Recensioni

TOP

«All’inizio, è indispensabile porre ogni attenta cura nello stabilire i più esatti equilibri». Comincia così Dune di Frank Herbert, romanzo che probabilmente più di molti altri di quel periodo contribuirà a stampare nella memoria delle generazioni successive l’immaginario fantascientifico per eccellenza, quello delle grandi saghe epiche e avveniristiche, quello del ritorno al mondo antico pur esplorando un futuro ignoto, della lotta suprema tra bene e male, perché di tanto in tanto è necessario ricordare che due schieramenti avversi esistono, nonostante la presenza di moltissime sfumature tra l’uno e l’altro.

Proprio l’equilibrio diventa il primo, e probabilmente il più importante, dei numerosissimi fattori sui quali Denis Villeneuve sceglie di ereggere la sua visione di quel mondo fatto di lotte per il destino dell’universo, di casate in guerra tra loro e di popoli che si autodeterminano e si ergono contro la spavalderia dell’oppressore. L’equilibrio in un’opera letteraria come Dune verrà presto scardinato dal suo stesso autore per una sovrabbondanza di temi, elementi e informazioni che l’hanno reso il capolavoro che conosciamo e adoriamo ancora oggi, cionondiméno è questa sua stessa opulenza interna ad averlo reso praticamente non filmabile. L’opinione pubblica sul romanzo ha infatti sovrastato l’idea stessa che di questo se ne potesse trarre un adattamento cinematografico al pari di tutte le altre opere poi tradotte per lo schermo (si diceva lo stesso anche de Il Signore degli Anelli prima che arrivasse un certo Peter Jackson), tant’è che a monte di ogni tentativo, finora si è sempre dato ampio margine di manovra più all’idea, alla suggestione che all’effettiva e concreta resa di un mondo con le sue regole e con una propensione al grande pubblico della sala cinematografica.

Nel 1974, venne appunto ingaggiato Alejandro Jodorowsky per dirigere il primo adattamento cinematografico di Dune, ma il progetto naufragò per l’eccessiva ambizione del visionario regista franco-cileno che mal si sposava con l’idea della produzione di rendere il progetto un grande fenomeno commerciale. Diciamolo subito, è sì un peccato non aver mai visto la versione di Jodorowsky (l’iter produttivo è ben spiegato nel bel documentario Jodorowsky’s Dune) ma è anche vero che per come era stato concepito e pensato, probabilmente sarebbe andata a gambe per aria mezza Hollywood.

L’arrivo di Guerre Stellari spiazzò tutti. Il debito nei confronti della saga di Herbert era evidente, così come il fatto che George Lucas fosse un devoto lettore del ciclo di Dune e avesse avuto successo nel costruire un’altra epopea familiare ambientata in una galassia lontana lontana, con intrighi famigliari e di potere legati insieme da un unico filo conduttore. A quel punto, Dino e Raffaella De Laurentiis – stuzzicati dall’idea (ancora) di replicare il modello Star Wars – pensarono bene che i tempi fossero maturi per una trasposizione di quell’opera cui Lucas doveva quasi tutto: Dune. Chi ingaggiare se non David Lynch? Ovviamente non è in questa sede che ci metteremo a discutere del tentativo di Lynch di ricreare l’universo herbertiano a modo suo, ma basti dire che quel fallimento clamoroso (e ancor oggi incompreso) di un’opera di per sé originalissima e raffazzonata (con mille disguidi produttivi di cui non faremo l’elenco) si rivelerà cruciale per quello che verrà dopo e servirà a mettere in chiaro una cosa: Dune non è un’opera come le altre. Tradurre Dune al cinema è un’impresa titanica e richiede uno sforzo tanto produttivo quanto coraggioso, sconsiderato e probabilmente anche estremo.

Quello di Villeneuve, fino a questo momento, non era poi un nome così noto tra il grande pubblico. Il regista canadese dopo opere certamente importanti come Polytechnique (disgraziatamente ancora attuale), La donna che canta e Prisoners (e Enemy) ha iniziato a rimodellare l’idea stessa del cinema hollywoodiano secondo le proprie regole, a quel punto molto definite. Sono arrivate opere come Sicario, quindi un dittico fantascientifico che ha posto Villeneuve nel panorama di quei registi ampiamente riconoscibili ma il cui nome rimane ancora sovrastato dall’opera stessa che sceglie di mettere in scena. Villeneuve non è Christopher Nolan, il cui nome da solo attira in sala milioni di persone indipendentemente dall’opera realizzata (un film di guerra come Dunkirk incassa più di mezzo miliardo di dollari), ma è un servo della memoria storica di tanto grande cinema. La fantascienza filosofica sembra il terreno prediletto del regista canadese, e se con Arrival si ponevano le prime basi per un ingresso in quel mondo e quelle atmosfere descritte dai romanzi letti da adolescente (da Philip K. Dick ad appunto Herbert), già l’opera successiva grida l’estremo coraggio e l’esatta dimensione delle proprie ambizioni: sconfinata. Blade Runner 2049 era lontanissimo da qualsiasi idea o aspettativa che il pubblico, così come i tanti fedeli al cult di Ridley Scott, potevano trovarsi davanti. Cercava di replicare la medesima magia dell’originale andando alla ricerca di un miracolo (sia dentro che fuori lo schermo).

Quel miracolo che con l’adattamento cinematografico (della prima parte) di Dune si trasforma in missione di fede. Da riconosciuto costruttore di mondi, Villeneuve crea il proprio universo con regole ben definite e una messa in scena dalla portata incalcolabile, una vera e propria macchina produttiva di cui è possibile vedere il frutto, lo sforzo esagerato che ciononostante rientra in un argine rassicurante, che si rifà a quella stessa idea di equilibrio di cui si diceva all’inizio. Un’esposizione di rara fluidità narrativa sorretta e inglobata in sequenze magniloquenti ma mai vuote o fini a se stesse, da personaggi strutturati e sofferenti ma che loro malgrado reprimono questa condizione rifugiandosi in una compostezza facile da smascherare (a volte anche solo con un gesto o uno sguardo – guardare la performance di Rebecca Ferguson nei panni di Lady Jessica). A una prima parte (della prima parte) in cui il film semina e distribuisce riferimenti, ne corrisponde una seconda che inquadra senza stravolgere, che promette moltissimo e chiede per questo allo spettatore un atto di fede a sua volta estremo (quello di correre in sala nella speranza di tornare per un Dune – Parte 2 ancora di là dall’essere realizzato).

Con il suo tentativo (più che riuscito), Villeneuve – oltre alla narrazione estrapolata dalle pagine di Herbert – sta mettendo in scena un’altra storia, una di quelle che si protrae ormai da oltre un secolo: è la storia del kolossal, e, per estensione, del cinema stesso. Un cinema monumentale, mastodontico, imperioso, capace di rendere gli elementi che lo compongono infinitamente piccoli e al contempo fondamentali; così come lo spettatore stesso, a un tempo schiacciato dal peso di una narrazione e di una ricostruzione esteticamente abbacinante ma preso dal vortice di significato, dato dallo slancio emotivo richiesto a lui in prima persona, proprio perché i personaggi vivono un tormento che è quasi tutto nella loro mente (vero motore dell’azione splendidamente riassunto nel lento e appagante prologo). Di una cosa siamo assolutamente certi: dopo Dune, il nome di Denis Villeneuve risuonerà con la stessa potenza e importanza dei film che sceglierà di portare al cinema.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette