Recensioni

I Genesis non sono stati – sul modello dei King Crimson – il prodotto di una folgore gioviana scagliata tra i frequentatori della musica underground (in seguito progressive). No, i ragazzi sono caparbi apprendisti a bottega, (una bottega grande come una metropoli: Londra), che intendono imparare il mestiere e i trucchi del maestro. Se il disco di esordio è un bozzetto preparatorio, ammantato della ovattata delicatezza dei preraffaelliti Trespass già esprime talento. Se Nursery Cryme arricchisce la palette esasperando i toni, aggiungendo il grottesco e l’inquietudine (di un Richard Dadd) e Foxtrot divampa fiammeggiante e apocalittico come l’opera di William Blake (The Great Red Dragon and the Woman Clothed with the Sun), allora Selling England By The Pound è la Cappella Sistina. Il termine “affresco”, abusato in musica quanto “romanzo corale” in letteratura, in questo caso ci sta tutto. Anzi, per essere precisi, il quarto album di studio dei Genesis è l’affresco totale.
1973. L’ultimo tassello della discografia dei Genesis è Foxtrot, l’album che li impone definitivamente all’attenzione e al consenso generali. Il disco vende, i tour diventano più lunghi e i concerti sempre più affollati. Ma il vero elemento distintivo del quarto lavoro in studio della band è l’equilibrio tra una manciata di grandi composizioni e una suite destinata a cambiare la storia del genere: Supper’s Ready, la lunga prova di ambizione prog che occupa l’intero secondo lato. Non solo il vertice creativo dell’album, ma col passare del tempo un punto di riferimento assoluto per il rock progressivo. Mezzo secolo dopo, un sondaggio tra i lettori della rivista inglese Prog ha sancito proprio questa suite come il miglior brano prog rock di sempre.
Dopo quattro dischi in altrettanti anni (e uno dal vivo), che hanno prodotto un balzo in avanti a ogni tentativo, come aspettarsi, dunque, qualcosa di meglio. L’appagamento, le gelosie interne, le dipendenze, le etichette discografiche che spingono per avere uova d’oro, la tendenza all’autodistruzione, musicisti che vanno e vengono, la vena creativa essiccata, sono solo alcune delle mine disseminate lungo il sentiero di una rock band. Quattro anni nel mondo del rock sono il corrispettivo di una intera epoca per quello dei comuni mortali. Dei nomi che a quattro titoli di fila non arriveranno mai si è perso il conto. Altrettanti avanzano a fatica: un disco è un passo fermo, il successivo un rovinoso inciampo.
I Genesis sono sulla linea di partenza del quinto capitolo. È la prima volta nella quale hanno programmato un lasso di tempo che servirà per scrivere il nuovo album, salvo qualche spunto rimasto nei cassetti, partendo da zero. Tre mesi spesi in due sedi. La prima è la grande casa d’epoca di un medico vicino allo zoo di Chessington, nel Surrey. Hackett ha ricordato che “c’erano sempre questi vicini infuriati che venivano da noi a dirci: ‘State suonando troppo forte! Cosa credete di fare? State disturbando il bestiame!’”. Forse coi Pink Floyd sarebbero stati più indulgenti, se al corrente di Atom Heart Mother. Ma i Genesis per le copertine hanno altri gusti. Costretti a traslocare si insediano alla Una Billings School of Dance di Londra, a Shepherd’s Bush. Gli stessi muri, i primi e questi, che hanno propiziato la realizzazione di Foxtrot.
Però qualcosa si inceppa. Il gruppo attraversa un periodo di forti tensioni, tanto che Tony Banks ricorderà: “Pensavamo tutti di lasciare la band, quasi ogni settimana, in modi diversi”. Frustrato dallo stallo creativo, Phil Collins arriva persino a suonare nei pub con un gruppo di session man chiamato Zox and the Radar Boys. Superata la fase di blocco e ritrovata la spinta compositiva, il quintetto riesce però a ricomporre i dissidi e a lanciarsi in un’impresa che sembrava quasi impossibile, degna di una scommessa folle come quella vinta da David Threlfall, che nel 1963 puntò 100 sterline sul fatto che un uomo avrebbe camminato sulla Luna entro la fine del decennio, incassandone 10.000 quando l’allunaggio divenne realtà.
L’impresa consiste nell’alzare l’asticella e superarla. Saltare oltre Foxtrot. Dimostrare che quell’album non è la finisterre, ma la band si può spingere oltre. Per prepararsi i Genesis non si fanno prendere né da sentimentalismo né da senso di riconoscenza. Bye bye al produttore Dave Hitchcock (allontanato), e in una sorta di ribaltamento da trama shakespeariana il fido scudiero-engineer John Burns viene messo al suo posto. Il suono acquista un’altra dimensione e il disco ne guadagna oltre i parametri tecnici (la resa sonora fa parte delle scelte artistiche e sposta giudizi ed equilibri).
