Floating Points
A Crush on Jazz
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Luca Roncoroni
- 28 Novembre 2012
Sam Shepherd con il progetto Floating Points ha raccolto il testimone della coppia di amici e colleghi formata da Four Tet e Caribou come prosecutore di un approccio elettronico immaginifico, eppure sofisticatamene dance, fatto di eleganti astrazioni eterodosse ma anche consapevole delle più fresche ed appassionate correnti UK house (lato Future Garage) di inizio anni ’10, come di certe visioni caleidoscopiche dell’hip hop di Flying Lotus, elementi chill à la St. Germain, misurate profondità dub di scuola Sound System, ricordi rave e citazioni House old school. Il tutto arricchito da una sensibilità spiccatamente jazz (frutto di studi al conservatorio) unito ad un rigore scientifico (è laureato in neuroscienze) che l’ha portato negli anni a collaborare con numerose formazioni di musicisti, fino a fondare nel 2010 la Floating Points Ensemble, un gruppo di 16 elementi guidato dallo stesso producer britannico.
Gli inizi
L’esordio assoluto a nome Floating Points arriva nel 2009 con J&W Beat, un 12” (il primo di una lunga serie) contenente due tracce di siderale ed emozionale 2-step molto debitrici verso i Darkstar degli inizi. Sempre nello stesso anno Shepherd pubblica vari EP collocabili nella già citata zona d’ombra tra le elucubrazioni abstract di Steven Ellison e il Four Tet più ballabile di There Is Love in You, caratterizzati da elevato minutaggio, pochi guizzi e tanta classe: in Love Me Like This la title track e Shangrila sono house funkettona tagliata al laser con i synth belli ciccioni del Flying Lotus di Disco Balls e spruzzatine di piano un po’ chill out e un po’ jazzato à la St. Germain; anche le tre tracce dell’ottimo Vacuum EP (pubblicato presso l’etichetta Eglo Records, che vede proprio Shepherd tra i fondatori) procedono scintillanti tra linearità house e spezzettamenti wonky, mentre il 7” For You/Radiality è invece un curioso pastiche di sperimentazioni tra funk, abstract hip hop e spunti jazz, infarcito di campionamenti e con una produzione molto più ruvida e casereccia rispetto alle uscite precedenti.
Il 2010 vede la pubblicazione di un unico 12”: People’s Potential/Shark Chase si compone di un acidissimo trip a base di basso funk, squillanti hi hat e droni lisergicamente sintetici nel primo lato, gorgheggi deep, sinistri contrappunti pianistici e i soliti alienanti hi hat nel secondo. Il 2011 si apre con la pubblicazione dell’importante Shadows EP: aperto dalla lunga (10 minuti) Myrtle Avenue, ipotetica jam controllata e consapevole tra Caribou e un St. Germain sempre sullo sfondo nella produzione del Nostro, vede in ARP3 il proprio vertice qualitativo: «una cavalcata notturna dalle tinte deep che se da un lato deve molto al Four Tet più clubbistico, dall’altro ne rappresenta pure il superamento in chiave tecnologica» (dalla nostra recensione).
Il 7” Danger/Miniature 27 costituisce un inedito colpo di scena nella produzione a nome Floating Points, con un primo lato di techno dura e senza fronzoli in un’orgia di percussioni e tribalismi e una seconda traccia di ambient soffusa e astrali synth in coda. Segue, sempre nello stesso anno, un ulteriore 12” (Faruxz/Marilyn) tra morbidi synth dal sapore orchestrale, scampanellii presi in prestito da Hebden e singhiozzanti broken beats nel primo emisfero, mentre nella seconda traccia si torna in zona Flying Lotus saldamente poggiati sulla solita e sempre ben costruita impalcatura tra deep house e future jazz. Chiude la proficua annata il singolo Sais Dub, in cui si torna a bazzicare territori 2-step.
Dopo un anno di pausa dal moniker Floating Points, Shepherd riprende ad utilizzarlo nel 2013 con il singolo Wire incluso nella raccolta celebrativa della sua Eglo Records, in occasione dei primi i quattro anni di attività dell’etichetta. Il pezzo è importante perché differentemente da quelli che pubblicherà in questo biennio – Nuits Sonores / Nectarines, Sparkling Controversy e King Bromeliad– condivide la passione per il jazz con un ensemble di musicisti in carne ed ossa. E’ il preludio di quel che verrà affrontato con maggiore determinazione nel debut album ma anche in altri progetti.
