Recensioni
J.D. Payne, Patrick McKay
Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere - Stagione 1
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Davide Cantire
- 21 Ottobre 2022

Se c’è una serie che più di tutte le altre era attesa quest’anno e più di ogni altra ha spaccato praticamente in due tronconi netti e distinti il pubblico, questa è certamente Gli Anelli del Potere, prima riduzione per il piccolo schermo delle opere di J.R.R. Tolkien che arriva quasi otto anni dopo l’uscita al cinema de Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate, ovvero l’ultima incursione di Peter Jackson nell’opera fantasy che lui stesso aveva contribuito a consacrare presso il grande pubblico e a legittimare anche agli occhi dell’Academy (con gli 11 Premi Oscar andati a Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re).
Facciamo un passo indietro. Nel luglio 2017 Warner Bros e la Tolkien Estate cominciano a sondare il terreno per la realizzazione di una serie televisiva basata su Il Signore degli Anelli e le sue appendici, “offrendo” i diritti ai vari servizi streaming in circolazione al prezzo di partenza di 200 milioni di dollari. Vengono avanzate proposte da Netflix, HBO e Amazon. Stando a quanto emerso proprio recentemente, HBO avrebbe proposto di realizzare un adattamento degli eventi della Terza Era, quindi un remake vero e proprio della trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli di Jackson, ma la Tolkien Estate rifiutò la proposta perché non interessata a sfruttare materiale già adattato in precedenza. Netflix, invece, avrebbe proposto di costruire un intero nuovo franchise inclusi spin-off dedicati a Gandalf e Aragon. «La loro idea era un approccio stile Marvel», avrebbe poi detto un insider, «e la cosa ha letteralmente fatto ca*are addosso quelli della Tolkien Estate». Un’altra proposta venne avanzata da Anthony e Joe Russo, registi di Avengers: Endgame, i quali intendevano realizzare a loro volta un nuovo adattamento della Terza Era, ma riletta dal punto di vista di Aragorn (che nella trilogia cinematografica era interpretato da Viggo Mortensen), con una sceneggiatura dal tono più shakespeariano scritta da Anthony McCarten (La teoria del tutto, I due papi). Idea bocciata anche questa.

Anche l’idea iniziale di Amazon era quella di realizzare dei remake de Il Signore degli Anelli (con conseguente rifiuto della Tolkien Estate), ma riuscì a convincere gli eredi di Tolkien senza nessun concept specifico ma con la promessa che questi avrebbero potuto dire la loro sulle scelte creative (e 250 milioni di dollari di offerta). L’idea alla fine arrivò, nella fattispecie ad opera di due giovani sceneggiatori in erba sponsorizzati da J.J. Abrams, J.D. Payne e Patrick McKay. La loro proposta era più affascinante e suggestiva: avete presente il prologo iniziale de La compagnia dell’anello di Peter Jackson? E se una serie tv in cinque stagioni raccontasse tutto quello che viene riassunto in quei pochi minuti iniziali di film? Si trattava, quindi, di esplorare la Seconda Era delle storie narrate nelle famose appendici di Tolkien, che vanno quindi dalla sconfitta di Morgoth alla battaglia contro Sauron che avrebbe portato alla distruzione di quest’ultimo (ma non dell’Unico Anello).
Il problema principale, però, sorgeva immediatamente: non avendo a disposizione i diritti di sfruttamento de Il Silmarillion, dove la maggior parte di quegli eventi è raccontata, ma solo de Il Signore degli Anelli e le sue appendici, bisognava attenersi al solo materiale presente in quegli scritti relativo alla Seconda Era. Le appendici contengono un vasto riassunto delle Ere della Terra di Mezzo, dalla creazione di Arda fino alla distruzione dell’Unico Anello, ma mancano della descrizione di eventi piuttosto centrali nella narrazione. Per questo motivo e anche per esigenze prettamente narrative, Payne e McKay optano per una creazione molto libera e originale rispetto alle pagine di Tolkien, pur promettendo una fedeltà maggiore allo spirito di quelle opere.

