Recensioni

Chiunque, secondo il proprio personale vissuto, ha in qualche veste una stagione-chimera. Un passaggio dell’anno, magari pochi giorni, in cui alcuni frammenti emotivi ed estetici precipitano in un indistinto che si fa coerenza di senso: i confini fra realtà e fantasia si dissolvono in un riverbero semiaddormentato, in un senso del tempo percepito come privato e connesso a qualche esperienza fondamentale, anche se lo si contatta molto raramente. Per qualche motivo, alcune canzoni — in accostamento con luci, odori, chissà quali ricordi pre-linguistici — collimano a formare veri e propri monoliti sinestetici che si ripresentano, una volta all’anno se si è fortunati, al ripresentarsi di certe condizioni (il filosofo Brian Massumi chiamerebbe tutto questo, sinteticamente, affect).
Per chi scrive è la fine dell’estate, e nove anni dopo l’estate di Blond(e) di Frank Ocean arriva Essex Honey di Blood Orange a congiurarne le stesse sensazioni, la stessa impalcatura percettiva: sei anni dopo il mixtape Angel’s Pulse. Se Blond(e), con i suoi riverberi, le sue voci campionate fantasmatiche e le sue 808, contribuiva a creare un universo crepuscolare — un terreno fumante nel silenzio —, specie nei suoi momenti più interlocutori che mettevano in primo piano oscuri compositori easy-listening ispirati a un’atmosfera pre-vapor anni Ottanta (Running Around di Buddy Ross), in Essex Honey troviamo energia e struttura simili, rimandi espliciti a chi ha fatto dell’estate — della sua fine, del rimpianto — una forma d’arte.
Chiunque sia familiare con Sketch of Summer dei Durutti Column di Vini Reilly — con quel senso di energia immateriale e irraggiungibile, evocabile e viva nel rimpianto, di perdita ineffabile ogni volta che si prova ad afferrare il senso stesso di quei due mesi scarsi — troverà conforto o ulteriore frustrazione nelle armonie pastorali (con acustica e violino) sospinte dallo stop-and-start percussivo di The Field. Numerosi gli ospiti (oltre al summenzionato Reilly); i gabbiani in apertura richiamano l’intro di Sketch of Summer e, andando a braccio, quello di un altro monumento alla nostalgia recente, Ramona Park Broke My Heart di Vince Staples.
E soprattutto, in un gioco di rimandi, chi ha a cuore la fine dell’estate — quel senso paradossale di rinascita, di ritorno al sé dopo qualsiasi sconvolgimento abbiano portato in dote quei mesi fatali — non può che sciogliersi davanti a Westerberg: doppia (anzi tripla) citazione, nel titolo al frontman dei Replacements e, nel testo, al ritornello di Alex Chilton (a sua volta omaggio al cantante dei Big Star). «In your ear sings Paul Westerberg / He says / “I’m in love, what’s that song? I’m in love with that song”». È uno dei tanti brani a metà fra pop e gospel — voce e tastiere, fumosità evanescenti e intermezzi paesaggistici — che punteggiano l’album.
In un meraviglioso articolo di qualche anno fa, Giorgio Vasta scriveva che l’estate è «l’immagine più spietata del tempo […] è sempre entropica: è immaginaria, è solo immaginabile». Essex Honey non è un disco sull’estate, ma sulla perdita. Hynes lo ha scritto dopo essere tornato nella periferia suburbana inglese, nella sua contea natale, dopo anni nella Grande Mela — icona LGBTQ+ retrofuturista — per la malattia e la conseguente morte della madre. È un lavoro costruito su armonie vocali eteree, con poca strumentazione: piano e violini, come si conviene a composizioni funeree e notturne; una continua lamentazione nelle corde di uno dei maggiori compositori urban e R&B (ma anche gospel) del decennio scorso — si veda la seppur embrionale Birmingham su Angel’s Pulse.
Che l’estetica usata per veicolare l’emotività conseguente a questo terribile evento sia tardo-estiva e riverberata — pezzi che emergono dal silenzio geologico di confine del countryside al crepuscolo, magari da una radio in un viaggio notturno in macchina in provincia — non sembra casuale a chi scrive. «I don’t wanna be here anymore», canta Eva Tolkin alla fine di Westerberg: per quanto familiare, questo ritorno a un certo sé — magari causato da un lutto, da un ritorno forzato dove ci si è (s)formati —, alla lunga è insopportabile. Proprio come la copertina di un disco qualunque di Yo La Tengo (il cui cantante Ira Kaplan figura nei crediti di, eh già, Countryside): dolorosamente dolce, stranamente familiare, spaventosa e irresistibile.
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