Elaenia
Il 2015 si apre infatti all’insegna di nuove collaborazioni. Quella con Maalem Mahmoud Guinia, artista marocchino virtuoso del sintir (strumento tradizionale africano a tre corde dal timbro simile al basso) dà vita a Mimoun Marhaba, traccia contenuta nell’album Marhaba (cui partecipa anche James Holden), nove minuti di african folk dove lo strumento e la voce di Guinia si piazzano al centro di un arrangiamento meticolosamente arricchito dalle linee sintetiche di Shepherd. Ma quell’anno il vero colpaccio è un altro. Esce Elaenia, l’atteso album di debutto di Floating Points, un lavoro costato cinque anni di session e ripensamenti che riapre il solitario modus operandi del producer a una formazione che ora comprende Tom Skinner e Leo Taylor (percussioni), Rahel Debebe-Dessalegne e Layla Rutherford (voci), Susumu Mukai (basso), Alex Reeve (chitarra), Qian Wu e Edward Benton (violino), Matthew Kettle (viola) e Joe Zeitlin (violoncello).
Al contrario di ciò che il producer ha prodotto fin qui, Elaenia suona immobile e cristallino: da un parte troviamo un approccio elettronico minimalista, intinto nell’ambient come arricchito da ariosità sintetiche – tra Philip Glass, Brian Eno e Jean Michele Jarre – dall’altra il discorso sul suono e il suonato matura in coralità che dal live drumming (Silhouettes) finiscono per investire ogni angolo dello spettro sonoro.
Attraversata da un luce bianchissima, l’opera non risulta affatto figlia di un confinamento solipsista, anzi è ben papabile la mano di una fusion band con il piglio per la cosmica, eppure tanta maniacale cura per timbri e accenti la riconduce al disegno del singolo e non all’unità nella pluralità di una squadra affiatata. L’effetto freddezza che ne consegue non è scansato, neppure l’album sprofonda in uno sterile esercizio di stile. Se retrofuturistiche potrebbero apparire le commistioni tra jazz ed elettronica, più che con le generose jam di Kamasi Washington, Elaenia sembra meglio collocarsi nelle stanze di specchi lasciate incustodite da band dal baricentro fluido come i Tortoise, o a tutta una scuola post rock che rimanda a memoria le lezioni del minimalismo e dei Talk Talk ultima maniera.

Desert music
L’anno successivo quell’approccio a base di solipsistica coralità viene ulteriormente approfondito in direzione kraut oltre che psych in Kuiper ma questo è anche un periodo in cui Shepherd approfondisce la passione per i synth modulari – vedi il supergruppo formato per Tactus Tempus – e torna a radici più propriamente dance.
Durante l’estate, mentre negli store esce Reflections – Mojave Desert, un cortometraggio di Anna Diaz Ortuño che riprende con la macchina da presa le registrazioni della sua band effettuate nel Deserto del Mojave nell’agosto dell’anno precedente, Sam è impegnato in tutt’altra direzione ad aprire i concerti del tour degli XX in supporto ad I See You. Qui si presenta da solo, armato unicamente di un modulare (il mitico Buchla) e di una scalcinata drum machine davanti ad una folla che mediamente conta su 20.000 persone e questo per mezzora buona. All’inizio il piano è quello di creare un tappeto sonoro che prepari alle sognanti atmosfere del trio ma poi qualcosa gli scatta dentro e farà esattamente il contrario, tanto da descrivere a posteriori quelle performance come la cosa più aggressiva mai prodotta fino a quel punto.
Così se a quegli show il producer libera la bestia, su disco e pellicola accade esattamente in contrario. Del sopracitato film che avrebbe dovuto rappresentare il primo di una collana (con la band a suonare in varie location attorno al mondo) esce una colonna sonora per la quale i paralleli con Live At Pompeii dei Pink Floyd si sprecano tanto che alcuni fan via social media s’inventano il divertente fake alias di Ploatink Floynts. Non parliamo di una pubblicazione imperdibile ma di un interessante esperimento mimetico tra musica e ambiente quello sì, ed è una prova in cui il jazz si presenta con il prefisso art ed in cui l’ambient immersivo di Floating Points assimila in egual misura spunti space, cosmic e kraut di settantiana memoria.

