Recensioni

7.8

Ma se Stephen King, Frantz Fanon e MF DOOM andassero a cena fuori e, tra un piatto e l’altro, una chiacchierata e l’altra, decidessero di scrivere un libro? Beh, le cose si farebbero interessanti. Il maestro dell’horror metterebbe in ballo le sue sollecitazioni lugubri, la suspense ansiogena dei suoi romanzi, il malizioso rapporto tra infanzia e paura, l’ossessione sentimentale, l’angoscia pulsante del quotidiano. Fanon metterebbe gli occhi sul terzo mondo, sui detriti del post-colonialismo, sui soprusi e dimenticati costretti a marciare senza gambe nei vicoli della storia, sull’orgoglio combattivo degli afroamericani. E Doom? Beh, certamente il pazzoide mascherato, con la sua ironia indecifrabile e le visioni strampalate, vorrebbe fare tutto con rime e musiche, le SUE rime e musiche: fumose, stordenti, criptiche, arrancanti, irregolari. Come incastrare questi pezzi tanto distanti tra loro?

Ecco, questo immaginario deve essere frullato tanto in testa a Billy Woods quando ha scritto GOLLIWOG, il suo ultimo grande capolavoro. Non solo perché i modelli sono citati esplicitamente nella tracklist (Misery si rifà all’omonimo romanzo di King, Maquiladoras e Dislocated citano noti concetti di Fanon, Born Alone prende il ritornello di Fazers di King Geedorah, alter ego di DOOM), ma perché le atmosfere ricalcano esattamente questo pastiche ideologico, con un’atmosfera horrorcore e visonaria spalmata sopra attualissime questioni sociali e afrocentriste.

Woods viene da uno stato di forma clamoroso, avendo alle spalle una manciata di intoccabili joint album: Aethiopes con il producer Preservation (2022), Church con Messiah Musik (2022), We Buy Diabetic Test Strips (2023) sotto il nome Armand Hammer (Woods e l’amico E L U C I D), e Maps con Kenny Segal (2023). Quest’ultimo, uno spigoloso, visionario e irresistibile romanzo di formazione sul viaggio in tour e le varie dinamiche ad essi legate, largamente jazzy nelle sue forme, è l’ultimo per ordine d’uscita, l’ultimo pezzo di un romanzo a episodi tanto coerente nel suo insieme quanto brillante nelle sue variazioni interne. Romanzo che ora va avanti nella sua narrazione.

Non è più tempo della scheda di sicurezza di easyjet (copertina di Maps), ora c’è, per l’appunto, Golliwog, personaggio letterario per bambini costruito da Florence Kate Upton e divenuto simbolo stereotipato della comunità nera. Il Golliwog è rappresentato sorridente, in un bosco ingiallito, mentre Woods e i suoi collaboratori (il solito onnipresente E L U C I D, Bruiser Wolf, Cavalier e altri) si muovono nelle tipiche trame sghembe e allucinate di un disco di Woods, qui tessute da un team a più mani (The Alchemist, Conductor Williams, El-P, HUMAN ERROR CLUB, i già citati Kenny Segal, Preservation e Messiah Musik, ma anche DJ Haram, il flautista Shabaka Hutchings e il sassofonista Matte Rasmussen). Così, il primo album propriamente solista del decennio (L’ultimo risale a Terror Management nel 2019) si impone come il disco più spaventoso, inquietante e completo dell’intero repertorio del rapper.

Non che Woods sia sempre stato un allegrone, ma qui lo troviamo ancor più imparanoiato, torbido, completamente disilluso, chiuso in camera con le tendine abbassate e qualche boccia di Hennessy ormai vuota a decorare il pavimento. Le immagini delle disuguaglianze sociali continuano a frullargli per la testa, immagini che sintetizzano l’impegno politico del padre ormai defunto, il fascino della letteratura portato dalla madre professoressa, e un bagaglio di culture, riferimenti e studi in costante allargamento, su tutti i fronti. Per lui non è solo rap, questo lo sappiamo, è una missione musicale, sociale e politica che tenta di illuminare la faccia sempre oscurata della storia, quella tagliata fuori dai media e dalle narrazioni pro-occidente, che per secoli è rimasta quindi impolverata, mentre l’altra ha continuato a luccicare di ipocrita beatitudine. Allora questo episodio si tinge di sangue e fango, si dispiega tra ghetti americani, stati africani nel post-colonialismo, case diroccate e fatiscenti, mondi distopici tra il surreale e il naturalista, dove una comunità black ‘amputata’, per dirla con Fanon, e oppressa continua a vivere con poco, pochissimo ossigeno e tanti, tantissimi ostacoli, individuali e collettivi.

