Recensioni

Un attimo di sconcerto: il vecchio Will s’è beccato il virus. Le conseguenze sono micidiali: chiusura della vena e via con la rivisitazione ad libitum del campionario (di norma il proprio, se occorre anche quello altrui). Pare che ne siano particolarmente colpiti i post-dylaniani, specie quelli con la barba da patriarchi e la solennità nel taschino. Da noi ha fatto clamore il caso De Gregori, che dopo oltre un quindicennio ancora stenta ad uscirne (è lecito dubitare che ce la faccia). E il principe Billie? Prima ci spiazza con un “best of” in chiave Nashville (il buon Sings Greatest Palace Music dello scorso anno), e oggi raddoppia con la qui presente antologia live. Tutto ciò nell’imminenza della pubblicazione di un disco di cover assieme ai Tortoise. Cosa pensare, dunque? Davvero quella splendida, dolente vena si sta otturando?
Boh. Intanto, però, c’è questo Summer In The Southeast, dove ben 17 titoli – dal periodo Palace fino alle più recenti uscite in solitario – vengono letteralmente sbattuti sul palco a far vedere ciò che possono (ancora). Ovvero, la dimensione live permea, preme ai bordi, forza le strutture, trasfigura: prendete all’uopo una Break Of Day o una Ease Down The Road, felicemente strigliate da un vivido piglio folk-psych (quasi come certe cosine dei Grateful Dead meno visionari), o l’iniziale Master And Everyone, dove gli scheletri sono sparpagliati da una febbre acida che rammenta certe minimali scorribande Velvet Undeground. I tremolii, il cincischio country rock, quel caracollare come una trottola sul punto di fermarsi, gli incanti e i disincanti intossicati: c’è tutto quello che ci saremmo attesi, ma c’è anche un brusco fare i conti con gli spigoli, la polvere, l’elettricità, il tirarsi l’un l’altro che s’innesca sui ogni palco seminato a rock.
Quindi è uno sgomitare contro i limiti e le limitazioni, un cavalcare le immancabili avversità, il tentativo di domare il flusso imbizzarrito, riuscendoci in fin dei conti malgrado tutte le sbavature, riuscendoci alla luce di una franchezza disarmante che fa palpitare Beast For Three e Take However Long You Want di quel poco che è loro richiesto, che annega la solennità di Pushkin o la storta allegria di Send My Love To You nell’ubriacatura del viaggiare (e di qualche bicchiere di scotch). Una franchezza che non prevede virtuosismi né contempla fedeltà, non levigatezze né zampillii cristallini, ma solo di regolare al massimo ogni questione, con la calligrafia – se non con la competenza – che nessun altro possiede. Che nessun altro possiede.
Godetevi dunque una Wolf Among Wolves che sembra inzuppata nelle onde di una sperduta spiaggia younghiana, una Death For Everyone inturgidita di watt, una Madeleine Mary dal cuore nero e sanguinante come un Jason Molina d’annata, una O Let It Be che gironzola tra Crazy Horse, Nirvana e allucinazioni The Doors, e ovviamente una I See A Darkness che procede come un tronco cavo da incendiarsi lungo il cammino. Insomma, l’avrete capito: scherzavamo. Nessun virus per Will Oldham. Solo un’altra delle sue. Fatta piuttosto bene, anche questa.
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