Il poster di Lost

Lost. Perdersi per capire, fermarsi per perdersi

Un primo piano; un volto sconosciuto che impareremo a conoscere; una bocca che torna a respirare e occhi che si aprono improvvisamente. E quello di Lost è stato a tutti gli effetti un occhio che si risveglia dallo stato catatonico di un sonno adesso destato da un nuovo modo di concepire la serialità. È un risveglio stimolato da cenere, terrore, esplosioni, e non più da un sogno a occhi aperti; è il ricordo di un incubo capace di generare una spinta anarcoide e rivoluzionaria dove ogni certezza viene messa in dubbio e la costante narrativa si muove su terreni traballanti, insidiosi, perfettamente in linea con uno spirito del tempo che, dopo l’11 settembre 2001, non ha nulla di certo, ma solo di ignoto.

Lost in translation

Era il 22 settembre 2004 (in Italia avremmo dovuto aspettare il 22 marzo 2005) quando sul network ABC gli occhi di Jack Shephard (Matthew Fox) si aprono davanti allo sguardo dello spettatore, dando il via a Lost, saga televisiva capace di rivoluzionare il mondo della televisione. Un viaggio interrotto, quello a bordo del volo 815 della Oceanic Airlines partito da Sidney, che darà il via a un altro viaggio, lungo sei stagioni e intervallato da 114 episodi. Dopo Lost nulla fu più lo stesso; la distanza tra cinema e TV si riduce fino al grado 0, vantando una qualità visiva, un investimento finanziario, un coinvolgimento di interpreti e registi (da Martin Scorsese con Boardwalk Empire, a David Fincher con House of Cards e Mindhunter) senza pari. L’avvento della TV via cavo e delle piattaforme streaming ha fatto il resto, permettendo la produzione di show sempre più coraggiosi e anticonvenzionali, anche a fronte di budget più sostanziosi.

Con Lost la molteplicità dei generi (thriller, sci-fi, romance) incontra quella molteplicità narrativa dell’hyperlink ampiamente sfruttata da registi come Steven Soderbergh (Contagion, Traffic) e qui chiamata a enfatizzare al meglio le spinte contrastanti e irrazionali di esistenze tanto diverse, quanto accomunate da un timore inconscio, una frammentazione interiore e fallace tipica dei giorni nostri. L’individualismo del singolo si scinde così in un cast corale dove nessuno è leader, ma tutti sono sopravvissuti e insieme villain ed eroi, santi e peccatori.

In principio fu Lost

Una serie così unica come Lost, non poteva che avere una genesi altrettanto particolare: accortosi di un rinnovato interesse per l’archetipo del naufrago, il chairman della ABC Lloyd Braun cerca di cavalcare l’onda del successo di film come Cast Away e del reality Survivor affidando a Jeffrey Lieber il pilot di Nowhere, serie su un gruppo di sopravvissuti a un disastro aereo. Non convinto del risultato, e terrorizzato dallo spauracchio di un possibile licenziamento, Braun si rivolge a J.J. Abrams e Damon Lindelof i quali redigono un saggio introspettivo e misterioso in cui il disastro aereo diventa l’espediente per un viaggio interiore tra le vie di un percorso conflittuale tra fede e mistero, sacro e profano, istinto e ragione.

La cristianità vive e si interseca a ciò che è scientifico, filosofico, o fantastico (non a caso uno dei protagonisti è un medico che di cognome fa Shephard, il che non può non far pensare al sostantivo “shepard”, “pastore” come la pericope del “buon pastore” di stampo cristiano) inserendosi con eleganza all’interno di incastri cervellotici entro i quali ancora ci perdiamo e ci lasciamo perdere. Abrams e Lindelof danno cioè vita a Lost.

La paura dell’oggi nell’incertezza del domani

Gli anni passano, le mode cambiano, ma Lost rimane. Rimane perché anticipatore sui tempi; rimane perché rivoluzionario; rimane perché, proprio come le sonorità di un album sperimentale come Revolver dei Beatles, dialogherà con il futuro scuotendo un ambiente ormai stantio come quello del piccolo schermo. La serie si è fatta apripista di una TV di qualità chiamata a sviluppare linguaggi e modelli produttivi che forniscano una visione artistica del mondo proiettando sul piccolo schermo le grandi questioni della nostra contemporaneità.

