Recensioni

La risata si blocca, il corpo inizia a ballare e la bocca a cantare, mentre tutto attorno a Joker Folie à Deux deflagra, come un autobomba lasciata ai piedi di un tribunale. Lo scheletro del primo film diretto da Todd Philips rimane intatto; si mostra come un radiografia, reiterando una regia dinamica, riprese inclinate, e una fotografia verde fantasmatica. Ma è solo l’ossatura di un corpo sbrindellato, prosciugato nell’essenza, svuotato dall’interno di tutta quella componente fragile, psicologicamente dolorosa, e quell’anima violenta che tanto lo caratterizzava nell’opera precedente.
Non c’è sviluppo; non c’è evoluzione in Joker: Folie à Deux. L’idea di rivoluzionare il costrutto narrativo inserendovi inframmezzi musicali poteva essere una scossa elettrica atta a rianimare un corpo immobile che attendeva di risvegliarsi da un coma indotto per 5 anni; invece ogni performance non è altro che un palliativo, un diversivo per un racconto vuoto, riempito di belle voci, di balli liberatori, ma che nulla apporta all’apparato narrativo, o al personaggio di Arthur Fleck.
Potremmo anche ripeterci che Joker non è un musical nel senso stretto del genere (sapendo comunque di mentire), eppure, quello presentato alla Mostra del cinema di Venezia è un film fatto della stessa sostanza di cui sono fatte le sequenze musicali. I brani si rincorrono a perdifiato, mentre l’intreccio rimane bloccato, sospeso in un eterno attimo. Vorrebbe dire, fare, avanzare il mondo di Joker/Arthur Fleck, ma tutto è congelato, come un pensiero incapace di svilupparsi e concretizzarsi. Un impasse enfatizzato soprattutto da quell’elemento aggiuntivo (Harleen Quinzel) che doveva sconvolgere il piccolo mondo del protagonista, scuotendolo fino a risvegliarlo dal proprio isolamento, e scatenando quel disturbo psicotico condiviso, denominato per l’appunto “Folie à deux”.

La Harleen “Lee” Quinzel di Lady Gaga non è Harley Quinn: non ha avuto modo di diventarlo, imprigionata in una situazione di passaggio, in una figura spettrale che compare, ma non rivoluziona la mente di Arthur. Prodotto di una scrittura incapace di tratteggiare un arco evolutivo (o involutivo) dei propri protagonisti, Harleen fa la sua comparsa solo per cantare, attivare quei processi di alienazione della realtà che isolano Joker dal proprio mondo, ma nulla più. In questo senso gli intermezzi musicali funzionano, perché riflessi audiovisivi di una mente frammentata, che sposta la propria identità sul binario della fantasia, nell’attesa di essere investita dal treno della realtà. Sono performance che enfatizzano gli attimi di violenza che li succedono, esacerbando uno scarto emotivo che colpisce lo spettatore con molta più forza dei manganelli, o dei pugni, sferrati dalle guardie sul corpo esile, debilitato di Arthur. Ma quando questo gioco si reitera nel breve tempo, tutto si depotenzia. Finito un brano, ecco che ne riparte immediatamente un altro; così facendo si lima la portata drammatica dell’opera, si perde il senso stesso del disturbo del Folie à deux; si perde la scissione dell’uomo nel suo alter-ego accecato di violenza; si perde l’essenza stessa di Joker.
Joaquin Phoenix compare sulla scena riprendendo gli abiti larghi, il trucco da pagliaccio, reiterando quella risata disperata che questa volta non riesce a disorientare lo spettatore, a scuoterlo fino a lacerargli l’anima. L’antieroe si fa fantasma del ricordo del personaggio che fu, prosciugato ulteriormente da un immaginario che punta alla resa musicale, alla bellezza estetica di richiami meta-cinematografici, piuttosto che alla forza intrinseca di una storia che tanto poteva dare, e che invece si è perduta tra i corridoi dell’Arkham Asylum.
Barlumi di un’effimera e illusoria felicità, gli inserti cantati e ballati di Joker: Folie à Deux sono figli di una mente che immagazzina le associazioni del reale, per tradurle in una conciliante e cullante immaginazione.“Let’s give them what they want” sussurra Lee ad Arthur, ma quelli che l’uomo restituisce, filtrato dalla cinepresa di Todd, sono attimi che si mostrano per poi scomparire, senza lasciare traccia, senza lasciare una scia da seguire. Complice un substrato ricamato con il filo della denuncia sociale, il Joker del 2019 vantava un’identità ben precisa, un carattere ben tratteggiato, un messaggio facilmente reperibile e afferrabile. Ma tutto questo adesso non c’è più.

Joker non è più il portavoce delle insofferenza di una società inascoltata; non è più il rappresentante degli emarginati, o l’agitatore delle folle; è solo un uomo bloccato al confine tra le sue antitetiche personalità, che trova nella figura di Lee un indicatore del percorso da seguire, per poi bloccarsi di colpo e – cantando – mettere in pausa l’intero sviluppo narrativo. Non c’è legame empatico; non sussiste nessun processo affettivo da attivare in Joker: Folie à Deux. Come il personaggio di Arthur dinnanzi a una personalità tanto ammaliante come Harleen, ma incapace di compiere l’incantesimo con cui ritrasformarlo in Joker, il pubblico rimane in attesa di un gesto, di una ribellione, di un atto rivoluzionario che lo sconvolga, ma che non arriverà mai.
Lady Gaga risulta pertanto sacrificabile e inutile nell’economia del racconto: la sua presenza è giustificabile solo nei termini delle sequenze musicali, per poi rintanarsi in un personaggio privo di carattere e funzione narrativa. Complice? Aiutante? Antagonista? È difficile confinare Lee in una data figura attanziale. Fa la sua comparsa per poi rimanervi senza motivazioni, se non quelle di attivare una schizofrenia resa da Phillips nei termini di un’antitesi dicotomica tra realtà e finzione, verità e fantasia, odio e amore. Ma questo conflitto costante si muove solo sulla superficie, senza inserirsi nelle intercapedini del corpo cinematografico, senza inalare aliti di vita, senza iniettare un respiro vitale, o far tornare a battere un cuore bloccato, o far risuonare una risata congelata.
Amazon
