Sin dal 2009, il percorso artistico e discografico di Brunori SAS è stato un crescendo continuo e costante, in parallelo all’affermazione su grande scala di un nuovo cantautorato proveniente dall’indie alla riscoperta degli autori classici degli anni ’70. Pur essendo di fatto uno dei capiscuola, il buon Dario arriva a Sanremo 2025 in una fase ormai matura della sua carriera (e della sua vita personale): a differenza di altri colleghi provenienti dallo stesso ambito (para)indie, con la sua L’albero delle noci non va in cerca del salto pop all’insegna di una “sanremizzazione” (arma a doppio taglio, vedi alla voce Coma_Cose) ma presenta un brano pienamente in linea con il cantautorato adulto dalle tinte classiche delle ultime prove discografiche – più sul versante Giovanni Truppi che Colapesce DiMartino, per capirci.
Dedicata a Fiammetta di cui è padre da tre anni (la “piccola fiamma” del secondo verso), la canzone è una ballata d’amore in cui il songwriter calabrese ha voluto racchiudere tutte le gioie, i dubbi e le paure della sua nuova condizione di genitore (“tutto questo amore io non lo posso sostenere / perché conosco benissimo le dimensioni del mio cuore). Ne viene fuori un quadro ricco di immagini suggestive e poetiche (dalle distanze siderali di battiatesca memoria al biblico sogno del faraone) che, giusto per un pelo, riescono ad aggirare l’ostacolo della retorica e dello stucchevole sentimentalismo (qualcuno ha detto Cristicchi?); per quanto forse alcuni passaggi lirici, benché colti, appaiano un po’ forzati, c’è comunque spazio per l’emozione sincera, in particolare nel ritornello, non così immediato dal punto di vista melodico (nonostante il medesimo tema, non è la sua Isn’t She Lovely?, ecco), ma cantato con trasporto e sorrisi.
Se la struttura e l’arrangiamento sono da scuola cantautorale italiana classica (fingerpicking incluso), tra i riferimenti più o meno ricercati si possono riconoscere il “solito”, ineluttabile De Gregori (un po’ tutti hanno colto una certa affinità della strofa con l’inciso di Rimmel – ma si potrebbero scomodare anche La Cura del summenzionato Battiato nonché, meno scontatamente, Marcia Nuziale di Flavio Giurato), echi di certo Battisti anni ’70 e, perché no?, il Grignani di Falco a metà. Per quanto – parere personalissimo di chi scrive – si sarebbe forse preferito ritrovare sull’Ariston un Brunori SAS meno “serio” e più scanzonatamente ironico (in tono con la scrittura degli esordi e con la naturale simpatia della persona), il gradimento raccolto durante le prime serate, incluso il televoto, lascia pensare a un’operazione tutto sommato riuscita e a un discreto piazzamento finale. Bene così.