I brividi, o il timore per ciò che ci è sconosciuto – domani compreso – si fa linguaggio televisivo, codice universale che unisce uomini e donne che – proprio come i superstiti del volo 815 – sentono mancare la terra sotto i piedi in un mondo dominato da un’angosciante quotidianità. Come il miglior film rompicapo à la Memento, lo show pone al centro delle sue trame frammentate eroi deboli, pieni di incertezze e ripensamenti, colti dalla paura di fallire, o di non essere all’altezza delle proprie responsabilità. Sono eroi (soprattutto quelli maschili) che svestono i panni muscolari degli anni Ottanta per farsi più problematici, insicuri, talvolta inetti, e per questo superati in furbizia, scaltrezza e spirito di iniziativa dalla propria controparte femminile.

Ma sul lungo raggio, anche ciò che è stato rivoluzionario subirà il netto processo di normalizzazione; dopo la terza stagione, Lost non sarà più l’eccezione, ma la regola, non più l’inedito, ma lo standard, non più la novità, ma l’anacronistico. Chiamati a tenere alta l’asticella del coinvolgimento spettatoriale, gli sceneggiatori inseriscono dinamiche, aumentano i personaggi, infittiscono i misteri, non riuscendo a raggiungere l’obiettivo prefissato, ma anzi, sabotandolo. Molte puntate – soprattutto nella quinta e sesta stagione – nascono per allungare il brodo, incrementando non solo il senso di confusione che abita sull’isola, ma esasperando i propri spettatori che al posto di ricevere risposte, vedono aumentare la mole di quesiti e domande.

Come accaduto recentemente con serie del calibro di Stranger Things, Game of Thrones, o La casa di carta, l’incapacità di recidere il filo della vita di una serie che ancora poteva fruttare successo e interesse, ha costretto gli sceneggiatori a rallentare una corsa verso un epilogo che se compiuto a tempo debito (magari sul finire della terza stagione) avrebbe reso Lost totalmente perfetto. Per quanto curato nel suo comparto visivo e registico, il punto debole dello show diviene allora quell’elemento narrativo che tanto lo aveva elevato a boccata di ossigeno in una serialità in apnea.

Insistere sulla versione alternativa delle esistenze che abitano l’isola (punto nevralgico della sesta stagione), unitamente all’inserimento di una forzata compagine sentimentale, con tanto di nascita di coppie improbabili, alla mancata spiegazione di vari misteri e la sempre più massiccia inclusione (a partire dalla quarta stagione) di elementi sci-fi e sovrannaturali che allontanano la serie dalla sua identità di survival-series, spingono Lost a navigare al centro di uno tsunami che le farà perdere l’equilibrio, incastrandosi tra le rocce di una narrazione incostante, poco incisiva, incoerente e sofferente.

Lost and (no) found

Criptico e difficile da cogliere, vive in Lost uno stuolo di risonanze metaforiche che vanno al di là del significato denotativo per immergersi in una profondità simbolica dove ciò che viene detto, o mostrato, sta per qualcos’altro. Che sia il numero di un volo, un codice da inserire a intervalli regolari, o del fumo nero, nulla in Lost, anche l’elemento più insignificante, vive per se stesso, ma in funzione di altri significati, altre esistenze da raccontare, ma non sempre da spiegare. E così, il viaggio metafisico iniziato da Twin Peaks (una delle prime incursioni di un autore cinematografico come David Lynch nel format seriale) trova con Lost un nuovo percorso da battere tra cielo, acqua, e sentieri di un’isola deserta, dove tutto pare raggiungibile, per poi ritornare costantemente al punto di partenza.

Come uno scavo archeologico, o un’infinita tela di Penelope, questa serie non intende giungere a una conclusione: retrocede, ricomincia da altri punti di vista, spiega i passati e dispiega le alternative. È una serie ossessionata dall’inizio, tanto da giocarci fino alla fine. Dopotutto, a dire addio ai propri spettatori è la medesima immagine che apre la serie, adesso specularmente ribaltata con gli occhi di Jack che si chiudono, forse per sempre, quasi a voler intendere che nulla finisce, ma tutto si rigenera, per ricominciare di nuovo e morire ancora una volta.

