Recensioni

Che Pistol, la miniserie in sei episodi prodotta da FX, creata e scritta dal luhrmanniano Craig Pearce (Moulin Rouge!, Elvis) e diretta da Danny Boyle (Trainspotting, Steve Jobs), fosse destinata a dividere era chiaro sin dal tema, dall’oggetto e dai protagonisti. Letteralmente: perché forse nessuno, nella storia della musica, ha diviso l’opinione pubblica e infranto i limiti preesistenti come e più dei Sex Pistols. E perché anche gli stessi ex componenti della storica band hanno espresso a più riprese pareri discordanti. «Penso sia la cosa più irrispettosa che mi sia mai capitata di sopportare»: in una intervista al “Sunday Times”, John Lydon non le aveva certo mandate a dire, inquadrando la serie come un altro episodio della rock and roll swindle e rincarando poi la dose una prima — «I Sex Pistols sono diventati proprietà di Mickey f—ing Mouse», a margine di un’altra intervista, al “Telegraph”, sul suo libro I Could Be Wrong, I Could Be Right del 2020 — e una seconda volta: «Una fantasia borghese. Disney ha rubato il passato e creato questa favola che ha poco a che fare con i fatti. Sarebbe divertente se non fosse tragico».

Dall’altra parte di quella che si è configurata come una diatriba giudiziaria, si sono schierati invece Paul Cook e Steve Jones, di parere tanto opposto da invitare Rotten a una particolare reunion in tribunale per avere la meglio nella contesa sull’utilizzo dei brani dei Pistols all’interno della serie e mettere così la parola fine al prodromo di polemiche che ha anticipato l’uscita in America, trovando terreno fertile in una vicenda giudiziaria non certo nuova:
Il resto della band e molte altre persone della scena punk dell’epoca sono stati tutti coinvolti nella serie TV Pistol. Danny Boyle ha già lavorato con i Pistols in precedenza ed è un regista molto rispettato, vincitore di Oscar. Conosce la band e ha vissuto il tempo che l’ha vista nascere
Con simili premesse, dunque, non solo risulta improbabile attendersi una vera reunion del gruppo sul palco — al di là delle recenti dichiarazioni ironiche di Jones e di quelle, più realistiche e datate, di Matlock — ma era difficile anche trovarsi perfettamente in sintonia con la narrazione proposta.

Basata sull’autobiografia di Steve Jones, Lonely Boy: Tales from a Sex Pistol (2016), la serie ripercorre il triennio 1976-’79 della turbolenta vita di Rotten e soci e annovera Toby Wallace (Babyteeth) nei panni del vero protagonista, Jones appunto, Anson Boon (1917) in quelli di John “Johnny Rotten” Lydon e Louis Partridge (Enola Holmes) come Sid Vicious. Jacob Slater è invece il batterista Paul Cook e Christian Lees il bassista Glen Matlock, fino all’avvicendamento con lo stesso Vicious, nel fatidico 1977. A incarnare Malcolm McLaren, deus ex machina dell’ascesa come pure della caduta dei Sex Pistols, secondo il punto di vista offerto dalla serie, è Thomas Brodie-Sangster (The Queen’s Gambit), autore di una interpretazione vivace in grado di conferire ritmo alla narrazione. Nei ruoli non protagonisti figurano invece l’ottima Sydney Chandler (Chrissie Hynde), Talulah Riley (Vivienne Westwood), Maisie Williams (Pamela “Jordan” Rooke) ed Emma Appleton (Nancy Spungen).
Quella dei Pistols si conferma una parabola che, a oltre quarant’anni dalla drammatica conclusione (rappresentata nel film del 1986, Sid & Nancy, di Alex Cox), non cessa di esercitare fascino, come dimostra la notizia della prossima uscita di Sid: The Final Courtain, il documentario di Danny Garcia sull’ultima esibizione di Vicious, il 30 settembre 1978 al Max’s Kansas City di New York. Prima di Pistol, invece, per un breve periodo si era parlato di un altro progetto sulla band: un biopic sulla scia di Bohemian Rapsody e Rocket Man, a cui si era mostrata interessata Ayesha Plunkett per la Starlight Films. Al 2000 risale invece il documentario di Julien Temple, The Filth and the Fury che, a differenza del mockumentary precedente The Great Rock ‘n’ Roll Swindle (1980), dimostrò sin dal titolo — venato da evidenti suggestioni letterarie ed esplicita citazione dal titolo del pezzo con cui il “Daily Mirror” commentò l’esibizione del gruppo a Today di Bill Grundy, il 2 dicembre 1976 — una attitudine alla vivida rappresentazione di quegli anni, animati da forte crisi economica e violenti contrasti sociali e generazionali.