Crush
Con la pubblicazione di Reflections possiamo dire chiusa una fase importante nel percorso che ha portato Sam Shepherd dall’essere un produttore dance con il pallino per il jazz a un musicista più difficile da inquadrare univocamente. Si è improvvisato direttore di un’orchestrina su Saturno ed in seguito ha portato quella in un viaggio temporale, verso suggestioni tutte 70s tra psych e kraut. Il capitolo successivo della sua storia lo vede tornare a una progettualità solista, chino su arrangiamenti che rivivono l’euforia della dance ma senza che questi ricalchino la sua produzione precedente. Il primo segnale in questa nuova direzione è Ratio, singolo di 18 minuti prodotto durante il tour estivo del 2017. Un pezzo epico, ballabile, come lo sarà anche LesAlpx / Coorabell, l’anteprima del secondo album sulla lunga distanza, Crush. In mezzo Sam c’infila un mix per la serie Late Night Tales che contiene una sua cover di Kenny Wheeler (The Sweet Time Suite, Part I – Opening), una bella parentesi per spaziare nel catalogo dei suoi ascolti più laterale eppure influente per la sua produzione principale.
Sono tornato sui miei primi dischi e su ciò che amavo suonare in club come Fabric e Plastic People. Volevo catturare l’immediatezza di quella musica e la sensazione che provavo quando ero in pista, trovarmi immerso in un suono che riuscisse a coinvolgermi all’istante. In realtà ho composto queste tracce abbastanza velocemente, scongiurando qualsiasi intenzione di tornarci sopra più volte: in sintesi, rappresentano l’entusiasmo che provo quando sono con le mie macchine in studio, un ritorno alle origini
Dopo Elaenia il definitivo ritorno del producer sui suoi passi elettronici, ovvero alle origini (J&W Beat, Cacuum Boogie ecc.) e a quella bedroom elettronica fatta di notti stellate, Rinse.fm e club night londinesi (con un pizzico di Hip Hop) si compie in Crush. Il jazz rimane il filo rosso a collegare molte cose quando si parla di Sam Shepherd ma nel lavoro, composto come sopraddetto a ridosso del tour in cui apriva per gli XX, il collante è un altro. Con addosso ancora il brivido delle performance solitarie con le fidate Roland, Buchla e drum machine, il Nostro produce un disco ispirato da un tempo che fu e non tornerà, ma anche da insondabili parentesi intimistico-immaginifiche, nonché da ludiche session coi modulari. La dominante è e rimane impressionista, ed è quest’impronta a trasudare dalle timbriche, dagli spazi tra le note e persino dalle stecche prodotte dalla circuiteria. È musica che scivola nel dedalo di ricordi, ma anche materia vivida e “a picco sull’emozione”, proprio come piace a Richard D. James. La copertina – che se vogliamo è pure un rimando al neohippismo della Second Summer of Love – sembra confermarlo, così come confermato è questo sguardo psichedelico e gentile che rimanda alla truppa di amici producer di lunga data come Four Tet e Caribou, ma anche a William Bevan / Burial, gente che negli anni formativi il club lo ha vissuto più per racconti di parenti e cugini che per esperienza diretta.
Nello specifico, bevaniani appaiono distintamente episodi come Bias, che riprendono la lezione UK/Future/Garage a cavallo 00s/10s da un’angolazione non troppo nostalgica così come a Aphex e all’idm vien da pensare ascoltando i veloci incastri che spezzano la morbidezza generale dell’opera (Last Blood, Environments). In un buon disco impressionista non potevano inoltre mancare i momenti debussiani, sia in take essenziali (Birth e Sea-Watch, rispettivamente per synth e piano) che macchiate d’analog-mania (il dittico finale Apoptose). E dando uno sguardo ai titoli delle tracce, le crushes musicali che Shepard ha voluto imprimere a questi 14 quadretti si arricchiscono di curiose note sul loro concepimento: Apoptosi – ovvero una forma di morte cellulare programmata – si traduce paro paro in un requiem, viceversa Karakul – una tipologia di pecora originaria del Turkestan – per qualche dietrologica ragione (c’entrerà The Tuss?) inscena un viaggio spaziale in alta definizione. Altrove è alla lezione di Suzanne Ciani che vien da pensare (vedi l’incursione new age di Requiem for CS70 and Strings), mentre per quanto riguarda la sopracitata LesAlpx da notare sono le progressioni prog-trance, le stesse che Jon Hopkins ha portato al successo con la sola differenza che qui ad imbastirle troviamo il fidato Buchla.
