Recensioni

Infallibile, inqualificabile, scontroso e affascinante, è arrivato: il primo grande album del 2003, poco più di mezz’ora di musica fuori dal tempo che cavalca la spuma del tempo, leggera e impassibile come un sughero sulle onde, ma sapiente delle profondità, di quanta dolcezza occorra al dolore e di quanto dolore attraversi in ogni istante la vita (la mente va un po’ ai Fairport Convention più eterei e un po’ al Neil Young acustico di On The Beach). Ed è infatti un disco sulla difficoltà dei sentimenti, sull’inevitabilità della solitudine, seppure suoni come il più disteso e seducente dei tre licenziati da Oldham con la ragione sociale del ‘Principe’ Billy.
Ma questo non vi inganni: è solo che stavolta la consueta nudità formale (cui la produzione del “Lambchop” Mark Nevers regala una struggente fragranza) cerca conforto simulando quiete (enunciata fin dall’iniziale The Way, con quella dolcissima danza d’archi e l’accorato baluginare dell’organo) e spandendo tenerezza (vedi il palpitante duetto con Marty Slayton in Ain’t You Wealthy, Ain’t You Wise? all’ombra di un organo lieve), salvo poi – che vi credevate? – riservarci il consueto retrogusto di atroce mestizia (come nell’altro duetto Maundering) quando non la granulosità disarmante del pessimismo più nero (Wolf Among Wolves, in cui lo scabro velluto della voce si assottiglia in un falsetto incorporeo prima di decollare su un altrettanto impalpabile refolo sintetico).
E’ un linguaggio fatto di segni appena percepibili che si caricano d’incisività abbacinante, come la suola che spesso sentiamo battere il tempo sul pavimento, o come quando in Even If Love (uno dei pezzi più cupamente bluesy mai partoriti da Oldham) le corde propalano un tremito d’ali sfregate e le basse frequenze sono la polpa stessa dell’inquietudine, o come quel synth quasi invisibile a cui la fragile melodia della title track si appoggia come a cercare riparo, oppure il vorticare angoscioso da cui sembra precipitare la trepida palpitazione di Joy And Jubilee, o infine la traccia vocale raddoppiata ed effettata in Three Questions, quello spaesamento insidioso che trova pace nella frugale epifania dell’organo a pompa…
Insomma, c’è l’abilità quasi sovrumana di afferrare con le mani nude la radice stessa del malanimo risalendo le vene della tradizione con un gesto solo e naturalissimo, avocando una contemporaneità tagliente nel momento stesso in cui si chiama fuori da qualsivoglia “tendenza” (niente di più lontano infatti dalle esangui levità dell’ormai trapassato NAM) per cavare energia e senso dal farsi stesso – anche dalla “sporcizia” – del suono. Senza mai per questo perdere la tipica irrequietezza del cultore intransigente di sé, della propria sensibilità capillare e spietata, e perciò pietosamente consapevole del procedere intimo delle cose.
Nessuno stupore quindi che la solitudine periferica annidata nella conclusiva Hard Life sappia farsi repentinamente universale, appena il tempo di lacerare le distanze con un bridge ascendente di corde accese e la voce affilata in una notte di dolore, dopodiché non ci sono più barriere, e il nostro cuore è il suo cuore, e nient’altro.
Amazon
