Recensioni

In principio era La cosa da un altro mondo, poi diventò La cosa e basta. Perché anche la sintesi è importante. Cosa deve aver visto John Carpenter in un film tra i capisaldi della fantascienza degli anni ’50, un film ambientato tra i ghiacci artici e con protagonista un uomo-pianta, per decidere di farne un remake (più un re-hash a dire il vero) e presentarlo al pubblico al principio (il 25 giugno) della torrida estate del 1982 (le temperature quell’anno furono particolarmente insopportabili, perlomeno in Italia)? «Co ‘sto callo annamo a fa’ un firm ar fresco», si sarà detto il papà di Michael Myers? Naaa. La verità è che i veri geni vedono dove gli altri non vedono e il Nostro deve aver ravvisato in quell’arcaica pellicola a firma Christian Nyby le premesse per un rimasticamento in chiave moderna che la soppiantasse in toto. Rivisitazione del film peraltro molto più fedele al racconto da cui era tratto l’originale, l’omonimo, scritto da John Wood Campbell e dato alle stampe nel 1938.
Così, la minaccia, da umanoide venuto da un pianeta lontano, diventa una cosa, sempre proveniente dallo spazio ma intangibile e indefinita, forse un’infezione, o chissà. Del resto Carpenter con l’immaterialità ha ormai dimestichezza, dopo The Fog (1980), e lo stesso assassino seriale di Halloween era in fin dei conti la personificazione di qualcosa di astratto per definizione, il Male. Anche se qui gli effetti del contatto con l’entità aliena sono mostrati in tutta la loro orrorifica esplicitazione, grazie agli efficacissimi trucchi e visual in perfetto stile anni ’80 e cioè con uso di lattice e liquidi squaraus in abbondanza. Rick Baker (Un lupo mannaro americano a Londra) sta facendo scuola, non a caso Rob Bottin – l’effettista de La cosa – ne è un discepolo e il primo film a cui ha lavorato da solo è stato uno sui lupi mannari, L’Ululato (1981) di Joe Dante, qui chiaramente rievocato nelle scene delle trasformazioni dei cani.
Ma è soprattutto il tema dei rapporti umani a essere indagato da Carpenter. Non arriveremmo a parlare di lezione di sociologia (anche se il dubbio viene) ma quantomeno di psicologia aggregata sì. Nel classico sci-fi del 1951 gli uomini, i componenti l’équipe di una spedizione scientifica con base al Polo Nord, erano uniti nella lotta contro l’alieno con la linfa verde al posto del sangue e che di liquido ematico umano si nutriva: tutti remavano nella stessa direzione contro il nemico esterno, in ossequio all’americanità propagandata in anni di maccartismo imperante; nella pellicola del 1982, invece, i malcalpitati protagonisti sono divisi, diffidenti gli uni con gli altri, sospettosi, perché chiunque può essere la cosa, chiunque può esserne stato contaminato: the thing è un’essenza che permea l’organismo umano introducendovisi per poi prendere le sembianze del corpo conquistato e ingannare gli altri ancora “vergini”; the thing è una forza colonizzatrice che vuole infettarci tutti per sostituirsi – e se non ostacolata lo farà in sole «27 ore dal primo contagio» – alla stirpe umana. Mutuo sospetto, sfiducia nel prossimo, egoismo, sedizione, disgregazione sociale, follia e aggressività, e quindi in generale un’antropologia fortemente negativa e pessimista che se da una parte rappresenta una critica sociale e politica dell’epoca, dall’altra è tema che torna buono pure per i tempi correnti.
In un certo senso anche Ennio Morricone, autore delle colonna sonora, viene come “inquinato” da Carpenter. Il tema portante del film è infatti realizzato con il sintetizzatore, strumento principe del sound del regista (ma tutt’altro che di prassi nei lavori del compositore italiano, che anzi sembra lo odiasse) il quale, come si sa, è anche musicista e ha firmato e firmerà le soundtrack di quasi tutti i suoi film.
Anche stavolta a uscirne trionfatrice è l’estetica carpenteriana, dalle sequenze lunghe al ricorso alla suggestione, dall’azione all’uso sapiente della macchina da presa, dall’illuminazione minimalista alla presenza dell’anti-eroe (l’attore feticcio Kurt Russell), dalla spettacolarità al massiccio scorrimento di sangue. Si entra subito nel vivo, senza preamboli di sorta, e quel che peggio è che non se ne esce più. Dai primi fotogrammi ci si ritrova immersi in un contesto di angoscia crescente. In uno spazio sterminato come le distese di ghiacci dell’Antartide, ci si sente braccati e senza via di scampo, si soffre di claustrofobia e agorafobia allo stesso tempo, in un clima asfissiante dove la tensione è acuita dall’ambiente isolato e ostile teatro della vicenda.
Se vogliamo, già questo basterebbe a far parlare di piccolo capolavoro in un periodo in cui a Hollywood, sul tema della fantascienza, è la visione buonista di Spielberg (Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T.) ad andare per la maggiore. Perché per Carpenter non c’è speranza per il genere umano, i veri mostri siamo noi e, alla luce degli sviluppi odierni, mo vaje a da’ torto.
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