Tirando le fila, tra bozzetto impressionista e rivisitazioni modulari di musiche da club, Crush risulta un affresco appassionato e ben cesellato, magari non importante quanto Elaenia eppure altrettanto riuscito.

Promises
Nel 2021 è la volta di un disco spartiacque nella produzione di Shepherd, un’apoteosi delle commistioni electro-jazz da sempre sottese alla sua proposta. Le collaborazioni allacciate per l’occasione sono davvero importanti: Pharoah Sanders e la London Philarmonic Orchestra. Promises si compone di 9 tracce (o movimenti), altrettante variazioni costruite sul medesimo tema. L’unione di forze tra producer elettronico e musicista jazz è una pratica rodata, ma in questo caso il risultato finale va a parare non tanto su coordinate à la Flying Lotus con Thundercat (o Kamasi Washington), o improbabili ed estemporanee sperimentazioni di coppia come nel tandem Kieran Hebden e Steve Reid. Non gioca nemmeno sul quel recente versante britannico fatto di muscolari cavalcate psych à la Shabaka Hutchings e Ancestors vari (o figli di Kemet). Invece di riproporre un tappetto di groove sintetici sul quale imbastire varie svisate strumentali, gioca in sottrazione, soppesando silenzi, vuoti e attese. In questo senso lo stesso Sanders, non esattamente un mostro di sintesi di suo, sembra portare a perfetto compimento un accorta opera di labor limae sui suoi interventi: così tutto quello che ha da comunicare viene veicolato dal minor numero possibile di note. Non tanto un abusato less is more quanto piuttosto un ben calzante more is less, che si compone anche di qualche fraseggio vocale mugugnato a fil di microfono (quarto movimento), per una sensazione intima e quasi uterina.
Tutto questo ci porta a constatare anche quanto questo Promises non suoni come capolavori passati tipo Lord of Lords di Alice Coltrane o Skies of America di Ornette Coleman, nonostante la presenza dell’orchestra possa far intuire il contrario a un orecchio superficiale. Più che alla grandeur classica dei due dischi appena citati, la spiritualità veicolata da Shepherd e Sanders si inocula piuttosto in un ambient a tinte jazz (e non viceversa) che ha più a che spartire con il Brian Eno aeroportuale che non con le estasi mistiche di John Coltrane e dei suoi supremi amori. L’intero viaggio è centrato sull’insistita e ipnotica reiterazione di un unico tema portante, sul quale si susseguono di volta involta i vari interventi – di Shepherd, di Sanders, dell’orchestra, di tutti e tre insieme. È un loop che si ripete immutabile per tutto il disco, e ogni altro suono o improvvisazione esiste relazionandosi ad esso. Questa nucleica monade da eterno ritorno è un semplice sfarfallio di sette note di arpa sintetica, un meditativo eco new age che si colloca a metà tra il jingle di avviamento e la sonorizzazione di un fiore che sboccia, un gioco di specchi tra un Harold Budd d’antan e dei Popol Vuh smarriti in qualche ultraterreno giardino di delizie.
Al momento dell’uscita il disco da subito polarizza le opinioni degli addetti ai lavori, tra chi grida al nuovo capolavoro assoluto da storia del jazz (e non solo) e chi ridimensiona il tutto a velleitario e un poco pretenzioso esercizio di stile. Da queste parti abbiamo scelto una chiave di lettura intermedia: sacrosanto che il risultato finale non rappresenti certo una novità, innegabile però che l’anima ci sia, e sia viva, palpabile, quantomai attuale nel sonorizzare un 2020 fatto di lockdown e incertezze, in cui sentiamo un gran bisogno di catarsi. E di dischi come questo.
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