Recensioni

C’è una frase di Brunori, che rende bene l’idea di fondo di Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi e dice così: “Vol. 2 era un po’ alla finestra, in questo invece guardo più dentro di me”. Per continuare l’azzeccata metafora: se Vol. 1 era il disco delle marmitte dei motorini in mezzo alle strade dell’infanzia, dei supersantos e di Edwige Fenech sui giornali osè, se Vol. 2 era il trionfo della vita appesa a un filo, della vita degli altri guardata scorrere dal davanzale di una finestra, del precariato emotivo e sociale di un gruppo di poveri cristi, con leggere e significative inflessioni verso la propria condizione di precario emotivo e sociale, Vol. 3 rappresenta in pieno il passaggio ad una misurata analisi dell’inconscio del cantastorie cosentino che dimostra onestà intellettuale nei confronti delle parole e delle melodie di queste undici tracce. Un album a finestre sbarrate, in una battaglia aperta fra cuore e intelletto. Il tutto, stranamente, viene a coincidere con un’accurata rivalutazione del lavoro di una band, che, mai come in questo disco, torna ad essere protagonista.
Registrato in uno splendido convento a Belmonte Marittimo (CS) e prodotto da Taketo Gohara (spalla di Vinicio Capossela, ma anche Mauro Pagani, Marta Sui Tubi, Verdena, Negramaro), Vol. 3 non rivoluziona i referenti del collettivo di musicisti cosentini, quest’ultimo sempre intento ad una rilettura contemporanea della linea musicale cantautorale che, partendo da un “impegnato” Gaetano e passando da Battisti, Graziani, Baglioni, Ciampi, Endrigo, arriva ad uno stile codificato che ha nel canto sgolato e graffiante la cifra che lo ha reso imprescindibile. C’è qualcosa di nuovo, certo. C’è, ad esempio, un’attenzione mirabile e vergine per la scrittura al pianoforte, che domina soprattutto la prima parte del disco. Date le premesse di un lavoro più introspettivo, non ci stupisce e non ci meraviglia ascoltare le note di piano di Arrivederci tristezza accompagnare frasi come “scusami ancora mio cuore se ho fatto l’amore anche senza di te” o quelle di Kurt Cobain: “come ci si sente a stare sopra un piedistallo e a non cadere?”.
Tracciamo, dunque, le linee guida di questo terzo album della Brunori Sas.
Innanzitutto, dal punto di vista degli arrangiamenti – com’era stato accennato – è mirabile l’inclusione simultanea di una band che rivela il suo zampino compositivo in ogni brano. Una band che ha a disposizione gli strumenti e l’attrezzatura dello studio mobile di Capossela e che culla le parole del (l’ex?) capo impresario con un minimalismo generoso. Ottimi i synth, per la prima volta protagonisti e non solo “colore”; ottime le ritmiche che incrociano batterie acustiche, elettroniche e pad; ottimi i cori (cammeo fondamentale di Mammarella Sas, madre di Dario) in Mambo reazionario e Il manto corto. Certo, in questa nuova estetica dell’introspezione, sentiamo viva la mancanza dei bellissimi affreschi melodici del maestro Onofrio (fiati tutti, a dire il vero, un po’ sacrificati), di quelli manieristici che avevano reso grandi brani come La mosca e la cui assenza conferma la linea più frizionata, spirituale e intimista di Vol. 3. C’è, l’ammissione, nel campo delle interferenze, di un rock made in Toscana anni Novanta (nella quale Dario è cresciuto musicalmente), con piccoli accenni di Litfiba e Scisma (soprattutto in Nessuno e Il santo morto), ma anche di Baustelle (Pornoromanzo).
Secondariamente, il lavoro sui testi. Come detto, abbandonate le memorie nostalgiche e un po’ lacché di Vol. 1 e gli esiti generazionali di Vol. 2, Brunori è finalmente pronto a fare i conti con se stesso. E non li fa in maniera nostalgica e patinata (polaroid come nel primo lavoro), né in maniera impersonale regalando le proprie inquietudini a una schiera di personaggi di fantasia. Lo fa interiorizzando le esperienze intorno, catalizzando le lezioni di quelli più grandi di lui, generando rime e testi alcune volte ben riusciti (Mambo Reazionario, Nessuno, Pornoromanzo), altre facilmente prevedibili (Le quattro volte, Il santo morto, La vigilia di Natale). In fin dei conti, come nei precedenti episodi, rimane l’aura di malinconia amara, alla quale però è sottratto (salvo poche eccezioni) lo humor caratteristico che aveva reso celebre il musicista. E questo rappresenta un primo rammarico.
Infine, rimane la cornice “filosofica” del disco. Quella che, con un gioco ben studiato, congiunge la copertina del primo e del terzo disco in un’ unica linea ideale. Se in Vol. 1, infatti, la faccia di un Dario infante impertinente lasciava presagire un contorno di memorie vintage di un’Italia/provincia del mondo che c’è e non c’è in forme complementari e diverse, la faccia di Dario adulto, sguardo nel vuoto e barba lunga, è la faccia della disillusione. Non che rappresenti una vera e propria sorpresa, ma la realtà cruda urta anche la superficie di Vol. 3. La urta quando in Arrividerci tristezza ci si accorge che neppure il mondo perfetto dell’intelletto è in grado di rimarginare le ferite; quando in Mambo reazionario l’adunata di falsi idoli cede il posto alle velleità contemporanee e Che Guevara e Pino Chet cedono il posto al televisore al plasma, alle basi di Beyoncé, altrimenti “come farà chi non ha un soldo ad apparire milionario”?; quando, col suo incedere solenne e santificante, “uccide” Marilyn e Kurt; quando, nuda e spoglia, si rivela in Nessuno: “faccio quel che faccio per un complesso d’inferiorità”; quando, alla stregua della Lolita di Nabokov, stride sul collo di una ragazzina maltrattata in Pornoromanzo.
Per chiudere il discorso: ci sono mille motivi per cui Vol. 3 potrebbe risultare l’ennesima operazione stucchevole di revivalismo cantautorale. E no, uno di questi non è il fatto che è un crogiolo di undici melodie “sanremesi”, come si dice da qualche parte. Brunori si è imposto come capofila di un gruppo di cantautori “indie”, malgrado la sua volontà, la sua voglia e le sue stesse aspettative. Non c’è nulla di indie in Vol. 3 ed è sciocco chi lo ricerca. Dario non ha fatto la sua fortuna cavalcando l’onda del fortunato neo-cantautorato. Come si è detto su altre pagine, decine di gruppi hanno fiutato l’affare e abbandonato le proprie cover-band-afterhours per imbracciare la chitarra acustica e la melodia. Ma Dario no. E’ stato onesto. E continua ad essere onesto anche in Vol. 3, dove c’è la confessione di un cantautore in crescita, che, bisogna dirlo, cade in non poche occasioni: di fronte al già detto, di fronte allo stucchevole, di fronte al fatto che gran parte di ciò che si dice rischia di passare per ruffiano, di fronte ad un paio di melodie non azzeccate, di fronte alla pochezza di alcuni arrangiamenti. C’è poco da recriminare. Vol. 3 è un lavoro che non cambia o sposta le sorti della scena musicale italiana, ma si inserisce bene nel filone reazionario e d’oro del cantautorato nostrano. Un posto che Brunori avrebbe fatto a botte per avere.
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