Colapesce, Dimartino e Zavvo Nicolosi raccontano “La primavera della mia vita”. La nostra intervista
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Carmen Palma
- 22 Febbraio 2023
Un film “pazzo”, un film sull’amicizia. Ma soprattutto, un film metafisico. Freschi dell’avventura sanremese, Colapesce e Dimartino portano in sala La primavera della mia vita, diretto da Zavvo Nicolosi (all’esordio sul lungometraggio) e scritto a otto mani dai due cantautori, dal regista e da Michele Astori.
Questo road movie porta i due artisti sulle strade più remote della Sicilia, in un viaggio di riconciliazione e sulla scoperta di sé, sull’imparare ad ascoltare gli altri e comprendere gli orizzonti di vita diversi dal nostro. Nel film, Colapesce e Dimartino sono un ex duo musicale, i Metafisici appunto, produttori di hit leggere ma soprattutto vecchi amici, le cui strade si sono separate per divergenze creative e di vita. I due si ritrovano quando Antonio (Dimartino), entrato a far parte di una sorta di setta, ricontatta Lorenzo (Colapesce) per un misterioso progetto… Tra teiere giganti, creature mitologiche, suore sommozzatrici e pirati, La primavera della mia vita è una pellicola che fa del surrealismo il suo tratto distintivo, con tanta ironia interrotta, qui e là, da momenti di introspezione che arrivano lapidari sotto forma di aforisma («Nell’entusiasmo si annida il germe del fallimento», «La vita è un susseguirsi di tasse, rapporti sessuali deludenti e poi muori»).
«In questo film ci sono tutte le cose che ci piacciono, da Spielberg passando per le pubblicità anni ’80 di Caldo Bagno, fino a Alejandro Jodorowsky», racconta Nicolosi. In effetti, tutto il film è costruito come un percorso di psicomagia, l’arte di guarire dai propri traumi grazie a rituali teatrali su cui si basa molto del cinema del regista cileno. C’è anche la sua estetica, già rintracciabile nei videoclip musicali del regista, con le sue geometrie perfette e il simbolismo che arricchisce la scena. Immagini fissate nel tempo come fotografie, un po’ sulla scia dei testi delle canzoni del duo: campi sconfinati, i palazzi distrutti dalle bombe nemiche, qualche finestra accesa, una ringhiera, dei bambini annoiati sulla scala dei turchi… «In questo film abbiamo messo tutto quello che non entrava in una canzone», racconta Dimartino.

Ma è più difficile fare Sanremo o realizzare un film ispirato a Jodorowsky? «È più questione di sostanze psichedeliche», ironizza Nicolosi.
L’idea del film c’era già da prima del disco insieme, è un sogno diventato realtà. È nato tutto da degli appunti che abbiamo preso nel tempo, delle scene, che abbiamo sottoposto prima a Zavvo, poi abbiamo lavorato al soggetto e infine alla sceneggiatura. La possibilità concreta di fare questo film, però, si è aperta dopo il Sanremo di Musica Leggerissima. Quello sì, è stato piuttosto improvviso.
Colapesce a Sentireascoltare
Nel film ci sono anche ospiti musicali, come un Roberto Vecchioni complottista che crede nelle origini siciliane di William Shakespeare, Brunori Sas della cricca dei fan di Jim Morrison (che, sempre tornando agli aforismi, si riuniscono per recitare le celebri frasi del cantante), c’è Erlend Øye dei Kings of Convenience e un’esibizione di Madame («Per noi è una cantautrice incredibile») in un brano che porta il nome del film. «Dato che è un film sull’amicizia – spiega Dimartino – abbiamo chiamato i nostri amici». Persa l’occasione di avere nel film Vinicio Capossela, che in un suo brano del 2010 dall’album Cara maestra abbiamo perso cantava di aver sparato: «Era a Milano».
C’è, soprattutto, un tentativo di raccontare la Sicilia oltre gli stereotipi (di cui il film si prende gioco).
Quella della stereotipizzazione è un problema comune a tutto il Meridione, non solo alla Sicilia. La regione che abbiamo raccontato ha tutto: la nostra Sicilia è piena di colori, aneddoti, mare, divertimento, noia, attesa, frustrazione…
Colapesce
Se non altro, è forse il primo film da inizio terzo millennio che non tratta le sette o i movimenti new age come un pretesto per girare un horror. Nel finale sembra sull’orlo di intraprendere una strada alla Midsommar, cosa che non ti aspetteresti da un film dal tono surreale sì, ma leggero. Perché il senso del film è nell’accettazione degli altri, ad ogni costo, anche quando quello che fanno ci sembra assurdo. Anzi, “pazzesco”, come ripete sempre Antonio nel film.
