Recensioni

Nel 2021, Denis Villeneuve compì un’impresa ritenuta da molti impossibile. Dopo aver consegnato un sequel a Blade Runner in grado di rivaleggiare con l’originale, realizzò l’adattamento cinematografico di un’opera considerata infilmabile, in cui anche David Lynch aveva fallito. Il suo Dune fu un vero e proprio miracolo, non solo produttivo ma anche narrativo, perché non era certo un’operazione semplice quella di restituire in immagini la complessa storia dell’iconico romanzo di Frank Herbert. Il regista canadese fu in grado di riassemblare le componenti nevralgiche della critica al centro della storia e al contempo di creare un ponte tra l’opera letteraria e il tempo presente, avendo come fulcro l’epica della narrazione, adeguatamente sostenuta da una messa in scena «monumentale, mastodontica, imperiosa, capace di rendere gli elementi che la compongono infinitamente piccoli e al contempo fondamentali».
Dune – Parte Due riparte dalle stesse premesse e mantiene certamente le aspettative degli oltre due anni di attesa che ci hanno separato da questa conclusione spettacolare e, paradossalmente, ancora più radicata nel tempo presente di quanto non lasciasse intendere la prima parte. Il popolo oppresso che vuole rivendicare una terra che appartiene a loro per diritto (impossibile non pensare anche in maniera minima al conflitto israelo-palestinese), una lotta di potere soggetta a un disegno machiavellico interstellare più ampio e malvagio (e qui si torna all’invasione russa dell’Ucraina) e l’attaccamento morboso verso la figura del leader carismatico, in questo caso il Lisan Al-Gaib, La voce dal mondo esterno, detto anche Mahdi, il messia dei fremen da una leggenda che non deriva nemmeno dalla loro tradizione culturale, bensì da un seme opportunisticamente piantato dalle Bene Gesserit. Infine, ma non meno importante, i ruoli più dinamici e attuali di Lady Jessica e Chani, affidati a Rebecca Ferguson e Zendaya, unica concessione originale che il regista si prende rispetto al romanzo di Herbert.
Nel suo Dune (inteso come dittico), Villeneuve insiste quindi nell’illustrare nel modo più chiaro possibile tutte le macchinazioni in atto, di cui vedremo le conseguenze per ciascuno dei personaggi rappresentati, e quindi indirizza la narrazione verso una destrutturazione del viaggio dell’eroe (teorizzata da Christopher Vogler che già si rifaceva agli studi di Joseph Campbell), con il gentile e coraggioso Paul Atreides che pian piano assume quel ruolo prima apertamente disprezzato. Per via delle visioni e del potere appena assunto, il tempo non appare più come quella progressione di eventi scanditi dal binomio causa/effetto, ma diventa esso stesso un territorio quasi fisico, spaziale, in cui c’è veramente poco margine di manovra, che solo qualcosa al di fuori dell’ordinario potrà scardinare del tutto (il finale incentrato su Chani lascia intendere proprio questo).
Tuttavia, proprio sul concetto di tempo, Dune – Parte Due appare accartocciarsi su se stesso in un’involuzione contraria rispetto a quanto avevamo visto nella prima parte. Se il primo Dune riusciva abilmente a dotare di ogni evento cruciale il giusto respiro epico, esattamente attraverso una scansione temporale precisa e in grado di cullarsi degli sguardi, dei gesti e dei silenzi dei personaggi, questo secondo capitolo fa notevolmente più fatica a donare all’incredibile progressione di eventi – specialmente nella parte conclusiva – il necessario respiro, a soppesare ogni svolta narrativa, a giustificare appieno le azioni dei protagonisti, che in definitiva sembrano accavallarsi un po’ troppo velocemente (segno probabilmente che una divisone in tre parti, proprio come il romanzo originale, sarebbe stata più indicata).
C’è, infine, una linea sottilissima che collega in una sorta di metanarrazione multitestuale l’impianto produttivo dei due capitoli di Dune, che a livello sottocutaneo apre una discussione potenzialmente infinita sulla responsabilità che certi blockbuster portano con sé a livello quasi inconscio, ma non del tutto inconsapevole. Proprio come Dune si era rivelato quasi una “cura” per lo spettatore durante il periodo più critico della pandemia (e nonostante le parecchie sale rimaste chiuse era riuscito a incassare oltre 400 milioni di dollari nel mondo), Dune – Parte Due ha il compito, ugualmente faticoso – di rialzare i numeri degli incassi al box-office globale dopo l’incubo degli scioperi abbattutosi su Hollywood nella seconda parte del 2023 e che ha bloccato ogni sorta di produzione (e l’uscita dello stesso film di Villeneuve, inizialmente prevista per lo scorso novembre).
Proprio come il suo protagonista, il Paul Atreides di Timothée Chalamet, che da timido erede al trono è costretto dagli eventi che accadono attorno a lui a diventare il leader di cui non solo un intero pianeta ma l’universo intero richiede e attende da millenni, la pellicola di Denis Villeneuve deve ergersi in maniera quasi obbligata per salvare una situazione che se non tragica è quantomeno problematica. Non è normale, infatti, che il primo blockbuster dell’anno arrivi a marzo, e le sorti del botteghino non possono sopravvivere esclusivamente grazie a successi inattesi (vedi Tutti tranne te) o alla forza ritrovata del cinema d’autore (è il caso de Il ragazzo e l’airone, Povere Creature! o Past Lives).
Dopo un percorso all’interno della fantascienza, quella più umanistica, iniziata con Arrival e proseguita quindi con Blade Runner 2049, Villeneuve è perfettamente a suo agio all’interno del genere, che ormai gestisce come un maestro e veterano, e il suo nome perfettamente riconoscibile e stimato al pari di un altro mostro sacro come Christopher Nolan (anch’egli alle prese con la decostruzione di una figura eroica come quella di Robert J. Oppenheimer nel biopic che probabilmente trionferà agli Oscar). Come il collega anglo-americano, Villeneuve è uno dei rappresentanti di spicco di un nuovo modello di blockbuster e, in attesa dell’inevitabile Messia di Dune, non vediamo l’ora di scoprire quale sarà il suo prossimo affondo nel genere.
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