Recensioni

Matt Sweeney è un tipo un po’ particolare. Discretamente talentuoso con la sei corde, la fama di genialoide irregolare, attivo con gli Skunk sul finire degli ottanta. Ha lavorato tra gli altri con Cat Power e Guided By Voices, ma le principali attenzioni del circus se l’è guadagnate partecipando alla fugace e controversa avventura corganiana targata Zwan.
Deve altresì alla sua antica attività di leader dei Chavez (band dedita ad una specie di folk-wave con voglia d’essere qualcos’altro, più o meno a metà dei nineties) l’amicizia con Will Oldham, ovvero il caro Bonnie Prince Billy che non vi sto certo a presentare. Will suonò infatti coi Chavez ai bei tempi che furono, mantenendosi poi in buoni rapporti con Matt il mattacchione: si vede che era tempo che le loro strade si rincontrassero, di tornare ad unire forze e ingegni per questo Superwolf. Il quale, per mood, intensità e – massì – qualità, segna un ulteriore bel colpo nella carriera di Oldham. Cioè: è un gran disco.
Se qualche dubbio sorgeva circa l’effettiva compatibilità tra la tecnica “iridescente” di Sweeney e l’ombrosa fibra di BPB, già l’iniziale My home is the sea basta a liquefarli. Con la sua aria da preghiera elettrica, il sussurro che diventa bagliore, la titubanza che tuona d’impeto, col suo procedere a conati, l’anima piena e la terra che si scioglie sotto ai piedi: è una danza ubriaca sul filo, sogni da una parte e desolazione dall’altra, il cuore gonfio e una muta tempesta di pensieri.
Trattasi di uno dei due pezzi in scaletta dove viene percossa la pelle dei tamburi, l’altro è Goat and ram (inizialmente funerea finché l’irrequietezza non deflagra lancinante come un grido di battaglia pellerossa). Sono senz’altro i momenti più energici, sfiorando addirittura il piglio hard nella quadratura delle pennate, ma è un’energia comunque “nuda”, il sound si snoda senza contorno, la batteria e il basso non innescano alcun automatismo rockista, i volumi erompono e si spengono in una specie di vuoto pneumatico, sottolineando il potenziale evocativo, la flagranza sconcertante, la nuda presenza del suono.
Il resto è un susseguirsi di ballate folk-blues sparse, sconsolate, più o meno elettriche, chitarre e voce più vaghi sfarfallii di spazzole e sfumature d’organo. Un dolciastro spalancarsi di melodie, fragilità e brume in agguato (la filastrocca adagiata su un tappeto di rimbombi e piatti polverosi di Rudy foolish, la bella Lift us up, con un prezioso assolo di Sweeney, bravo anche ad intervenire nel canto dell’ansiosa What are you?).
É come se la tradizione mutante degli Stills e dei Parsons traslasse nell’attuale jungla opponendo una flemma atavica alla nevrastenia deragliante, mormorando formule antiche come se fossero inedite, giocando una partita magari ingenua, però vincendola proprio per questo (il folk acustico fischiettato in bilico tra bene e male di Only someone running, quello in equilibrio tra disincanto e serenità di Bed is for sleeping, quello colto al crocicchio tra sogno e dolore in Death in the sea, con il coretto impagabilmente storto, la chitarra che cova un arpeggio inquieto, il palpitante baluginio di un campanellino).
A tratti il sapore acquista una fragranza narrativa degna di certo Cat Stevens (ad esempio in I gave you, la caligine psych dell’organo, la voce da lupo scorticato, ammansito da qualche sconfitta di troppo), ma se c’è un tesoro nascosto in queste tracce va cercato nella trepida fragilità degli orditi, tra i ricami liquidi di corde, nell’energia trattenuta, nella dolcezza apprensiva, nel gusto per il suono mentre si fa suono, per il rumore attorno al farsi stesso del suono (il fruscio delle dita sulle corde, il cincischio del piede sul pavimento). Come in Beast for three, e basti il modo in cui quello spiffero d’organo sullo sfondo sa trasmettere il suo oceano di mestizia.
Caratteristiche che non abdicano certo in quello che possiamo considerare il piatto forte del programma, la lunga Blood embrace (che, salvo sviste, con i suoi quasi otto minuti è la canzone più lunga nel repertorio di Oldham): trattasi d’un blues scivoloso, sospeso, estatico, un crescendo di tensione che non raggiunge mai l’apice, ti destabilizza con quel suo incedere sul punto di qualcosa finché non implode nell’apparizione di un dialogo tra un uomo e una donna, distanze e intimità al capolinea, sbocco di memoria e sibilo d’archi. Sipario.
Chapeau, come di consueto, per Will Oldham. Uno invece tanto imprevisto quanto meritato per Sweeney: scommessa vinta, riprovateci.
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