Recensioni

7.1

Going Shopping era sembrata fin troppo leggera, Falling Out of Love al contrario più ingombrante, caratterizzata da un uso molto marcato dell’autotune. È davvero così? I primi due singoli degli Strokes dall’atteso Reality Awaits non avevano lasciato particolarmente colpiti né fan né detrattori, lasciando presupporre che quello che avremmo ascoltato sarebbe stato semplicemente un nuovo capitolo discografico di una band ormai entrata nello status di legacy act e che, comunque vada, continuerà a cadere in piedi.

Gli Strokes sono storicizzati, così come la scena a cui sono stati associati: attorno a quella stagione sono ormai cresciuti libri (casualità, uno in uscita a settembre) documentari e una lunga serie di testimonianze audiovisive. Proprio a una di queste, In Transit, il corto che accompagna la pubblicazione del disco, sembra affidarsi la band per suggerire la chiave di lettura del suo settimo lavoro. La prima parte del film aveva raccontato le loro adolescenziali disavventure on the road in Inghilterra, nel tour successivo alla pubblicazione di Is This It, il disco che nel 2001 trasformò gli Strokes nei nuovi salvatori del rock, in un momento storico segnato dalla caduta delle Torri Gemelle e da un nuovo fermento post-punk che riportava New York al centro dell’immaginario musicale mondiale. La seconda parte, ambientata nel 2026, cattura invece una band completamente diversa.

Li vediamo adulti e ripresi nel 2022 insieme a Rick Rubin, in uno studio incastonato in cima a una montagna e affacciato sul mare in Costa Rica, mentre lavorano a quelle che sarebbero diventate le canzoni di Reality Awaits. Sereni, giocosi, ma anche sorprendentemente a fuoco, in una riedizione Gen X e senza drama delle session di Exile on Main Street o di Hotel California (il tema, mitologico e storicizzato, della band matura che condivide spazi e idee in una dimensione di isolamento dai casini del mondo), gli Strokes sembrano nel documentario lontani dalle tensioni creative che ne avevano segnato il primo spat. Allora, durante la registrazione del loro vituperato comeback album Angles, era stato il fare erratico di Casablancas ad alienargli le simpatie degli altri membri, e di Nick Valensi in particolare. Lo stesso Valensi che, a sorpresa, si sta prendendo una pausa dal tour di quest’anno: pausa su cui le teorie del complotto si sprecano, quella relativa alle divergenze relative alla questione israelo-palestinese su tutte (X è un postaccio, lo sappiamo tutti).

Il confronto pubblico con questi temi è emerso in modo inaspettato e grandioso allo scorso Coachella, ma anche nelle recenti dichiarazioni sul sionismo e sull’espansionismo, poi chiarite da Casablancas durante il suo intervento alla Oxford Debate Society, dove ha precisato il senso delle sue parole e il bersaglio delle sue critiche. Una posizione che aiuta anche a leggere un album interessato a raccontare una realtà continuamente rimandata, nascosta dietro simulacri, intrattenimento e narrazioni artificiali che precludono al consumatore una cognizione lucida delle dinamiche di potere dietro la violenza del presente (tema caro a Casablancas, maggiormente sviluppato nelle paranoie retrofuturiste targate Voidz).

La tracklist di Reality Awaits è duplice: una parte avvolta in una sorta di morbida malinconia sintetica (su tutte l’introspettiva Falling Out of Love), sospesa tra oasi naturale e neon artificiale, che però viene spesso spezzata da aperture più luminose (le immancabili immacolate melodie di Lonely in the Future Going to Babble On) e da chitarre tanto leggere quanto incisive (The Fruits of Conquest), capaci di riportare gli Strokes direttamente dalle parti degli (ai tempi) esperimenti yacht rock e funk pop di Angles e soprattutto Comedown Machine (latitudine Machu PicchuTap Out Welcome to Japan). Il Casablancas di questa parte del disco è, al suo solito, tra il politico e l’ironico (Going Shopping, a livello testuale la continuazione di One Way Trigger), ma anche sassy e provocatorio: assume con nonchalance i panni dell’icona pop che vive nel futuro (‘I did that yesterday’), si autocita e si toglie qualche sassolino dalla scarpa (tra gli altri, Harry Styles e l’oggettivo plagio As It Was, Anthony Fantano che aveva mal recensito Like Before You dei Voidz). Insolito e divertente, per una figura che aveva fatto del self-loathing e del dubbio la propria cifra.

