Recensioni
Blood Orange, Four Tet, A. G. Cook
C2C Festival 2025
-
Bizarre
- 3 Novembre 2025

Sembra che quest’anno tutti si siano accorti che il Club To Club, così com’era stato concepito a inizio millennio da alcuni visionari promoter torinesi (tra i quali il compianto Sergio Ricciardone, scomparso la scorsa primavera, al quale questa edizione è dedicata), non esista più. Ovvero che non si tratti più di un festival di musica da club, di matrice fondamentalmente elettronica, bensì di una panoramica molto più estesa e articolata di ciò che il panorama avant pop odierno possa offrire.
Beh, meno male: saranno almeno dieci anni che il C2C Festival (questa la nuova denominazione ufficiale) ha avuto un’apertura a gruppi e stili musicali che trascendono il concetto di dance da club alternativo. E, malgrado ciò, rimane a tutti gli effetti un festival di musica elettronica, perché il pop di questi anni non può fare a meno di suoni, arrangiamenti e produzioni digitali. Se una volta l’idea di elettronica era inevitabilmente associabile a produzioni house o techno, ora è alla base di qualsiasi prodotto di pop moderno, mainstream o di nicchia; si potrebbe quindi dire che è la musica a essere andata incontro al concetto del C2C, non il contrario.
C’è tuttavia un rischio, in questo modello sonoro: quello di dare troppo spazio all’infrastruttura digitale e di dimenticare che una canzone, per funzionare, deve anche avere una scrittura di buon livello. È un rischio che gli organizzatori hanno calcolato molto bene, operando una selezione accurata dei nomi da presentare e riuscendo quasi sempre a proporre artisti che sanno bilanciare come si deve composizione e sound (uno dei pochi nomi che non ha convinto in tal senso potrebbe essere quello di Ecco2k). E forse siamo noi boomer a essere troppo esigenti – che pretesa, lavorare anche sulla costruzione armonica!
Sì, perché tra le altre cose, il C2C è un festival giovane. Età media sicuramente ben sotto i 40, tantissimi stranieri, molto entusiasmo, due sold out su quattro serate: tutti indici di ottima salute e di prospettiva futura. Resta un margine di miglioramento a livello logistico: il sistema dei crediti non riduce veramente le attese (troppe volte ci siamo ritrovati ad assistere alla scena di chi non ha abbastanza soldi sul badge per comprarsi il drink, dopo 15 inutili minuti di coda), e il fatto che funzioni solo nella location del Lingotto e non alle OGR è abbastanza ridicolo – tralasciamo poi la ben nota simpatia della security delle OGR.

A questo punto però parliamo anche dei live, ovvero della sostanza reale della rassegna; sarà inevitabilmente parziale e personale, ma tant’è. Quello che ci è piaciuto di più, paradossalmente, è uno in cui la componente elettronica è secondaria: Blood Orange ha mostrato una padronanza musicale impressionante per eclettismo, abilità strumentale, originalità negli accostamenti e nelle scelte (memorabile la versione di How Soon Is Now? degli Smiths per violoncello e voce). Chi lo definisce un emulo di Prince vede solo la superficie di questo artista straordinario, che ha peraltro confermato che il suo recente Essex Honey sarà probabilmente uno degli album dell’anno.
Rimanendo in ambito pop: spassosissimi, camp, ballabili e al contempo emozionali i Model/Actriz; solido e ben impostato Nourished By Time, al secolo Marcus Brown; efebiche, astratte ma affascinanti le Smerz; meno a fuoco e in definitiva più banale Jenny Hval; più difficile da decifrare Saya Gray, capace di pacchianate in stile “Nashville a Domenica In” come di canzoni accorate e coinvolgenti. C’è poi il caso di Annahstasia, per la quale parlare di pop è quasi osceno, considerando l’emotività quasi sacrale della sua musica, per la quale il pubblico è rimasto raccolto in composto silenzio per 40 minuti di misticismo.
Alzando un po’ l’asticella della sperimentazione, una delle delusioni maggiori viene da Daniel Blumberg, con un set svogliatissimo, tutto suoni e niente canzoni, freddo e slegato come pochi. Bravi ma anche un po’ prevedibili Iosonouncane & Daniela Pes, sicuramente il concerto di maggior richiamo dell’intero festival: nuovi brani di elettronica (o)scura a due voci, molto ben fatta, che però non ha fatto gridare al miracolo. Inclassificabile invece la proposta di YHWH Nailgun, quartetto newyorkese che ruota intorno a una batteria schizofrenica tutta su tempi dispari sui rototom e a una voce altrettanto pazzoide in contrappunto, per un effetto tra la no wave e i Boredoms: clamorosi, ma da prendere a piccole dosi. Senza discussione la classe di billy woods, flow notevole e suoni intriganti dell’ultimo disco, e perfino un’incredibile disponibilità da parte del rapper alla chiacchiera e a farsi vedere a volto scoperto.

In ultimo i concerti elettronici, che comunque hanno avuto una loro quota non trascurabile. Tra questi possiamo mettere, volendo, anche John Maus, anche se il suo è uno spettacolo a sé stante, basato sulla fisicità quasi autistica che esprime come se fosse in palestra, condendo il tutto con vocalizzi disarticolati. Molti lo hanno trovato notevole, noi… insomma. Invece ci è piaciuto tantissimo Barker, che pur senza inventare nulla di straordinariamente nuovo ha fatto un set praticamente perfetto, costruendo impalcature sonore a step incrementali sempre cangianti: bellissimo.
Epocale ma completamente diverso il set di A. G. Cook, alfiere della PC Music: potenza elettronica a velocità vertiginosa con visual acidi. I bpm altissimi sono stati privilegiati anche nelle performance (non imperdibili) di Skee Mask e Djrum, mentre più normali ma con un professionalismo impeccabile sono stati i nomi classici che c’erano in terza serata: Floating Points e Four Tet.
E quindi un ovvio arrivederci al C2C 2026!
Amazon
