Recensioni

In una traiettoria solida e costante, i Yard Act hanno tracciato la propria ascesa come il manuale dell’indie britannico comanda: un album di esordio tra curiosità e rivelazione (The Overload, all’insegna di un post-punk ironico e scanzonato, con l’endorsement di Elton John che ha sorpreso non pochi), seguito da un secondo che ripartiva con slancio ancora maggiore (Where’s My Utopia?, virata pesante su hip hop e disco a disegnare scenari più ampi e complessi senza rinunciare all’appeal). Di conseguenza, questo terzo capitolo del quartetto di Leeds dovrebbe essere quello della consacrazione; e in effetti You’re Gonna Need A Little Music, per molti motivi, lo è. Al di là di prevedibili copioni. Anzi.
Che a James Smith e compagni piaccia sbatterti in faccia quello che non ti aspetti ce ne siamo accorti subito con il singolo apripista Redeemer: un’invettiva anti-religione in cui il frontman dice di voler dar fuoco alle vostre maracas (!), vomitata con il giusto mix di rabbia e lirismo su un tappeto di distorsioni e clangori industrial degni di quei Nine Inch Nails di cui Justin Meldal-Johnsen, il collaboratore ingaggiato a questo giro, è stato alfiere; un cambio di pelle che non deve però ingannare, tanto più che nel successivo estratto New Beginnings ritroviamo invece le più familiari rilassatezze Beck, declinate stavolta in versione slacker (con tanto di solo alla Pavement da parte dell’ottimo chitarrista Sam Shipstone).
Eccesso di ossequio al produttore (che, oltre che compagno di Reznor, lo è stato proprio di Mr. Hansen)? Schizofrenia stilistica? Nessuna delle due; semmai una versatilità camaleontica – le influenze sono indossate con fierezza, ancorché nascoste, come in tutti gli act contemporanei – che è in realtà è il vero carattere di una band multiforme (diremmo una uber-band, contenente moltitudini) e volutamente inafferrabile, capace anzi di adattarsi in base a ciò che il messaggio richiede.
Perché, come preannuncia fuor di ogni dubbio la potentissima apertura di Empty Pledges, i Yard Act hanno davvero qualcosa da dire: “By now you’re either with us or you’re not /So you can sit down shut up and listen / Or switch this shit off”, chiosa Smith al termine di un accorato sermone laico su un tappeto sonoro cupo, cinematico, ricco di dettagli sonici, citazioni e passaggi lirici memorabili, degni di un grande autore di versi (“Put me in your magazine or I might just start my own and go full Howard Devoto / How hard is devotion? / How hard is putting on a show? How deep is the ocean really?”).
È impossibile in tempi come questi (cioè, con un piano che ci cade sulla testa, come da copertina) non prendere una posizione, e nella migliore tradizione delle band provenienti dal Nord dell’Inghilterra e in totale affinità con colleghi come IDLES i Nostri non sono da meno, in un engagement diretto con il loro pubblico e un mondo sempre più sordo, insensibile e inebetito. Senza slogan, ma con intelligenza, acume la giusta dose di ironia e sano realismo.
È un disco pieno di parole, di immagini, di storie e di persone, in cui la lezione dell’hip hop viene filtrata attraverso quella dei maestri inglesi dello spoken word (da Mark E. Smith in giù, passando per gli indimenticati Ian Dury e Eddie Argos degli Art Brut fino a Sleaford Mods), mescolandosi al canto straniato di un Jarvis Cocker e fraseggi melodici che ricordano il collega Grian Chatten.
E là dove non arrivano le parole servirà un po’ di musica, parafrasando una title track mai così smaccatamente Pulp/Leonard Cohen (a metà tra Separations e The Future, per capirci), mentre Talky Talky People, Fiction, Tall Tales e lo strepitoso finale di Over The Barrell (con un bel baritono alla Orange Juice) riaffermano e rilanciano in termini di post-punk e indie rock quanto già asserito nei lavori passati con una sicurezza ancora maggiore, laddove Janey Said e Thrill Of The Chase (con scorie post-dance di Prodigy e Klaxons) sembrano sfidare apertamente i Fontaines D.C. sul loro stesso campo, in un affiancamento che suona invero più come fratellanza e comunanza di intenti.
Al netto di classe, stile, groove e arrangiamenti sempre ricchi ed efficaci, manca forse una vera instant hit (come era dal precedente la lapalissiana We Make Hits), per quanto l’inciso di Cherophobe Rock – prendi questa, Billy Corgan – si lascia ricordare eccome; nondimeno, You’re Gonna Need A Little Music è una dichiarazione di intenti da prendere in blocco, lo statement definitivo di una band che vuole porsi in cima. Riuscendoci.
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