Recensioni

Non che prima di Brat il successo di Charli XCX fosse poca cosa. Del resto le aveva già garantito una villa sui colli di Los Angeles, meta e status di ogni celebrità che abbia sfondato nel mondo dell’intrattenimento. Ma con un disco finito per essere cooptato dall’allora candidata democratica Kamala Harris, trasformandosi in un fenomeno estetico e generazionale, il salto è stato di tutt’altra portata. Charli XCX non era più soltanto la star del future pop e il volto più esposto dell’universo PC Music, ma l’alternativa progressista al tradizionalismo e alla cameretta dei buoni sentimenti di Taylor Swift: la ragazza della porta accanto tutta divertimento e party, sfacciata ma perfettamente consapevole del mondo allo sfascio che la circonda e del proprio corpo.
Il successo di Brat è stato tanto clamoroso quanto opprimente il rischio di trasformarla in un cliché. Non sono passati neanche due anni dalla sua uscita, e meno ancora dalla pubblicazione del suo album di remix (altrettanto valido), che la ritroviamo accanto a John Cale in House, primo estratto della colonna sonora della controversa nuova versione di Cime tempestose. Sarà il brano più autoriale di un lavoro non indimenticabile: sonorità minimali, cupo folk, squarci gotici, l’ex Velvet Underground in spoken word e un ritornello che ripete “I’m think I’m going to die in this house” tra affondi chitarristici di ascendenza NIN e battiti spezzati. È proprio da questa nuova veste, chiamatela pure rock ma sui generis, che prende avvio Music, Fashion, Film, mini album – trenta minuti appena – che mette in copertina, accanto a Cale, altri due santini: Martin Scorsese e Marc Jacobs.
Posizionamento e marketing fanno il paio con quelle chitarre in modalità funzionalmente rock che stiamo sentendo un po’ ovunque, dagli ultimi dischi di Nia Archives a Kelela. Questa elettricità attraversa il disco fin dalla sua dichiarazione d’intenti: Rock Music, un brano che, come House, sembra più un’introduzione che una vera dichiarazione programmatica, un pop rock d’inizio millennio ripensato da A.G. Cook e dalla consueta squadra che presiede al sound di Charli.
Più significativo SS26, da cui deriva il titolo del disco, ci riporta invece al mondo allo sfascio evocato poco sopra: neppure i maestri e le icone del Novecento sembrano poterci salvare da ciò a cui siamo ormai inevitabilmente destinati. Il taglio è riflessivo e confessionale, l’impronta resta pop, il minutaggio quello dell’era TikTok perché tutti tranne uno i brani si fermano tra i due e i tre minuti, schegge velocissime di un’autrice che si riappropria del rock, o meglio della sua idea e della sua estetica, per farne il guardaroba dei propri sentimenti e del proprio sguardo sul presente.
Ci sono pezzi di pura estetica, visivi, a pronta presa, con scariche EDM e continui “yeah”; c’è la hit da airplay (Wink Wink), il brano indie attraversato da fantasie avant (Card Declined), ma c’è soprattutto la polpa di un’autrice ormai matura, con molte cose da dire alle proprie coetanee, capace di tenere insieme il lato serio e quello faceto. Lascia le imperfezioni, non rinuncia alle piacionate (Persona) né alle provocazioni, ma riesce a dare alla leggerezza un peso specifico che trova probabilmente la sua espressione migliore nella conclusiva No One Lasts Forever, con David Cronenberg a regalare un altro memorabile spoken word tra synth spaziali e glitch rumoristi.
È qui che Music, Fashion, Film chiarisce definitivamente le proprie intenzioni. Non è un disco rock, e non vuole nemmeno esserlo. Le chitarre sono spesso poco più che una tinta, un elemento scenografico, mentre il linguaggio resta saldamente quello di Charli XCX e della sua squadra. A interessarle è piuttosto ciò che il rock continua a rappresentare nell’immaginario collettivo: una certa idea di autenticità da cui prende forma una riflessione sul processo creativo, sull’essere una popstar, sul peso che questo comporta ma anche sulla gioia che continua a rendere necessario fare musica. Più che appropriarsi di un genere, Charli si appropria del suo simbolo culturale, del suo guardaroba iconografico, non diversamente da quanto fecero i Daft Punk ai tempi di Human After All. È un’operazione più concettuale che sonora, sufficientemente intelligente da evitare che Brat resti un vicolo cieco creativo e da dimostrare che quel successo poteva essere un punto di partenza anziché un punto d’arrivo.
Amazon
