Recensioni
Bonnie “Prince” Billy
Keeping Secrets Will Destroy You
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Stefano Solventi
- 17 Agosto 2023

C’è da sempre, in Will Oldham, uno sguardo ben definito: crudo, caldo, ma al tempo stesso scivoloso e spietato, a tratti persino crudele, disposto ad attraversare la linea d’ombra del sarcasmo mentre si sbuccia il cuore e lo impasta con la polvere depositata sui cassettoni malandati di una catapecchia metaforica. Uno sguardo che sta tra il monito e la sentenza, tra la cenere di un furore quasi spento e la rassegnazione beffarda di chi si consegna ancora vivo a un presente devastato.
Uno sguardo calcinato nello stallo dell’inevitabile, impegnato a grattare quel po’ di splendore residuo dalle rovine. Da cui la sensazione che il suo folk abbia, come dire, una doppia provenienza: pare cioè un’eco proveniente dal passato, sì, ma originato dalla catastrofe presente. Oppure, se preferite, suona come un malanimo nato nella risacca tra il qui e l’adesso ma spedito tra i fantasmi di ieri, che ha assorbito lungo il tragitto le fattezze opache del limbo.
Perciò la fibra sonora e musicale conserva un fondo insidioso, lo fa sempre, anche nelle sue declinazioni più tenere. Un’insidia che nella voce rasposa di Oldham si rivela senza posa, verso dopo verso, esalando come i vapori di una pozione tossica. Accadeva ai tempi dei Palace Brothers, più ancora con i Palace Music, accadeva nel bellissimo Joya (esordio a nome Will Odlham), quindi – che ve lo dico a fare? – nei primi lavori a firma Bonnie Prince Billy.
Oggi, dopo anni passati a formicolare prove soliste e collaborazioni, a quattro dall’ultimo album attribuito al Principe Billy (il più che buono I Made A Place), il bucaniere di Louisville torna a farsi vivo con la sua Americana fragrante e indolenzita, ed è cosa buona. Keeping Secrets Will Destroy You mette in fila una dozzina di ballate da camera (il lavoro di viola e violino è discreto e pregnante) con vista sul front porch (chitarra acustica, mandolino, persino un sax) in una controra sbiadita, che ovviamente – col loro muoversi accorto e una scivolosa dolcezza – non possono fare altro che raccontare cose terribili, lo screpolarsi incipiente e rovinoso della speranza. Anche se mai come oggi sembrano limate, pacificate, costrette nel loro perimetro di siparietti emblematici.
Si prenda la sensualità soffice, brusca ma quasi angelicata di Bananas: una relazione carnale che diventa monade, quasi che la congiunzione dei corpi potesse fare da bozzolo protettivo contro la follia del mondo (“Dance around in circles in an end-of-times ballet/And shit upon the riches other folks have on display”). Particolare curioso: dietro a questa briosa e a tratti aspra dichiarazione erotico/affettiva, aleggia un isolazionismo dai risvolti distopici che innesca un link vago ma intrigante col clip Last One At The Party del sodale Bill Callahan, pubblicato solo pochi giorni fa, il cui protagonista – apparentemente l’ultimo uomo sulla faccia della Terra – esibisce una maglietta con la scritta “Tout le monde est banane”. Casualità?
Dal canto suo, una Crazy Blue Bells sciorina strofe spioventi che alimentano tremori apocalittici, mentre il ritornello accende una strana radiosità pseudo-gospel, come un trabocco residuo di speranza condita da un’indolenza trasognata che diresti quasi Nick Drake. Potremmo leggerci insomma e neanche troppo in filigrana il polverizzarsi di tutto ciò che credevamo stabile e progressivo, come capita anche nel collasso dalla vita agra tecnologica a quella agreste raccontato in Willow, Pine and Oak, quasi una filastrocca per adulti che tra archi e controcanto allestisce un teatrino falsamente consolatorio, che difatti nella successiva Trees of Hell sfocia in territorio cupo e visionario, gli archi che macinano una sorta di bordone (o raga?) ipnotico e il buon Will che snocciola un quasi recitato con la solennità delle ballate tradizionali e umori biechi nello stomaco.
Dovendo tirare le somme, parliamo di una raccolta di ballate che prese singolarmente ripropongono un Oldham/BPB sul pezzo, tanto ispirato quanto sobrio, seppure capace di ricavare quadrature assai suggestive dalla lista relativamente esigua di ingredienti. Ma è per come costituiscono un album, ovvero nel modo in cui risuonano, che emerge la loro forza: quella capacità di tramare un sortilegio amniotico da Decamerone, quello svolgere il rocchetto di storie minime, di situazioni frugali con una spina nera nel cuore (vedi lo struggimento sornione – condito da una tastiera sierosa – di Sing Them Down Together, il ciondolio frugale di Like It Or Not, il languore John Cale e le spigolature Andrew Bird di Blood of the Wine…) mentre la peste stende la sua cappa sul pianeta stanco.
Tuttavia, non tutto quello che si vede è oscurità, resta pur sempre uno scampolo di fiducia a cui aggrapparsi per non affondare nella rassegnazione. O forse no: “Be real!/And then when that grueling death bell knells we’ll have such a wondrous thing/to remember”, canta Will nella diversamente calorosa Behold! Be Held!, in bilico su una fiammella d’organo che sgranocchia malinconia, con un assolo di sax che di colpo spazza l’apprensione svolazzando assertivo (e a dire il vero anche un po’ intruso, felicemente intruso).
E quindi, che dire: penso che dello sguardo di Oldham – quello sguardo che, ricordiamolo, immortalò gli Slint per la copertina di Spiderland – ci sia e ci sarà bisogno, di questi folk che rimestano spettri addormentati nel brodo della coscienza, così progettualmente fuori corso eppure misteriosamente contemporanei, imprevisti e intrusi come piccoli shock sordi, noduli indolenziti nel cyber-organismo musicale che tutto pianifica, tutto controlla, tranne certi piccoli segreti che ti incasinano da dentro. E che puoi solo raccontare.
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