Dismessa la bruciante audio vérité che rende Foxtrot spesso arrembante, quasi da call to action, Burns e i Genesis (che co-producono), ripristinano parte di quella soffusa pastosità che circonda Trespass (Firth of Fifth, After the Ordeal, More Fool Me) e allo stesso tempo apportano nitore e brillantezza. Se lo slittamento da Nursery Cryme a Foxtrot era stato a scartamento ridotto, nel solco di uno sviluppo che appare naturale, Selling England By The Pound rappresenta un salto quantico.
Il kit di Collins è diventato un apparato che ansima e geme. Il batterista ha l’orecchio volto a oltre oceano, occhi per luminari come Billy Cobham e Tony Williams, nella sua testa vaticina forse già i Brand X. Le rullate sono eclettiche ed eleganti figurazioni, l’intero lavoro ritmico un esercizio di fino che trasforma lo strumento più brutale e determinato del rock – kling-klang bum-bum alimentato dalla potenza – nella soft machine che prende vita.
Chi segue più da vicino il batterista, nell’evoluzione del proprio stile, è Steve Hackett. Questa è la migliore ripresa tecnica, e il migliore Steve Hackett, fino a questo momento. Ogni intervento è un sigillo su ceralacca: SH. L’impressionante showcase di Firth of Fifth è troppo evidente per non diventare il momento chitarristico preferito dell’album. Ma sono i gli “accessori”, chiamiamoli impropriamente così di fronte al già citato solo, che danno idea dell’accresciuta sagacia musicale di Hackett. Quello che riesce a comprimere nei momenti che gli sono concessi, nei lampi che sprigiona come aforismi elettrici. Fraseggi in apnea che in qualche modo aprono come Collins al jazz-rock/fusion. Uno stile che dopo Selling England By The Pound, Hackett metterà da parte per tantissimi anni, accantonato anche quando intrapresa la carriera solista, e rispolverato solo nei dischi più recenti, con piglio peraltro più vicino al metal – sempre più apparentato col prog – che al jazz-rock diventato oggigiorno pratica da carbonari. Hackett fa un lavoro encomiabile anche alla chitarra acustica, spesso risucchiata nel gorgo di arrangiamenti quanto mai sontuosi e barocchi, o diluita in un mare di particolari: ché a ogni ascolto, anche dopo centinaia di volte, scopri qualcosa che ti eri perso.
Nemmeno Mike Rutherford resta indietro. Oltre a cavarsela bene con le chitarre acustiche, offre la sua migliore versione dell’ottimo bassista che è, capace di arricchire armonicamente un quadro sonoro talmente solido e compatto da non avere bisogno di ulteriore ancoraggio ritmico. Guadagna statura anche Tony Banks, il vero leader, silenzioso forse solo pubblicamente, della band. Esce dal gruppo per tirare la volata in più occasioni, e mai come prima così sfacciatamente. Merito della quantità di materiale che scrive, della personalità sempre più preponderante, del lavoro di produzione, e della nuova strumentazione che introduce. Con il Mellotron M400 innesta impressionanti (effetto) cori, ma è l’aggiunta al già affollato parco tastiere del synth ARP Pro-Soloist a fare la differenza; che già dal nome sembra essere l’arma finale per il tastierista dal super-ego in odore di golpe (in senso generale, non mi riferisco a Banks). The Cinema Show è l’esempio lampante di come Banks lo cavalchi. Lascia l’intro alla delicata tessitura acustica che Hackett e Rutherford imbastiscono intorno a Gabriel nei panni del bardo. Al party arriva il ritardatario Collins; chitarra elettrica e flauto se la intendono in disparte. A questo punto inaspettata inizia la maratona tastieristica di Banks. Quattro minuti di melodioso teorema rigorosamente argomentato. Gli altri dietro a pedalare. Non sbuffano scocciati ma spingono di buona lena. Sanno bene che non è arrogante solipsimo, ma l’indispensabile personalismo di un gioco che resta magistralmente collettivo.
E poi c’è Peter Gabriel. Sempre più Peter Gabriel. I media e il pubblico lo considerano il vate della band, cosa sempre più indigesta ai colleghi. Non è così. Gabriel non è il leader maximo dei Genesis, ma non è nemmeno un cantante qualunque, o solo un sensazionale frontman. Gabriel è una compagnia teatrale fattasi cantante rock, un osservatore acuto, uno scrittore capace, una mente brillante, un visionario inesauribile. Non tutti i testi del disco sono usciti dalla sua testa (di volpe), ma l’idea di centrare il concept sulla crisi di identità della sua terra, dello sfaldamento sociale e morale dell’isola, ha il suo imprinting.
