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6.5

Brunori è tornato con un albero. Un albero di noci, per la precisione, che con le sue radici profonde e i suoi cicli di vita sembra promettere saggezza, equilibrio e introspezione. Il cantautore cosentino matura con consapevolezza e metodo, facendo della sua malinconia un’arte applicata. Con L’albero delle noci, l’eterno cantautore della provincia interiore sceglie di raccontare il tempo che passa senza frenesia, senza isterismi, senza la smania di dimostrare nulla. Il problema è che se ti lasci troppo cullare dal tempo, rischi di perderne il senso del pericolo.

Dopo il platino di Cip! e cinque anni di (quasi) silenzio strategico, Brunori affonda le mani nella terra delle proprie radici, cercando il punto esatto in cui il passato incontra il futuro. Non a caso il titolo stesso è un’immagine che richiama la solidità della memoria, i cicli che si ripetono, ma anche il peso di un’eredità da gestire.

Diciamolo subito: Brunori scrive ancora canzoni bellissime, costruite con il mestiere di chi ha ascoltato De Gregori, Dalla e Tenco fino a consumarne i solchi, ma anche con una produzione elegante (qui affidata a un capacissimo Riccardo Sinigallia) che evita la patina nostalgica del “cantautorato da osteria”. Peccato che, in questo processo di levigazione, il disco rischi di perdere le asperità, le rugosità certo un po’ anacronistiche degli esordi, che però qui, con la nuova consapevolezza, lo avrebbero reso davvero memorabile.

Prendiamo il brano eponimo, il già classico L’albero delle noci, terzo classificato al festival Sanremo: solido, evocativo, impeccabile. Forse troppo. Lo ascolti e lo riconosci immediatamente come una canzone di Brunori Sas: melodia avvolgente, testo che gioca tra intimità e riflessione universale, orchestrazione ricca ma mai invadente. È una canzone matura che scorre fluida, perfetta nei suoi equilibri, senza una parola o una nota fuori posto. È difficile scrollarsi di dosso, però, il fatto che il brano non sorprende, non spiazza, non lascia addosso il senso di una rivelazione improvvisa. È un pezzo che conferma quello che già sappiamo di Brunori, piuttosto che aggiungere qualcosa di nuovo al suo percorso. È in continuità in un mondo che forse ha bisogno più di discontinuità che di conferme. Funziona, certo. Ma osa poco.

L’opener Per non perdere noi è una lettera indirizzata a chi ha vissuto con lui le fratture e le cadute, ma anche le speranze: un brano costruito su un piano sonoro delicato e minimale, con chitarre acustiche che fanno da contraltare alla voce riflessiva e fragile del cantautore. Una canzone di contenuta intensità, che non grida mai ma che allo stesso tempo riesce a toccare corde profonde, come un monito al non arrendersi, pur riconoscendo le difficoltà. Gutturale, profondo, struggente.

Diverso il piano sonoro (quasi indie-pop di penna ed intelletto, in stile Paolo Nutini) de Il morso di Tyson, che promette impeto e istinto animalesco nel titolo, ma poi si assesta su una riflessione contenuta, quasi trattenuta, su quanto sia difficile lasciarsi andare davvero. O di La vita com’è, che con il suo mood cinematografico (è nella colonna sonora de Il più bel secolo della mia vita) sembra l’ennesima riflessione brunoriana sull’equilibrio tra gioia e rimpianto. Funziona? Sì. Sorprende? No.

Dove invece Brunori torna a essere veramente incisivo è nel suo rapporto con la Calabria, una ragione che – non solo durante i giorni di Sanremo – è riuscito a unire più di qualsiasi progetto politico. Cosenza, in questo album, smette di essere il luogo idilliaco della nostalgia per farsi luogo reale anche se ambiguo, sospeso, irrisolto.

In Fin’ara luna, brano in dialetto sulla solitudine che segue un lutto, Cosenza è il simbolo delle attese, delle promesse che potrebbero compiersi o restare a mezz’aria, una terra dove le possibilità fluttuano, ma non sempre si concretizzano. Non c’è rabbia, non c’è l’amarezza del provincialismo soffocante, ma piuttosto un senso di tempo rallentato, un’attesa per qualcosa che potrebbe (o no) arrivare. Un pezzo maturo, in cui la voce di Brunori sembra accarezzare la città più che raccontarla.

Se Fin’ara luna è il lato più introspettivo, Pomeriggi catastrofici è quello più ironico e amaro. Qui Brunori prende la lente di ingrandimento e scruta i dettagli di un’apatia urbana senza romanticismo (è una vera e propria sfilata di luoghi di culto della città fra gli anni Ottanta e Novanta: Forgione, La Pizzeria Romana, Sasà, Sorrentino…), un pomeriggio che si trascina senza scosse, una provincia che è una bolla temporale e sentimentale da cui si può fuggire, ma mai del tutto. Il ritmo è più nervoso, la narrazione più frammentata, quasi un omaggio alla schizofrenia affettuosa di un Fred Buscaglione o (per i più attenti) di un Otello Profazio.

In L’albero delle noci, Brunori dimostra di essere ancora un cantautore di razza, capace di cesellare testi e melodie con la precisione di un orologiaio. Il suo è un album maturo, scritto con la lucidità di chi non ha più bisogno di dimostrare niente a nessuno. C’è raffinatezza, c’è mestiere, c’è il solito affascinante equilibrio tra ironia e malinconia, ma manca l’imperfezione scanzonata (che si addice alla simpatia del personaggio) che avrebbe reso il tutto più vivo, più urgente, più necessario.

Forse è questo il prezzo da pagare per una Brunori Sas sempre più elegante e meno istintiva: la bellezza c’è, ma il colpo di scena no. Un album da ascoltare con piacere, senza il rischio di farsi troppo male.

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