Inferno in terra, purgatorio sull’isola

Non più Robinson Crusoe degli anni Duemila, ogni personaggio in Lost compie un viaggio dell’anti-eroe, insieme scoperta e catarsi di un passato che torna, affonda e colpisce. Nell’arco di sei stagioni, i superstiti rinascono come sconosciuti agli occhi degli altri, tanto da decidere se assumere il ruolo della propria vita precedente, oppure reinventarsi da zero, rimediando ai propri errori, ripetendoli, o commettendone di nuovi.

Non è un “cautionary tale” di fattura fiabesca, Lost, quanto una scalata dantesca che parte dall’inferno per poi stagliarsi sulle sponde di un infinito purgatorio. Eliminata la confortante rassicurazione di sit-com come Seinfeld, Friends, o Will&Grace, Lost scardina gli assetti precostituiti per giocare con la nostra intelligenza, mettendoci alla prova e chiedendoci di entrare direttamente all’interno del gioco in qualità di spettatori attivi. Raccogliendo e rimontando insieme una trama fatta idi tanti pezzi, quanti sono i rottami dell’aereo sparpagliati sull’isola, tra flashback, flashforward, realtà parallele, enigmi, giochi alla sopravvivenza, e spirito di adattamento, il pubblico è chiamato così a colmare le lacune, riempire i vuoti con la propria fantasia e comprendere un altrove che razionalmente non conosce, ma che inconsciamente gli è familiare.


L’isola si fa così specchio riflettente dei nostri peccati, pulsioni nascoste e frammenti istintivi che per quanto repressi, vivono dentro di noi. La denuncia delle debolezze investe ora l’immaginario collettivo vestendosi di pixel pronti a rigurgitare metaforicamente una perdita delle certezze sotto forma di una frantumazione temporale e narrativa con tanto di realtà parallele (i cosiddetti “flash sideways”). Eppure, se aggiungi troppi tasselli su un unico tavolo da gioco, rischi di confondere tali pezzi con quelle di altri puzzle, impedendo la conclusione del gioco e smorzando l’appagamento finale.

Con il peso sulle spalle di sei stagioni complicate, lo spettatore giunge alla linea di arrivo stanco mentalmente. Con negli occhi ancora impressa la bellezza di una regia capace di alternare campi lunghi su un’isola che imprigiona, e primi piani su uomini e donne allo sbando, lo spettatore non riesce a cogliere appieno il senso metaforico del suo epilogo. È una conclusione talmente complessa, quello di Lost, che ancora fa parlare e discutere. Che sia quel momento di passaggio tra morte e vita proposto da molti, o l’emblema del purgatorio, il problema del finale sta nel suo non aver fornito le risposte tanto attese dal proprio pubblico, preferendo rimanere criptico fino alla fine.

L’epilogo di Lost non piace a molti perché non facilmente comprensibile e accessibile. Ha bisogno di tempo, di ulteriori (re)visioni per poter essere interiorizzato e insignito di un significato personale. E così, quell’identità a volte perdutasi nello spazio di scene visivamente maestose, ma narrativamente frustranti, torna a (ri)vivere nello spazio di un finale che mescola nuovamente filosofia e mistero, religione e denuncia sociale, umanità e paura. Torna, cioè, l’essenza più pura di Lost.

Lost come fenomeno di massa

Chissà cosa sarebbe stato Lost senza internet. La comparsa di Lost sul piccolo schermo combacia infatti con la nascita dei primi social network, Facebook in primis; un tempismo perfetto che ha permesso ai fan di tutto il mondo di riservarsi un proprio spazio personale dove poter avanzare teorie, proporre ipotesi, discutere e commentare gli episodi rilasciati settimanalmente. E così Lost diventa un’esperienza collettiva, fenomeno di massa e, soprattutto, di culto. Le parole impresse per sempre con l’inchiostro dei social non potevano passare inosservate agli occhi degli autori che sentono la pressione addosso per soddisfare un pubblico sempre più esigente (come dimostrano i momenti finali della terza stagione, da Not Penny’s Boat, o Dobbiamo tornare indietro), anche con il rischio di perdere quota, o di volare lungo rotte sconosciute, e per questo traballanti e instabili.

