Recensioni

7

Cita Pavese e La luna e i falò, Dimartino, per dare il titolo al suo terzo album, probabilmente quello più ambizioso, di sicuro quello più completo e solido. Lontano dai lidi cantautorali più strettamente votati alla melodia, tipici dei titolari di etichetta, la valenza immaginifica del cantautore siciliano si imbarca in un viaggio ricco di suggestioni e fascinazioni. Un lungo e tortuoso itinerario diviso tra mondi reali, interiori o immaginati, colorati con vari giochi di luce.

Ed è proprio il rapporto empatico con la geografia, della mente e non, il vero leitmotiv del disco. Quella pacifica sensazione di sentirsi ovunque al centro del mondo, piuttosto che l’ubiquo sentimento di reclusione, dipinge le diverse tonalità poetiche che si infrangono tra la partenza e l’arrivo. Che sia solo col pianoforte, con impasti d’archi o tra digressioni elettroniche, Un paese ci vuole indaga il valore essenziale dell’appartenenza così come quello dell’attesa, riuscendo a non essere mai sfarzoso né scontato, sia nei momenti più aperti che in quelli più rivolti all’interno.

Tutto è cominciato un anno fa ad Oxaca, in Messico, con il Nostro affacciato al finestrino di un autobus ad osservare un paesaggio stranamente familiare. Nasce così un percorso che tra pop-rock d’autore, synth, cori e fiati ha radici tanto nella Sicilia del musicista quanto nello sviluppo di sonorità più ricercate, quasi solenni: la speranza della partenza (La vita nuova) e l’inizio di un nuovo arrivo (Semplicemente arriva / qualcosa che prima non c’è / Come una guerra torna la primavera), l’incalzare liberatorio che elimina qualsiasi confine in Niente da dichiarare e il paesaggio acquarellato in Da cielo a cielo.

La malinconia baritona per un amore stagionale di Una storia del mare – cantata insieme a Francesco Bianconi – e di nuovo quelle occasioni mancate vissute nei dettagli, nella semplicità disarmante dei ricordi più belli. La visionarietà di Case stregate vive sullo stesso ciglio della Bogotà firmata da Colapesce. Una malinconia che risuona anche in Stati di grazia e in tutti quei luoghi talmente pieni da diventare vuoti. Le percussioni marine unite alla voce di Cristina Donà in I calendari chiudono in bellezza un album che riesce nel suo piccolo – ma neanche tanto – obiettivo: la messa a fuoco lucida di un frastagliato immaginario quotidiano, raccontato con un gusto raffinato da navigato chansonnier e la forza della poesia.

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