È un viaggio claustrofobico quello che si dispiega nei vicoli del disco, prima di tutto perché le sue basi richiamano l’abstract più spaventoso lato Clipping, tra donne che piangono (Waterproof Mascara), telefoni e segreterie che squillano costantemente (STAR87), tinte drone/ambient particolarmente disorientanti (Maquiladoras, Corinthians…), ma anche jazz-rap prodotti da un tossicodipendente in astinenza (Misery, A Doll Fulla Pins, Born Alone) e boom bap nero pece à la Company Flow o Cypress Hill (BLK ZMBY). Poi c’è tanto spazio per la paura e le sue forme più vivide (grazie ancora King!): in tracklist si parla di suicidio, ragni che invadono le case, spaventapasseri inermi, cani investiti poi soppressi, clown, perversioni tossiche, con un’attenzione maniacale al climax, all’effetto sorpresa, alla costruzione cinematografica e all’uso puntuale di riferimenti e citazioni.

Ma, come sempre in casa Woods, GOLLIWOG è anche e soprattutto un pamphlet realista e autobiografico, dove strofe e ritornelli non sono solo ottimissime strofe e ottimissimi ritornelli, ma racconti interi rinchiusi in piccoli passaggi. Basti pensare agli sfratti dalle popolari e ai furti nelle case abbandonate raccontati in BLK XMAS (“Tutto quello che avevano, lanciato nelle strade, i bambini piangono, è crudele. Hanno preso quello che potevano in due viaggi, il resto è rimasto abbandonato. Alla fine le persone hanno cominciato a rubare, a setacciare, non ne sono orgoglioso ma alla fine ero anche io con loro”), ai sogni/incubi di Cold Sweat, tra ex che ritornano e affittuari che diventano schiavi, alle dinamiche degli zombie states africani in BLK ZMBY (fughe di cervelli, ipocrisia dei leader, manipolazione delle masse), o agli sconvolgenti racconti di degrado familiare, psicologico e domestico di Lead Paint Test, pezzo che, per chi scrive (e spero anche per chi legge), è uno dei più ben eseguiti della storia recente della doppia h americana.

Unire così bene l’abstract, l’horror e l’impegno sociale. Questo solo Billy Woods lo riesce a fare con così tanta lucidità e invettiva, perfezionando ogni aspetto della sua poetica: immaginario, messaggi, linguaggio, giochi di parole, oltre alla grande espressività fonetica della sua voce e al suo timbro, cavernoso e arrancante. Non è per tutti, questo è chiarissimo ed è un aspetto che fa parte di un artista elusivo di cui, ricordiamo, non conosciamo né il volto né la data di nascita con chiarezza. Un artista il cui fascino espressivo è direttamente proporzionale a uno stile estremamente intricato e volutamente ostico, oltre le poesie di strada, oltre le introspezioni spicciole, oltre la semplicità. Forse è questo il compromesso da fare per ascoltarlo: tu prenditi un po’ di tempo per capirmi, io ti lascio a bocca aperta. Allora sì, facciamolo, perché andare oltre la concezione usa e getta della musica, le playlist e i prodotti immediatamente accessibili, può diventare cosa buona e giusta.

Cosa può offrire il rap al giorno a noi individui (e a noi società)? I cunicoli soffocanti di Billy Woods provano a spiegarcelo, sbattendoci davanti a un punto di vista che spesso rifiutiamo di considerare. E se i danni della logica occidentale spesso ci passano davanti agli occhi senza essere notati, e i nazionalismi/estremismi accumulano potere, schiacciare play su questo album diventa un gesto politico oltre che musicale, un gesto che vale la pena fare.

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