Recensioni

Ormai è risaputo: le aspettative su House of the Dragon, dopo l’infausto finale di Game of Thrones, erano basse. Poi la prima stagione aveva riacceso un interesse su quella magia tutta martiniana di Westeros, sugli intrighi di potere, sulla bellezza dei draghi. Pur con i suoi difetti, pur con un budget inferiore e quei rimandi alla serie originale che facevano un po’ arricciare il naso (perché sembravano forzati, e perché in fondo avevamo tutti voglia di una storia nuova), la prima tornata di episodi si era insomma ricavata un suo spazio, ergendosi nell’estate di HBO con una certa dignità. L’episodio finale, due anni fa, ci aveva lasciato con un cliffhanger che annunciava la guerra imminente? E adesso? Alla fine della seconda stagione, sembra di essere ancora fermi allo stesso punto.
Sì, gli episodi di sangue ci sono stati. Sì, le pedine sulla scacchiera sono state mosse. Eppure resta l’impressione che, nel complesso, le cose siano rimaste sottotono. Non è tanto questione di lentezza, quanto di evoluzioni che sembrano non esserci state per certi personaggi, oltre a scelte di sceneggiatura che paiono, al momento, poco comprensibili, ma si spera troveranno un senso con la terza stagione.
Questa storia, lo ricordiamo, si prende la responsabilità di adattare un testo ambiguo: Fuoco & Sangue infatti è il racconto storiografico di Gyldayn, arcimaestro della Cittadella, che ricostruisce la storia della dinastia dei Targaryen attraverso delle fonti che, ovviamente, sono parziali. Lo showrunner Ryan Condal ha così dovuto trovare una via di mezzo, dare una spiegazione il più credibile possibile del corso degli eventi, anche a costo di rinunciare a epicità e shock per mettere in scena personaggi più umani.
Questo vale soprattutto per i personaggi femminili: Alicent e Rhaenyra non sono regine incattivite dalla vita, dalla gelosia o dalla fame di potere, ma sono due madri, due donne che provavano (e provano) un forte affetto l’uno per l’altra e vogliono tentare la via della pace. In un mondo in cui gli uomini si siedono a complottare al tavolo in lunghe, lunghissime discussioni (spesso noiose, siamo lontani luce dalla meraviglia dei dialoghi di Ditocorto, Tyrion e Varys nel Trono di Spade), l’universo femminile si erge come quello che agisce. L’azione contro la parola, il cuore contro il cervello. A volte va bene, a volte va male. Di certo il cambio di sensibilità in questi anni ha avuto un impatto positivo sull’universo di Martin, soprattutto se paragonato ad alcune scene gratuite che si vedevano nella serie madre.
Di contro, ci sono personaggi che hanno perso tutta la loro verve, a cominciare da un Daemon Targaryen (Matt Smith) bloccato ad Harrenhal in preda a delle visioni che, a fine stagione, si rilevano essere collegate alla Lunga Notte (con tanto di citazione “l’inverno sta arrivando”). E proprio queste porranno fine all’eterno desiderio di potere di Daemon, sempre a un passo dal trono di spade ma mai con la corona in testa. Il problema è che questo tormento interiore non era così interessante da vedere. La stessa sorte è toccata a suo nipote, Aemond Targaryen (Ewan Mitchell), di cui veniamo a sapere prova pentimento per la morte di Lucerys ma al tempo stesso ci viene mostrato per soli circa 15 minuti di screentime, per lo più arrabbiato e a tratti eccitato, per pochissimo stratega. Ci sembra inutile poi infierire sul personaggio di Criston Cole: l’ultima volta che abbiamo avuto una Cappa dorata divisa tra onore e sentimenti, si trattava di Jaime Lannister. Lontano anni luce in quanto a caratterizzazione e profondità.
Il tema forse meglio riuscito è quello della caduta degli dei: davvero i draghi possono essere cavalcati solo da Targaryen puri? O è un racconto che la dinastia ha perpetuato per pura propaganda politica? Si apre così la linea dei “bastardi”, che segna un cambio di rotta nella nuova generazione di Targaryen e distrugge secoli di tradizione. Che cosa sono dunque, le tradizioni? Sono capisaldi da preservare o possono essere distrutti? E quali sono le conseguenze? Tutti interrogativi che, così come affrontati nella serie, ben rispecchiano lo spirito generale dell’opera letteraria. Si cominciano a intravedere insomma tutti i motivi del decadimento della dinastia dei draghi, che rinasceranno, poi, con l’ultima discendente Daenerys, che appare nelle visioni di Daemon. È lei il tanto agognato “principe che fu promesso”? Sembrerebbe di sì, anche se è difficile capire come può la cosa intrecciarsi con la storia di Game of Thrones, vista la svolta nella trama rispetto ai libri.
L’impressione è che questa seconda stagione sia stato un lungo trailer della terza stagione, a tratti molto noioso. Il materiale da mettere in scena è ancora tanto: restano altre due stagioni ancora da produrre, che cosa ne sarà di tutta la storia? Chi lo sa, ma è ancora presto per abbandonare la nave. Sperando che la prossima volta la guerra inizi per davvero (e il plot twist finale suggerirebbe di sì…)
Amazon