Pistol non sembra tuttavia riuscire a replicare l’intensità della rappresentazione documentaristica, impegnata com’è, nell’arco dei sei episodi, a portare in scena la nascita, l’evoluzione e la deflagrazione dei rapporti di equilibrio — artistico, ma anche e soprattutto interpersonale — tra i membri della band – e a Jones viene riservato lo spazio maggiore, anche a costo di un netto sbilanciamento – e tra questi e le figure che gravitarono loro attorno, McLaren in primis. La produzione, pensata e prodotta come una miniserie, procede per diadi concatenate: se i primi due episodi servono per introdurre, rispettivamente, il protagonista Jones e l’antagonista Rotten — costantemente legati da un conflitto più o meno latente che perdura tutt’oggi, come conferma la polemica giudiziaria che ha fatto da premessa alla serie — il movimento successivo, composto da Bodies e Pretty Vaaaycunt, oltre a costituire un chiaro tributo alla discografia Pistols, tentano con ritmo ondivago e alterne fortune di documentare l’evoluzione musicale del gruppo. Di taglio più marcatamente cinematografico, invece, l’intento che pare animare gli ultimi due episodi: Nancy & Sid richiama, ribaltandolo, il titolo della pellicola di Cox, mentre Who Killed Bambi?, citazione del titolo previsto per il primo film — mai realizzato — ad annoverare i Pistols nel cast, chiarisce, se mai ce ne fosse stato il bisogno, la tesi di fondo dell’intera serie. A decretare ascesa e declino dei Sex Pistols fu quel diavolo d’un McLaren, che con una mano sollevò il sipario sulla band e con l’altra ne decretò in buona sostanza lo scioglimento. Degne di nota, a tal proposito, sono le molte scene riservate allo storico store SEX della signora McLaren, la vulcanica Vivienne Westwood, autentico epicentro del sisma a cui dettero origine Rotten e gli altri.

Alla luce di una resa complessiva riuscita solo a tratti, in cui la somma finale non riesce mai a essere all’altezza del valore delle singole, apprezzabili parti, non si può non ripensare al trailer — in cui la mano del regista, già ben presente e riconoscibile — che negli scorsi mesi aveva fatto pensare a una ripresa di stilemi e atmosfere tipiche di Trainspotting, adattate però a un materiale storico-biografico, con il memoir di Jones a fare da riferimento costante e a tratti egemonico. Dopotutto, Boyle in persona era stato piuttosto esplicito a riguardo, quando aveva dichiarato:
Immaginate di entrare nel mondo descritto da The Crown e Downton Abbey con i tuoi compari e urlare le tue canzoni e la tua rabbia a tutto quello che rappresentano. Questo è il momento in cui la società britannica e la sua cultura cambiarono per sempre. Un punto di rottura per la street culture britannica, dove persone ordinarie erano sul palco a gridare la loro furia e il loro stile e tutti dovevano guardare e ascoltare, esserne spaventati o seguirli. I Sex Pistols. Al centro c’era un affascinante e illetterato cleptomane – un eroe per quell’epoca – Steve Jones, che divenne per sua stessa ammissione il 94° più grande chitarrista di tutti i tempi. Questa miniserie parla di come ci è arrivato

Ecco: se l’aspettativa è quella di assistere a una biopic series sui Sex Pistols, forse meglio lasciar perdere e sgomberare il campo da ogni equivoco. La componente autobiografica – il memoir di Jones – è sempre assai presente e il rischio concreto è quello di rimanere delusi davanti un manipolo di ragazzi dal volto pulito e dalla somiglianza discutibile (Rotten in primis) specie per quanto riguarda le movenze sul palco, intrappolati come sono – Jones, Rotten, Vicious, Cook e Matlock – in ruoli statici ai limiti della maschera e con scelte, in sede di montaggio e di fotografia, non sempre riuscitissime. Soprattutto quando il tentativo, tanto evidente quanto vano, è quello di trasmettere l’energia dirompente e violenta del gruppo, con un risultato che non convince mai fino in fondo e con buona pace dei validi sforzi compiuti dal cast e della cura nei costumi e nella ricostruzione delle ambientazioni.
La sensazione ultima, per dare a Rotten quel che è di Rotten, è che la produzione Disney abbia finito davvero per imporre alla vicenda storica, biografica e musicale dei Sex Pistols una patina di “fantasia borghese”, col beneplacito di Boyle: se si è disposti ad accettare questa condizione di partenza, il disappunto riesce a essere mitigato dalle note positive che il prodotto riserva. Detto dell’interpretazione di Thomas Brodie-Sangster come pure di Sydney Chandler, i migliori per distacco, e di uno spazio inedito fino a Pistol, finalmente riservato alla spinta innovativa del SEX nel contesto dell’Inghilterra dei Seventies, non si può non menzionare il comparto sonoro, che annovera una sorta di greatest hits dell’epoca – dalla meravigliosa Moonage Daydream di Bowie (presente anche con Starman), che sostiene perfettamente l’incipit del primo episodio, a T-Rex con Bang a Gong (Get It On), Otis Redding (Sittin’ on the Dock of the Bay), Pink Floyd (Wish You Were Here), Alice Cooper (I’m Eighteen), Elvis (An American Trilogy) e gli amati Stooges (No Fun) e Who (Who Are You) – oltre naturalmente ai maggiori brani dei Pistols. In ordine di apparizione: No Fun (cover dell’originale di Iggy & The Stooges), I’m a Lazy Sod, Substitute, Bodies, Pretty Vacant, Problems, Satellite, EMI, Submission, New York, Holidays in the Sun, No Feeling, My Way (cover del celebre classico di Sinatra cantata da Sid Vicious), oltre alle immancabili Anarchy in the U.K. e God Save the Queen.
In attesa dell’uscita in Italia, prevista per il 7 settembre su Disney+, su SA è possibile leggere la dettagliata recensione della prima e unica incisione in studio della band, risalente al 28 ottobre 1977, Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, a firma di Edoardo Bridda.
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