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7.4

Nella sua ormai decennale carriera di musicista Wendy Eisenberg ha navigato attraverso generi e modalità compositive, tenendo come punto fermo il suo stile chitarristico, descritto in prima persona come aspro e lineare, “da qualche parte tra Anthony Braxton e Greg Ginn (dei Black FlagNdA)”, in un’intervista al Guardian. Una laurea in improvvisazione al conservatorio del New England di Boston, contributor per la serie Arcana di John Zorn, Eisenberg ha spaziato nel tempo dal punk-jazz dei Birthing Hips all’improvvisazione nel Bill Orcutt Guitar Quartet (con Ava Mendoza e Shane Parish); altre esperienze includono gli Editrix, formazione post-hardcore di cui era cantante e chitarrista, e l’ambient sospeso fra emo e country astratto, degli Squanderers (con David Grubbs e Kramer).

Eclettismo e collaborazioni eccellenti, per un artista che viaggia da sempre sul labile confine tra composizioni tradizionali e improvvisazione free-form. Se il suo penultimo album, Viewfinder del 2024, risentiva di questa tensione continua, con petrose composizioni americana espanse e deformate attraverso il free-jazz e la no wave, il suo ultimo lavoro, omonimo, cambia radicalmente paradigma. Le dieci canzoni del disco, infatti, navigano all’interno di un canone più tradizionale, canzoni d’amore e di auto-accettazione, scritte durante un periodo che Eisenberg, paragonandosi alla Cat Power di Moon Pix, definisce di esorcismo.

Tutto questo lavoro, profondamente autobiografico, risente infatti dei recenti sconvolgimenti nella sua vita privata: un brutto breakup, un violento attacco di panico durante un rave a Bushwick, la (ri)scoperta della propria queerness e la relazione con Mari Rubio (More Eaze), che ha co-prodotto l’album e vi interviene con violino e pedal steel. Wendy Eisenberg racconta questo processo, e lo fa attraverso canzoni stavolta classiche nella composizione, che guardano soprattutto al folk e al country, intrise di dolcezza ma anche di sospensioni e crepe destabilizzanti. Una modalità diversa di dispiegare la propria capacità tecnica e compositiva (Eisenberg insegna composizione e chitarra jazz alla New School di New York), che si esprime stavolta soprattutto in dettagli armonici e di arrangiamento.

Le dissonanze e l’astrattismo rimangono, ma in modalità più sottili (la conclusiva The Wall, ad esempio, o lo slowcore geometrico di The Ultraworld). Altrove, troviamo cartoline deliziose à la Sufjan Stevens (l’iniziale Take a Number o Old Myth Dying), ma anche pezzi dove l’apparente calma viene messa a repentaglio da repentini cambi di accordi e minacciosi arrangiamenti di archi, come in Meaning Business, ispirata da episodi passati di aggressione sessuale. L’autobiografismo è reso esplicito nei flashback di Another Lifetime Floats Away, un country-pop riflessivo sostenuto dalla pedal steel. In alcuni pezzi Eisenberg si diverte a espandere i limiti della forma canzone, come nell’ottima Vanity Paradox, una riuscita commistione di midwest emo e country, forse il pezzo dove la tensione fra pop e avanguardia è più avvertibile, o nel weird folk di Curious Bird, una cavalcata quasi motorik disciolta negli archi del ritornello. I momenti più tradizionali vedono Eisenberg interpretare una personalissima versione di americana, come in It’s Here Will You Dare, forse i due pezzi più canonici in senso country.

Wendy Eisenberg ci restituisce un artista dalla grande capacità di songwriting, che dà fondo alla sua spiccata tecnica mettendola al servizio di qualcosa che non aveva mai sperimentato prima, se non tramite un processo di astrazione e deformazione. Il disco segna una rinascita personale per Eisenberg che, almeno per questo episodio, mette da parte gli spigoli più evidenti del suo stile peculiare per celebrare un rinnovato stare nel mondo.

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