I giornali musicali paventano il pericolo che i Genesis, a seguito del buon riscontro al tour americano di Foxtrot, per puntare con decisione gli USA preparino una portata gustosa al palato yankee. Quando il 28 settembre 1973 uscirà il disco, i critici potranno constatare come la quantità di americanismo presente su Selling England By The Pound sia pari a quella che si trova in una bombetta. A partire dalla copertina. Opera della pittrice Betty Swanwick della quale si innamora Gabriel a una mostra. È l’ispirazione del cantante per scrivere i versi di I Know What I Like, il primo singolo dei Genesis a entrare in classifica e introdurre la band alla programmazione delle stazioni radio.
Funambolo della parola, trapezista dell’allegoria, Gabriel plasma (insieme agli scontrosi amici Banks e Rutherford) un’opera pari – dal punto di vista del significante, superiore da quello linguistico – ai migliori lavori dei Kinks: uno spaccato dell’Inghilterra che si è arresa allo strapotere della colonizzazione culturale dei cugini d’oltre oceano, e ha ceduto alla seduzione tossica del consumismo. Coniando un linguaggio unico che pesta nello stesso mortaio figure allegoriche e rimandi all’attualità, osservazione sociale e mito, tradizione e incursioni nella vita del cittadino qualunque, la manciata dei brani di Selling England By The Pound va a comporre un documentario più attendibile, poetico, allusivo, di tanta altra arte alta/seria del periodo (e oggi si può dire di sempre).
The Cinema Show, storia d’amore tra Romeo e Juliet, due ragazzi inglesi del ceto popolare, è uno straordinario esempio di quanto i Genesis siano tutt’altro che semplici interpreti del vituperato immaginario fiabesco, spesso indicato come il tallone d’Achille del prog e bersaglio della critica più ostile. (C’è ancora chi immagina che un brano-mondo come Dancing with the Moonlit Knight racconti di un cavaliere lanciato al galoppo in soccorso di una bella castellana, o giù di lì). Diventato un classico della band e dell’intero genere per la sua travolgente componente strumentale, il brano mostra una pari cura nella scrittura del testo: una narrazione capace di unire dettaglio quotidiano e suggestione poetica, lontana dagli stereotipi che spesso hanno accompagnato il rock progressivo. Parole che si muovono dentro una scenografia sonora in magnifico bianco e nero neorealista, mentre i Genesis ragionano in Cinemascope e Technicolor, dimostrando che contenuto e spettacolo possono convivere nello stesso lavoro.
Due canzoni d’amore sullo stesso disco, per i Genesis non si era mai visto. La seconda è More Fool Me, prodotto della fuitina della sezione ritmica, in ritirata dal resto della band e dal proprio strumento. Mike Rutherford sfodera la chitarra acustica, Phil Collins ci mette l’ugola. Delicata digressione nella quale testo e musica sono della coppia che si è appartata a flirtare. Una sola chitarra à la Ant Phillips, parole lontane anni luce dall’acrobatismo lessicale di Gabriel e prodromiche agli hit da solista del batterista, More Fool Me sembra un corpo estraneo al disco. E lo è. Ma alzi la mano chi ha mai saltato il brano per progredire nell’ascolto.
Per Collins è il secondo passo verso la ribalta. Dalle retrovie della batteria al proscenio: il primo assaggio era stato For Absent Friends, su Nursery Cryme. Collins sembra averci preso gusto e forse già intravede nuove possibilità. Quella stessa estate del ’73, il vocalist subentrato “dalla panchina” torna a collaborare con Rutherford per aiutare Anthony Phillips a registrare un demo di Take This Heart. Il trio incide poi Silver Song, brano scritto dal chitarrista nel 1969 per omaggiare John Silver, l’allora batterista dei Genesis che aveva lasciato la band.
La Charisma dà il via libera e nell’ottobre del 1973 Phillips, Mike Rutherford e Phil Collins entrano agli Island Studios per trasformarlo in un singolo, con Only Your Love sul lato B. L’idea iniziale è pubblicarlo a nome di Phil Collins, che in un’intervista del gennaio 1974 a Record Mirror ammette: “Non prevedo un grande successo per questo brano, ma se riceverà delle recensioni positive potrei realizzare un album tutto mio”. Il progetto però si ferma. Per Collins la corsa riprenderà anni dopo, con un’altra vettura e un altro nome sul cofano: In the Air Tonight.
