Recensioni

Dici Berghain e Ostgut Ton ed istantaneamente si palesa nella mente un’associazione sinestetica fra musica ed architettura: quella del monolitismo disadorno. Per chi ha trascorso ore (o giorni) nel tempio neo pagano berlinese, ma anche per chi dispone di buona immaginazione, non è difficile evocare immagini del mastodontico edificio riascoltando classici del catalogo Ostgut (Klock, Dettmann, PAS…), così come viene quasi da chiedersi come fosse possibile che una tale architettura non fosse stata pensata fin da principio per ospitare orde di persone estasiate al seguito di casse dritte asciutte e brani dalla struttura minimale.
Eppure. Eppure c’è dell’altro, e non si tratta solo dell’house dalle inclinazioni deep di una Steffi o un Nick Höppner che animano il Panorama Bar. L’altro in questione è Sam Barker, figura più riservata e meno acclamata rispetto ai suoi compagni di etichetta, ma in grado di coniare uno degli universi sonori più personali e riconoscibili del lotto (insieme all’infaticabile e multiforme Renè Pawlowitz).
Già co-fondatore di Leisure System, party ed etichetta che dall’inizio degli anni ’10 ha promosso approcci eterodossi volti all’ibridazione fra techno e UK bass, Barker era apparso più volte in coppia con nd_baumecker, lanciando chiari segnali della propria direzione di ricerca sin da Turns nel 2016. Il debutto solista dello scorso anno ha fugato ogni dubbio: a Barker non interessa più la techno, o almeno la techno nella sua accezione più diffusa e di ascendenza berghainiana: granitica, monocromatica, asettica. Il Nostro vuole indagare invece fino a che punto una musica nata e pensata per il club possa rimanere tale a fronte di riduzioni, astrazioni e decontestualizzazioni. Le quattro vignette di Debiasing ci avevano mostrato un Barker molto più vicino a Lorenzo Senni che non al resto della ciurma Ostgut, con influenze pointilistic trance che si accavallano al background techno. Con Utility si spinge oltre, dando alla luce un album solidissimo e coerente in cui l’utilitarismo della techno – notare l’arguzia del titolo dell’album – e l’euforia della trance sono sublimate e avvolte da una coltre ambientale e da una sensazione di profondità multidirezionale mutuata dal dub di scuola Basic Channel/Chain Reaction.
Utility è ispirato a teorie transumaniste ed in particolare al libro The hedonistic imperative di David Pearce, secondo cui “we all dance away our lives to the tune of the sovereign pleasure-pain axis”. Barker vede nel binomio ricerca del piacere-fuga dal dolore una metafora dell’esperienza rave e club, ed i titoli stessi dei brani richiamano lo slancio utopico verso un’umanità tech(h)nocratica affrancata dal dolore e dalla sofferenza: Paradise Engineering, Gradients Of Bliss, Hedonic Treadmill, Models Of Wellbeing, espressioni che rimandano a paradisi artificiali per l’uomo post-postmoderno.
Come si traduce tutto ciò in suono? Barker passa dal dalla dissezione dei beat e del monolitismo techno allo scrollarsi di dosso del tutto l’artiglieria pesante a base di kick & snare. Ciò che resta dopo questa operazione che sa di rarefazione più che minimalismo è un suono astratto ma tangibile, che prende forma in brani che sembrano velature ad acquerello (non a caso troviamo anche una delle copertine più colorate, e più belle, dell’intero catalogo). Sono tracce che di fatto offrono sollievo all’ascoltatore e – fatta eccezione per i nove minuti di vagiti dub-industriali in slow motion della conclusiva Die-Hards Of The Darwinian Order – lo portano ad interrogarsi sul paradosso della techno e dell’utilitarismo di certa musica. Basta rimuovere i kick per toglierci la voglia di ballare? Può l’ascolto in cuffia o casalingo provocarci le stesse sensazioni di una notte convulsa sul dancefloor? Qual è il confine tra dj tool e sperimentazione? In tempi di ridefinizioni identitarie e musicali, cosa è club-friendly?
Utility fa sorgere questi interrogativi, ma senza suonare forzatamente concettuale. La palette sonora richiama il lascito prezioso del duo Ernestus/Von Oswald, aggiornandone la lezione più ambientale, ma spostando l’accenno dalle nebulosità dub all’euforia trance. Euforia messa sottovuoto e resa meno naïve, in modo simile al già citato Senni pur distanziandosene in virtù di un suono meno glaciale e strutture compositive più fluide, così come ci sono evidenti richiami al weightless grime, anch’esso reso più organico e meno eski. Siamo sempre in presenza di sinfonie di synth volteggianti, pad eterei e hi-hat occasionali a ricordarci del substrato metallurgico da cui ci si libra in aria.
Che si tratti di euforia sublimata o di paesaggi spiccatamente ambient, Barker è instancabile nel tratteggiare dettagli sonori intarsiati minuziosamente, il cui apice è raggiunto nella titletrack. Se il Berghain è la cattedrale mastodontica in cui la luce fatica ad entrare, Utility è il chiostro soleggiato per riconciliarsi in armonia col mondo esterno. Tra le vette di questo 2019.
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