Recensioni

7.5

La (ri)scoperta della tradizione popolare alla luce di una modernità che, trasfigurando, rivela, è una strada non solo possibile, ma ultimamente sempre più battuta, in ambiti – e con esiti – differenti, vari e molto spesso fortunati (a vario titolo e con largo beneficio di inventario potremmo citare Paolo Angeli, Gaia Banfi, Carmen Consoli, Daniela Pes, La Niña, Rosalia, Cesare Basile, Alfio Antico, Malesh).

Quando non fortunatissimi: nel momento in cui scriviamo, ovvero a due mesi dalla sua pubblicazione, questo disco occupa la quinta posizione della classifica del meglio dell’anno in corso redatta dal prestigioso magazine britannico The Quietus. Un risultato di assoluto rilievo per un lavoro indipendente italiano le cui radici affondano in un passato lontanissimo ed ancestrale, rievocato e dissepolto da musicisti e ricercatori palermitani attivi nel campo dell’avanguardia, dell’elettronica, dell’antropologia.

Federico Pipia (synth, elettroniche), Michele Piccione (strumenti tradizionali a percussione e a corda, voce) e Gabriele Bazza (voce, chitarre) si sono trovati a dar vita al progetto Nuhara – in arabo e siciliano, “giardino”, “germoglio” – accomunati dall’interesse per i canti tradizionali siciliani, così come raccolti dall’archivio Alan Lomax, recentemente rilanciato e reso disponibile in uno sforzo congiunto tra gli eredi dello studioso e collaboratori sparsi in tutto il mondo.

Era il 1954 quando l’etnomusicologo americano, insieme al collega italiano Diego Carpitella, girò la Sicilia per documentare la tradizione orale dalla viva voce dei lavoratori delle miniere, delle saline, dei carrettieri, degli ambulanti; la nascita in t conempi recenti a Palermo del Centro Studi Alan Lomax è stata la scintilla che partendo da Piccione, antropologo e musicista tradizionale, con la supervisione dello studioso Sergio Bonanzinga (curatore di una mostra avente il medesimo oggetto, attualmente in allestimento presso l’Istituto Italiano di Cultura di New York) ha portato allo sviluppo e la concezione di Rama (piccola curiosità: nel corso delle ricerche, Piccione ha appreso direttamente il canto Laramu dal nonno, quasi centenario, dopo aver scoperto fortuitamente che la voce nelle registrazioni effettuate da Lomax era proprio la sua).

Se le premesse non sono affatto distanti da quelle del pressoché coevo progetto Lero Lero (lì la fonte del materiale è l’Archivio Sonoro Siciliano, ovvero la Fondazione Buttitta; i protagonisti altri musicisti palermitani di estrazione diversa), il risultato è un’esplorazione senza alcun compromesso tra canto, elettronica ed elettroacustica, con l’impiego di strumenti tradizionali come tamburo a bandoliera, qraqeb, zampogna, marranzano fusi a suoni sintetici, found sounds (lo strascichio delle reti, il vociare orrifico della mattanza dei tonni, il metallo pesante delle incudini, riverberi spettrali), ritmiche ossessive, glitch e distorsioni, in un incantesimo moderno che mantiene intatto il primitivismo ferino – e spesso violento – del materiale di partenza.

Si tratta in prevalenza di canti di lavoro: minatori, pescatori, contadini, carrettieri, commercianti, salinai le cui voci e melodie spigolose, tracce di una lingua antichissima – i trimetri giambici catalettici di Ora Cu rimandano a una dimensione decisamente arcaica – che racchiude sedimentazioni secolari di anime e popoli del Mediterraneo, rivivono intatte nel canto, potentissimo, di Bazza, in grado di padroneggiare tecniche di articolazione ed emissione che possono allungare sillabe a dismisura (Scuordu), o assumere le sembianze ora di invocazioni a santi protettori (Carvaniu), ora di uno scanzonato e dionisiaco call and response (Mascaratu) ora di un lamento d’amore (Nzuonnu), o trasformare la vendita di frutta e verdura in un’arte vera e propria (Ghiuasa  – ma attenti allo spassoso finale, lettori siculofoni…).

Un patrimonio vero e proprio, salvato e attualizzato in un paesaggio sonoro che si apre a suggestioni infinite: laddove i protagonisti riconoscono direttamente il debito verso l’opera di Denis Smalley e progetti simili come Warsaw Village Band, alle nostre orecchie arrivano echi delle ossessioni punk-sintetiche dei Suicide, del Battiato infatuato di Terry Riley degli esordi, delle esplorazioni stellari di Tim Buckley, dei fragori espressionisti industrial e metal dell’ultimo Scott Walker

Questo è vero, autentico sicilian hardcore. Imperdibile.

E vaiu ri notti comu va la Luna.
E vaiu circannu la me parricciana.
E idda chi mi prumisi quattru pruna,
e quattru piridda ri la megghiu rama.
E all’acchianata c’appi la furtuna,
e alla scinnuta si rumpìu la rama.

(E cammino di notte come la luna /e vado alla ricerca della mia parrochiana [amata] /E lei che mi promise quattro prugne / e quattro pere del miglior ramo /al momento di salire ebbi fortuna /al momento di scendere si ruppe il ramo)

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