Il paradosso di Selling England By The Pound è che pur risultando estremamente compatto è altrettanto variegato; che nonostante si possa tracciarne una linea del livello qualitativo (altissimo) graficamente quasi piatto, ci sono canzoni che si elevano come lingue di plasma da un’eruzione solare. Se More Fool Me è il Nadir: intimista, riassuntiva, tascabile; The Battle Of Epping Forest è lo Zenit, un kolossal: quasi dodici minuti di interplay e geometrie sonore di precisione al quarzo. E circa 800 parole di serrata cronaca dal ritmo di una combattuta finale mondiale; il triplo di quelle di Dancing with the Monlit Knight, secondo classificato per quanto riguarda il capitolo “Gabriel pasteggia a dizionari”.
L’arcangelo – come lo voleva la stampa – aveva a lungo ruminato su un fatto di cronaca avvenuto poco tempo prima. Uno scontro tra bande per la contesa del East End londinese i cui protagonisti aveva reinventato, dotandoli di nomi memorabili come Mick the Prick, Bob the Nob, Harold Demure, The Reverend, dotandoli di voci e gergo altrettanto fantasiosi e indimenticabili. Una sorta di Mobland (l’odierna serie TV) picaresca ante litteram. Non stupisce che il regista americano William Friedkin approccerà Gabriel per formare un team dedito alla sceneggiatura.
Poco amato dai fan e dalla critica, probabilmente il brano meno apprezzato del disco, col passare degli anni The Battle of Epping Forest è stato demolito anche dagli stessi Genesis, Gabriel compreso. Una posizione sorprendente e forse ingenerosa nei confronti di un brano complesso, eccentrico e profondamente rappresentativo dell’ambizione narrativa della band. Se poi pensiamo che Banks, Rutherford e Collins – ovvero la maggioranza dei Genesis di allora – hanno spesso difeso lavori meno amati dalla critica, il rifiuto di questa composizione appare ancora più curioso. Resto dell’opinione che Charles Dickens, in un mondo parallelo dove il grande scrittore e i Genesis fossero stati contemporanei (o dopo l’invenzione della macchina del tempo), avrebbe annoverato The Battle of Epping Forest tra le sue canzoni preferite.
Selling England By The Pound è il disco nel quale viene permesso ai “nuovi” arrivati di firmare un brano (benché siano tutti depositati a nome collettivo). Così come il piccolo futuro frontman, anche Hackett riesce finalmente a vedersi riconoscere la paternità di una traccia. Non senza fatica. After the Ordeal è un suggestivo strumentale, dal vago sapore del madrigale (post-moderno, con quella chitarra elettrica che spunta sul finire) piazzato in coda a The Battle of Epping Forest col l’intento di stemperarne il parossismo. Gabriel e Banks, delittuosamente, si oppongono all’inclusione, ma alla fine il più bullizzato della band – i continui “niet” alla sua straordinaria prolificità di scrittura sono il motivo che lo porteranno alla realizzazione di Voyage of the Acolyte, esordio da solista nel 1975, e a “la grande fuga” nel 1977 – Hackett (Hackett/Rutherford per la precisione) riuscirà a piantare la sua personale bandierina sulla mappa dell’album.
Paradossalmente però, nel lavoro dei Genesis più stipato di musica, è la parola ad agguantare il titolo di MVP. L’intro di pianoforte di Firth of Fifth, la lunga sezione strumentale di The Cinema Show, gli assoli vulcanici di Hackett e le stupefacenti figurazioni ritmiche di Collins sono monumenti lungo la strada del prog rock. Ma sopra ogni cosa resta la forza della scrittura: dalla fantasmagoria allegorica di Dancing with the Moonlit Knight al flusso verbale di The Battle of Epping Forest, fino alla poesia sospesa di The Cinema Show e al ritornello di I Know What I Like.
Nella mia memoria adolescente resta scolpita soprattutto quella prima strofa cantata da Gabriel a cappella, in solitaria. Una voce che sembrava già prendere le distanze dal gruppo, anticipando quello che sarebbe accaduto l’anno successivo. “Can you tell me where my country lies? Said the unifaun to his true love’s eyes”. Era una frase che potevi ritrovarti a canticchiare ovunque, tra te e te o ad alta voce, nei momenti sereni o come formula scaramantica quando le cose si complicavano. Non serviva uno strumento per evocare i Genesis: bastava quello che madre natura ti aveva dato in dotazione. La voce. Una piccola preghiera laica, un frammento imparato a memoria e custodito da allora.
Selling England by the Pound è l’opera di cinque musicisti all’apice delle loro possibilità. Un un punto fermo nella storia del rock destinato a rimanere, indipendentemente dalle mode e dalle letture più superficiali.
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