L’altra parte, quella in cui il confronto con l’altra metà del percorso artistico di Casablancas, i Voidz, è più percorribile, rivestita di un’urgenza paranoica, di una tensione oppressiva e desolata che aveva caratterizzato anche l’ugualmente fluviale First Impressions of Earth (ma anche pezzi come Barely Legal o Trying Your Luck su Is This It). Ne sia prova l’uno-due iniziale: Psycho Shit, in cui un Casablancas mai così rabbioso dai tempi di 15 Minutes trasuda disprezzo per il presente, insieme all’urgenza di non essere ricordato solo per le sue canzoni, ma anche per l’impegno politico; Dine’n Dash, dove i consueti riff spigolosi annegano in tragici e velenosi muri chitarristici e Julian, col suo fare sempre un po’ ironico, sempre un po’ disordinato, scrive alcuni tra i suoi versi più sanguinolenti di sempre sulla società usa-e-getta. I testi di questa parte combinano introspezione e commenti sui mali sociali (violenza, AI, rassegnazione, consumo e dipendenze), mentre a livello musicale l’eclettismo in stile Voidz torna, ad esempio nelle chitarre processate di Liar’s Remorse o nella coda di Tyrants of the Mellow Moon, forse il brano che più chiaramente riassume la tensione centrale del disco: l’idea di un controllo che non arriva necessariamente attraverso la forza, ma attraverso comfort, intrattenimento e una normalizzazione del presente.

Non che sia un disco difficile questo Reality Awaits, ma possiede una sua complessità melodica e testuale che chiede tempo e ascolti. Rick Rubin vi ha partecipato nella sua veste più recente di produttore-consulente, suggerendo direzioni, selezionando momenti e indicando cosa funzionasse meglio secondo il suo gusto. Albert Hammond Jr. lo ha difeso con convinzione, arrivando a definirlo il suo album preferito tra quelli realizzati dagli Strokes: un’affermazione inevitabilmente discutibile, ma che racconta bene la sensazione di avere davanti il primo disco della band in cui il gruppo sembra davvero interrogarsi sul proprio ruolo nel mondo.

La parabola degli Strokes, irriducibile da quella del suo frontman, rimane peculiare e, soprattutto, vitale: da king of cool di inizio millennio, a postadolescente rabbioso e malvissuto (FIOE), a disilluso e goffo sperimentatore dispotico (Angles e Comedown Machine). Poi, durante il Covid, il redemption arc: un ritorno alle origini, alla mitologia newyorchese, una nuova coolness, Casablancas padrino ideale della Gen Z a cui piacciono le chitarre (e di Charli XCX). Sarebbe stato più che sufficiente per quasi chiunque, invece eccoli a rimettersi di nuovo in gioco, con Julian a far confluire la sua verve politica, disordinata e paradossale, da gatto miagolone e debosciato oracolo di Delfi insieme, nel catalogo di una band di forty-somethings ancora in grado di intessere arazzi chitarristici preclusi ai più. Reality Awaits resta il tentativo coraggioso di una formazione che, nonostante sembri da una ventina d’anni sull’orlo dell’oblio, ha ancora qualcosa da dare. Come canta Casablancas nella finale Tyrants of the Mellow Moon: ‘So we go for one more ride / And that’s okay ‘cause I did my time / But now I wait for another chance / When I will take everything I can‘.

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