Ormai Lost era parte integrante della quotidianità dei propri spettatori, una proteina addizionale da inserirsi nel codice genetico di chi si lascia ammaliare, e rappresentare, dalla luce del piccolo schermo. Un legame inossidabile che il canale britannico Channel 4 sfrutta appieno quando nel 2006 lancia The Lost Experience, sorta di caccia al tesoro on-line con la quale i fan poterono conoscere gli avvenimenti alla base della serie TV.

Ma non solo; insieme a tale operazione di Viral Marketing vennero create pubblicità televisive, siti web, call center, blog, video su YouTube. Il fenomeno Lost così si consolida, sebbene non mancarono critiche e commenti aspri nei confronti degli sviluppi narrativi delle ultime stagioni (per non parlare dell’episodio finale), alquanto forzate e poco incisive. Gli stessi sceneggiatori ammisero a Esquire1 come alcuni episodi risultino alquanto inferiori: «Abbiamo girato 121 ore di Lost. 15 o 20 episodi forse erano un po’ al di sotto delle nostre possibilità. Sarebbe bello poter far finta che certi episodi non siano mai andati in onda. Ma a volte anche gli errori, diventano parte integrante dell’eredità lasciata da una serie come Lost». E così, quando il racconto cede al cervellotico, e perde di fluidità, ecco che la serie respinge, piuttosto che incuriosire, spettatori alla ricerca di risposte a quesiti ed enigmi che forse risposte non ce l’hanno.

Suonala ancora, Michael Giacchino

Il senso di imminente pericolo e il timore dell’ignoto che si cela dietro ogni angolo di un’isola portatrice di mistero, non si fanno solo elementi visivi grazie a una regia che anticipa i movimenti dei suoi personaggi, o che si lascia condurre da essi, ma anche e soprattutto tattili, sensoriali, quasi afferrabili grazie alla musica di Michael Giacchino. Collaboratore storico di J.J. Abrams (i due lavorano in TV con Alias, Fringe, Alcatraz, mentre al cinema in Mission Impossible III, Star Trek e Super 8) per Lost Giacchino chiama a sé un’orchestra di 700 elementi, ma è affidando al potere sincopato, acuto e dissonante di violini e percussioni, che il compositore eleva al grado massimo il senso di minaccia che avvolge l’intera isola.

Sospinto dalla soundtrack di Giacchino, un senso di sublime insidia si muove tra i raccordi delle inquadrature, affiancandosi o alternandosi a pezzi pop che fanno da sottofondo a scene chiamate a enfatizzare l’umore che si vive sulla scena, oppure a scontrarsi con l’emozione portante, generando un cortocircuito dissonante che sconvolge lo spettatore, e lo disorienta. E così, ecco che oltre a Wonderwall degli Oasis (cantata per strada da Charlie nell’ottavo episodio della terza stagione, Déjà-vu) o Delicate di Damien Rice, a fare la sua comparsa in apertura della seconda stagione è Make your own kind of music di Cass Elliot; il vinile del pezzo viene scelto da Desmond Hume (Henry Ian Cusick), facendosi così sottofondo musicale a una routine quotidiana da reiterarsi in loop, fatta di gesti, movimenti, abitudini (e perfino vestiti) alquanto ordinari, ma che nel contesto dell’isola vivono di un senso ulteriore di angoscia. Una dinamite fa poi saltare la punta del giradischi; Jack entra all’interno della botola, e da accompagnamento musicale, lo stesso brano si tramuterà in diversivo. E così anche la musica, nell’universo misterioso dell’isola, vivrà di altri significati, vestendosi di paura, timore, angoscia.

Il burattinaio che diventa autore: JJ Abrams e il ruolo dello showrunner
Dopo Felicity, Alias, e prima di Fringe, J.J. Abrams si fa cantore di opere con cui scalfire le certezze, mettere a nudo i nostri limiti, intaccare le nostre comprensioni razionali del mondo circostante. Come da lui stesso affermato tra le pagine di Wired, le sue produzioni non sono altro che inviti ad andare oltre ciò che è concreto, per addentrarci nel fulcro del mistero.

