uscite di film considerati “medi” si riducono sempre più inesorabilmente (così come i loro budget) per lasciar spazio a tre, quattro costosissimi blockbuster all’anno (quando va bene), per poi vedere risultati non sempre esaltanti al box-office. Nemmeno l’esempio del primo Joker di Todd Phillips è servito da lezione, con il suo budget controllato e un incasso da capogiro, vanificato dall’uscita di Joker: Folie à Deux, uno dei flop peggiori di quest’anno, che immaginiamo fornirà un altro tipo di lezione agli executive.

Le cose sembrano messe un pelino meglio sul versante televisivo, ma anche in questo settore – che negli ultimi anni ha visto una crescita qualitativa senza precedenti – le proprietà intellettuali di cui sopra si stanno moltiplicando e stanno dando il là a progetti costruiti a tavolino, dove l’inconsistenza della narrazione (sempre più derivativa) appare sempre più palpabile: ci riferiamo ovviamente a prodotti come House of the Dragon (che prova a battere il ferro lasciato ancora caldo da Game of Thrones), Gli Anelli del Potere (sull’onda lunga del Signore degli Anelli di Peter Jackson) e lo stesso si può dire, con qualche discriminante di cui parleremo, anche di Dune: Prophecy, chiamata a intrattenere gli spettatori che hanno ancora in testa le immagini sbalorditive del dittico di Villeneuve.

Se però quella del regista canadese si rivelava una profonda riflessione su potere e destino e sulle dinamiche umane che conducono alla disperata ricerca di un leader a tutti i costi, quella messa in piedi da HBO (dopo anni di interruzioni e riscritture), si presenta come un racconto che vorrebbe essere più intricato, ma che alla fine è un po’ la solita storia di vendetta lentamente covata e pianificata.

Dune: Prophecy, Emily Watson e Olivia Williams in una scena

Alison Schapker svolge un lavoro encomiabile nella costruzione della sorellanza al centro della storia e della loro organizzazione, ma si premura fin troppo di inserire quanti più riferimenti ai film sia possibile sostenere in una sola puntata (dai nomi delle casate familiari che compaiono addosso a personaggi monodimensionali, per il momento, alla Voce con cui le Bene Gesserit eserciteranno un controllo assoluto su chiunque), ma manca quel senso fatalista ultimo che era alla base del lavoro di Villeneuve, nonché quella forza prorompente dell’immagine e della parola, che costituivano un tutt’uno in grado di investire lo spettatore con tutta la forza necessaria.

Anche se gli intrighi messi in campo con il mestiere di chi lavora per il piccolo schermo da anni (Schapker ha lavorato a celebri show come Lost, The Flash, Westworld e Altered Carbon) seguono lo standard fissato anni fa dal succitato Game of Thrones, Dune: Prophecy fa di tutto per ricordare allo spettatore che stavolta le figure femminili sono qui per dominare la scena sotto ogni livello: ci sono ovviamente le due protagoniste, le sorelle Valya e Tula Harkonnen (interpretate magnificamente da Emily Watson e Olivia Williams), ma anche la Principessa Ynez (Sarah-Sofie Boussnina), giovane ma pienamente sicura di sé e abile artefice del proprio destino, o ancora l’Imperatrice Natalya (Jodhi May), che da anni sostiene e guida le decisioni dell’Imperatore che ha il volto preoccupato e sofferto di Mark Strong.

Solo il tempo (e i cinque episodi restanti) ci diranno se tutte le suggestioni e le domande troveranno una risposta o bisognerà attendere stagioni successive (in caso di successo della serie). Chi ha amato profondamente i film al cinema rimarrà probabilmente deluso, ma per tutti gli altri si tratterà di un gradito ritorno ad atmosfere più familiari contrassegnate dal marchio di garanzia HBO.

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