Recensioni

Malgrado la sbandata “commerciale” di metà carriera, ci sono buoni motivi per considerare i Marlene Kuntz – giunti al nono titolo lungo in vent’anni – una band piuttosto coerente. È un merito, che rischia però di essere anche il loro principale limite. La scelta di recuperare oggi l’inquietudine assieme letteraria e sonica con cui scossero gli anni Novanta va inevitabilmente a scontrarsi con ciò che sono diventati nel frattempo il mondo, il rock e i Kuntz stessi. Ovviamene non possiamo rimproverare loro il tentativo, al limite semmai lo sdegno vagamente snob con cui lo fanno. Sta di fatto che questo Nella tua luce è una raccolta di buone canzoni tipicamente kuntziane. E, porca miseria, non funziona.
Nel senso che si limita ad intrattenere con una certa gravità, dipinge quadretti di denuncia poetica (Catastrofe, Adele) che però non scendono dalla cornice, non ti feriscono. Certo, nei testi avverti spessore e urgenza, la voglia di affrontare i malanni contemporanei senza paura di sfilettarne la complessità e senza perdere il senso per la densità poetica. Ma, spiace dirlo, non ti coinvolgono più di tanto perché avverti la strisciante supponenza degli sforzi autoreferenziali, di esercizi pensati soprattutto per alzare l’asticella degli esiti artistici. Similmente, quando tentano l’alzata di scudi irriverente (Il Genio, una Giacomo eremita che cita il Vincenzo di Fortis) sono sì efficaci ma ti lasciano col retrogusto d’un dente avvelenato un po’ a gratis. Non vorrei scriverlo, ma insomma, ecco, di una posa.
C’è poi da considerare l’insistenza sul riffarama corposo e acidulo da Nineties criogenizzati, roba che scozza improvvidamente solennità CSI e baldanza (consentitemi) Negrita, tanto che la vena ruspante di una Seduzione si sgonfia per così dire nella culla, mentre la più nevrastenica Senza rete si dibatte tra viluppi orchestrali e vampe elettrosintetiche quasi Muse come se volesse disperdere artificiosamente le tracce. Non ci sono, insomma, le condizioni ideali per far scattare l’empatia, che pure ballate come Osja, amore mio e la title track potrebbero meritare. Ti ritrovi così a fare i conti con una band nel pieno della maturità e della forza, professionalmente al top, piuttosto ispirata, ma irrimediabilmente zavorrata dal proprio stesso quid. Peccato.
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