Un ragionamento perfettamente aderente alla struttura narrativa di Lost, dove l’epilogo pare mancare, a fronte di una circolarità costante, di un qualcosa che pare finire per poi ricominciare da capo. Fa allora quasi sorridere come, nonostante Abrams abbia abbandonato lo show a metà della prima stagione per dedicarsi a Mission: Impossible III, Lost continui a essere considerato come sua, perfetta, creatura. Dopotutto, la serie risulta perfettamente annoverabile tra i prodotti usciti dalla fucina creativa di Abrams perché viva di quella sua tipica poetica basata su ossessioni tematiche come il labile confine tra mondo reale e l’universo del “what if” di realtà parallele, o della presenza di liste. Sono liste di persone; liste di scomparsi; liste di numeri e codici da digitare, decifrare, collegare, ora e per sempre.

The Lost Heir: Il problema dell’erede

Dopo l’11 settembre nessuno si sente più al sicuro in un tempo e luogo che si sfalda fino a piegarsi su se stesso e perdere il proprio pensiero logico-razionale. Con J.J. Abrams la traduzione in linguaggio narrativo di una sensazione figlia del nostro tempo (si pensi solo all’opera di Nolan) travalica i confini cinematografici per raggiungere e influenzare l’apparato televisivo. Un gioco a incastri, di scatole cinesi dove il contratto di aderenza alla realtà stipulato implicitamente tra spettatori e autori viene meno, destabilizzando un pubblico ormai privato di solide certezze a cui ancorarsi.

E così, ancora dopo 20 anni, Lost continua a farsi esemplificazione di telefilm come sogno (o incubo) dei giorni nostri. Come afferma Aldo Grasso ne La nuova fabbrica dei sogni, anche in Lost vive il «sogno come luogo di premonizione, profezie, rivelazioni, fino alla più banale interpretazione freudiana del sogno come strumento di scoperta dell’interiorità». Lost si fa pertanto prima sperimentazione narrativa di un nuovo modo di fare televisione, fatto di un budget elevato, scene girate in esterni e una rinuncia alla narrazione mainstream per una più criptica e frammentata. E proprio per quel suo essere stato il primo, unico e irripetibile test televisivo, Lost risulta impossibile da replicare.

Eppure, ancora oggi ci ostiniamo a cercare nell’offerta seriale un possibile erede, come se a dominarci fosse una paura inconscia che senza un degno successore, la TV di qualità possa retrocedere, e il prevedibile subentrare di nuovo, con un improvviso e fastidioso colpo di stato. Da Flashforward (la cui forza si limita al solo pilot) a The Leftovers (serie creata da Damon Lindelof) passando per Dark, Manifest, e Il problema dei tre corpi, basta la ripresa di uno degli elementi cardini di Lost che ecco urlare all’erede. Ma nessuno sarà Lost, perché nessuno è rimasto fermo al 2004.

Non esiste erede perché nessuno come Lost è riuscito a parlare al pubblico del passato continuando a raccontare il presente, fino a piantare il seme del futuro. Lo sguardo di Jack che si chiude nell’epilogo, grazie alla sua essenza criptica potrà essere riaperto ad libitum, sulla scia di nuove possibilità e interpretazioni. Una caratteristica, questa, che rende Lost sempre attuale perché facilmente adattabile alle prospettive, al tempo, alla cultura, e alla sensibilità di uno spettatore sempre diverso. Certo, il suo essere stato gamete primordiale di tanti pseudo-cloni televisivi può renderlo agli occhi di uno spettatore più giovane, e quindi abituato a un’offerta ampia e divergente, come un prodotto stantio e già visto. Eppure, è da quel terreno fertile che molto è nato, cresciuto, e spesso concluso.

Come afferma Shephard nella quinta puntata della prima stagione, «sono già sei giorni e aspettiamo ancora. Aspettiamo che qualcuno venga. […] ma se non riusciamo a vivere insieme, moriremo da soli». E Lost ha imparato a vivere da solo, perché padre putativo di eredi che compaiono, passano, senza usurparne mai il trono.

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