Alla luce dei primi otto episodi di questa lunga corsa che ci riporta nella Terra di Mezzo e che ci guiderà attraverso personaggi noti e originali fino alla battaglia finale contro Sauron, cosa possiamo dire di questo adattamento denominato Gli Anelli del Potere? Prima di tutto che l’obiettivo primario di Amazon Prime Video era quello di arrivare al più vasto pubblico possibile, e non solo ai tolkieniani. Se guardiamo ai dati e alle classifiche dei prodotti più visti in assoluto, l’obiettivo si può certamente dire raggiunto. Grazie poi alla regia di nomi come Juan Antonio Bayona, Wayne Che Yip e Charlotte Brandstorm, la qualità squisitamente visiva e sensoriale della serie è a livelli altissimi, probabilmente i più alti mai raggiunti da un prodotto audiovisivo realizzato per il piccolo schermo, frutto dell’enorme schiera di talenti coinvolti e di mezzi utilizzati (si parla di una spesa di 10 milioni di dollari a episodio per la prima stagione).
Dove si riscontrano i problemi maggiori, non è tanto nelle sceneggiature dei vari episodi, che in fin dei conti svolgono un lavoro parecchio abile nel presentare l’universo nel quale si svolge l’intera vicenda, nel caratterizzare al meglio ciascun personaggio (dai più attesi, come Galadriel, alla quale viene fornita una storia molto classica, alle novità assolute come Arondir). La pecca, semmai, è di non aver pensato in maniera ancora più ambiziosa, costruendo una narrazione più complessa e stratificata, figlia non delle opere di Tolkien (sempre molto chiare e limpide nella loro progressione di eventi) quanto più delle opere fantasy che dalla fine del lavoro di Peter Jackson a oggi hanno monopolizzato l’attenzione del pubblico: e qui entra in gioco il discorso su Game of Thrones.
Per quanto sia lontanissima dallo spirito di Tolkien, l’opera di George Martin ha un debito enorme verso lo scrittore e accademico inglese, e la serie realizzata da HBO ha contribuito a mutare l’idea stessa di fantasy di stampo medioevale che il pubblico aveva in mente. Per quanto Amazon ricercasse un’idea molto lontana di fantasy rispetto a HBO e Martin, non poteva ignorare del tutto i quasi dieci anni di dominio assoluto de Il Trono di Spade, specialmente se proprio nell’anno (e nel mese) in cui si proponeva Gli Anelli del Potere, HBO contrattaccava con House of the Dragon.

Il discorso sulla fedeltà a Tolkien ci interessa davvero pochissimo perché non è il motivo per cui Gli Anelli del Potere non è quella serie ambiziosissima e bellissima che il pubblico richiedeva a gran voce dopo l’arrivo delle prime immagini. Non lo è per una scrittura che troppe volte scivola nel semplicismo anziché mantenere una limpidezza descrittiva concatenata ai singoli eventi rappresentati (se la descrizione della vita a Numenor, ad esempio, rientra in quest’ultima categoria, non si può dire lo stesso della forgiatura degli Anelli elfici, in cui tutto appare precipitoso e affrettato).
L’originalità visiva (e sensoriale, prestate attenzione a tutto il comparto sonoro e all’ottimo lavoro di Bear McCreary sulla colonna sonora), come si diceva, riescono in parte a sopperire a queste mancanze, figlie di due sceneggiatori ancora troppo acerbi e probabilmente anche troppo spaventati dal voler rischiare troppo; difatti gli episodi sono disseminati di bellezza che arriva principalmente dall’idea di messa in scena: dalla descrizione della caduta di Valinor ad opera di Bayona all’eruzione colossale che distrugge le terre del sud e dà vita a Mordor orchestrata da Brandstorm, fino alle varie sequenze con cui Wayne Che Yip condisce il finale di stagione (dall’ascesa dello Straniero al confronto tra Galadriel e Halbrand).
Tuttavia, siamo solo alla prima stagione, che raramente in ogni serie poi divenuta leggendaria si rivelava come la migliore del mazzo. Quindi, la speranza è che già a partire dalla seconda stagione, in sede di sceneggiatura venga posta maggiore attenzione al significato stesso della storia che si sta raccontando e alla sua progressione in ordine di causa ed effetto.
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